sabato 23 aprile 2011

Il branco e la nebbia di M. Casariego

Il branco e la nebbia (titolo originale: La jauría y la niebla) 
di Martìn Casariego

trad. dallo spagnolo di Pierpaolo Marchetti)
Atmosphere Libri, 2011

pp. 252 
€ 16.50

Intimamente connessi, i due termini della suggestiva endiadi del titolo anticipano i temi, ma anche i toni – di presentimento e minaccia – di questo nuovo romanzo di Martín Casariego.
Il branco è l’emblema del bullismo, della regressione animalesca dell’agire in gruppo; la nebbia si apre a interpretazioni meno univoche, ma può essere letta come la cappa d’incertezza – la morte di qualcosa – che incombe, a diversi livelli, sui tre protagonisti: Leandro, bambino di otto anni alle prese con dicerie riguardanti i Re Magi (che in Spagna hanno la stessa valenza di Babbo Natale da noi); Ander, adolescente di quattordici, vessato dai compagni di classe; Ignacio Mayor, scrittore sui settanta che ha ripreso a viaggiare per promuovere i suoi libri. 

Branco e nebbia sono termini che l’autore nomina quasi casualmente nel corso dell’opera, e proprio per questo acquisiscono una rilevanza ancora più marcata; d’altronde, la minaccia non si può definire, solo descrivere indirettamente.
Come nella potente la scena in apertura, in cui quasi due pagine sono dedicate all’arrampicata sulle scale di Ander, in un monologo interiore che collega numero di gradini a entità concrete che possano rappresentarli, o a pensieri lenitivi:  
“Cominciò a cantare tra sé e sé la canzone del preistorico disco di vinile di suo padre, “Wish you were here. So/ so think you can tell”, diciotto…Gli facevano male le gambe. Diciassette, “blue skies from pain”, sedici, quindici, una squadra di rugby, quattordici, l’età che aveva” (p. 13).
La difficoltà nel respirare, fisica e simbolica, è un’isotopia che accompagna Ander fino alla fine, con il frequente corrispettivo del pesce boccheggiante, del pesce fuor d’acqua:  
“Aprì il suo libro. Tra le pagine 48 e 49 qualcuno aveva infilato due teste di acciuga. Molto peggio di un pesce sul pontine. Perché il pesce che boccheggia cerca la vita, mentre lui aveva soltanto voglia di morire” (p. 15).
Il desiderio di morte, basso continuo nell’esistenza di Ander da quando i suoi compagni hanno inspiegabilmente iniziato a insultarlo, picchiarlo e minacciarlo – non mancano scene forti, tra l’indifferenza o la tiepidezza generale – è l’unica risposta alla sofferenza che il ragazzo trova per sé. L’attitudine pessimista dell’autore spinge all’assenza di risposte razionali, intese sia come “reazioni al fatto” (i pochi che lo capiscono o difendono, lo fanno senza efficacia, senza capire l’entità reale del problema), sia come “ricerca di ragioni”: Ander non sembra il classico ragazzo da prendere di mira, l’anno prima era fidanzato con la più bella della scuola e prendeva buoni voti. La violenza, sembra dirci Casariego, non si può spiegare, è un impulso di distruzione a cui si può soltanto reagire – o non reagire.
Diverse domande, e diverse morti, per gli altri due protagonisti: Leandro – che si scoprirà essere fratello di Ander – è tormentato dall’insinuazione dei bambini più grandi che i Re Magi non esistono, e nella sua classe sorgono fronti a favore e contro questa sconvolgente novità, questa morte dell’illusione; alla fine, la domanda verrà formulata, ma non troverà risposta – l’infanzia sarà sottratta ancora per un po’ dalle nebbie della maturità, eppure rimarrà sporcata dal dubbio.
Il vecchio Ignacio Mayor convive con due morti: quella reale del figlioletto Sebastián, ferita aperta a cui si allude con pudore, e quella metaforica vissuta in prima persona come resa alla vecchiaia, alla spenta routine di un lungo matrimonio e a un decoro mal sopportato, ma al quale sembrano obbligarlo il suo status di scrittore e la sua età avanzata. Il viaggiare, il rispondere alle domande dei ragazzi (semplice e disarmante quella di Ander: “lei è felice?”), ma soprattutto il rincontrare Irene – maestra di scuola e vecchia amica per la quale aveva provato qualcosa quindici anni prima – sono la risposta dello scrittore all’incombere della vecchiaia e della morte. 

Nessuno dei tre protagonisti è descritto minuziosamente, e addirittura, di Leandro e Ignacio fatichiamo a immaginare l’aspetto, in grande contrasto con la galleria di schizzi efficaci, calcati alla maniera di Goya, dei compagni di Ander; il quale a sua volta è reso da pochi tratti disperati, espressionisti, come uscito da un quadro di Munch: di lui si sottolinea la magrezza, l’assenza di colore, lo sguardo fisso nel vuoto. Casariego sembra più interessato alle loro reazioni al mondo esterno: Leandro è vitale e indipendente (ma anche sensibile e, occasionalmente, solitario), anche quando prende parte alle uscite temerarie, come quella che porta lui e altri bambini a entrare nel recinto di un vecchio col fucile di cui si dice sia l’Olentzero, il Babbo Natale dei Baschi. Qui, Casariego indaga le dinamiche di gruppo, quasi presagendo e individuando i futuri bulli. Ander, sotto l’incubo continuo del bullismo, conta i secondi che mancano al temuto cambio d’ora, e rimane inerme alle violenze dei compagni, in particolare di Pako, detto il Tutto Orecchie. Nemmeno l’unica, finale reazione violenta contro Pako vale a riscattarlo dalla sua disperazione, ma anzi sembra suggellarne il punto di non ritorno. Le parti più introspettive e monologanti sono quelle su Ignacio Mayor, tra il divertito e l’irritato per le piccole sventure e scomodità (del viaggio, dell’albergo, delle maniere altrui) che alla sua età si trova a fronteggiare; ma soprattutto, è tramite lui che Casariego riflette sulla vita e sulla morte, sulla lingua percepita come limite, sul fare artistico. Tuttavia, queste riflessioni non appesantiscono la narrazione, grazie all’andamento rapsodico dei pensieri di Ignacio, e al linguaggio colloquiale e schietto con il quale li formula; molto poche, invece, sono le parole che effettivamente dice, in un libro pur pieno di stralci dialogici, riguardanti però soprattutto i compagni di classe di Leandro e di Ander. 

Sullo sfondo, l’indipendentismo basco è ben percepibile nella sua violenza sotterranea (non c’è nessun riferimento all’ETA): dalla presenza di un istruttore linguistico che esorta i bambini a parlare in basco, ai nuovi piani che vieteranno allo spagnolo Ignacio di ritornare nelle scuole di Euskera, a piccoli dettagli paradigmatici:  
“Un cartello con il nome del paese dava il benvenuto in quattro lingue: Ongi etorri, Bienvenues, Welcome, Bienvenidos era l’unica parola che era stata cancellata con segni grossi, neri, rozzi” (p. 120). 
La lingua stessa del romanzo è occasionalmente attraversata da isolate parole basche, evidenziate in corsivo e con irrinunciabili note esplicative a piè di pagina.
Nonostante questa scelta in apparenza stravagante, ma funzionale all’essenza del romanzo, lo stile è vivace e scorrevole: il linguaggio è medio e colloquiale con escursioni verso il basso, eppure il fraseggio è vario e la lettura scorre senza intoppi. Uno dei punti di forza risiede nell’abilità di Casariego nel montaggio delle parti: ogni capitolo è tripartito e segue – in un arco temporale di appena una giornata – i tre protagonisti, che hanno fra loro fugaci contatti dalla seconda metà del libro in poi; essenzialmente, ciascuno di essi è inserito in una diversa rete di personaggi-funzione, minori ma spesso ben delineati.
Piuttosto ardito stilisticamente, in un paio di casi, il ripresentarsi di una stessa scena e degli stessi dialoghi con l’unico scarto del punto di vista: del resto, non sembra casuale la presenza di un brano del grande scrittore d’avanguardia Julio Cortázar, utilizzato per una lezione in classe. Queste scelte – a cui aggiungerei il montaggio concettuale, come il passaggio dalle rotelle del carrello dei libri di Ander a quelle della valigia di Ignacio Mayor nel primo capitolo – si inseriscono sempre con grande garbo e misura nel testo, senza mai distrarre il lettore dalla sostanza dell’agile narrato. 

A Il branco e la nebbia si potranno forse rimproverare dei passaggi inessenziali, la mancanza di vette memorabili, alcuni luoghi comuni sui grandi temi riportati un po’ piattamente nei monologhi, o una negatività chiusa alle sfumature: ciò non preclude la riuscita articolazione del romanzo, l’affetto con cui segue i suoi personaggi, l’attenzione al piano sociale e relazionale, infine la scrittura non pretenziosa e onesta, democratica ma nemmeno del tutto dimentica (soprattutto a livello compositivo) di grandi antecedenti novecenteschi. 

Davide Castiglione