Camilla preparerebbe la tavola per Shirley Jackson per parlare di
La lotteria (Adelphi)
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Perché: come in ogni libro di Shirley Jackson, anche in La lotteria non è il soprannaturale a turbare l'animo del lettore, bensì l'assoluta umanità dei suoi protagonisti. Umanità intesa come l'espressione delle caratteristiche più fragili, atroci, deboli o perfide che ogni essere umano custodisce dentro di sé. Jackson ne traccia contorni perturbanti e – talvolta – inaccettabili per chi legge, mentre invece chi commette gli stessi crimini arriva perfino a non provare più niente, nemmeno il più piccolo rammarico. La lotteria è una raccolta di racconti in cui l'umano e il disumano sono i protagonisti, nonché le due facce della stessa medaglia.
A chi: consiglio il libro anche a chi non ama il genere, a chi non legge normalmente thriller o horror, dal momento che quelli di Shirley Jackson sono ritratti di esseri umani e di una quotidianità che può diventare terrificante. Adatto a chi vuole farsi inquietare, ma anche a chi vuole apprezzare una scrittura analitica e dall'ironia tagliente.
Claudia preparerebbe la tavola per Gesualdo Bufalino per parlare di
Favola del castello senza tempo (Bompiani)
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Perché: è una favola eterea come il volo di una farfalla, eppure densa di grumosa oscurità, una storia piena di grazia con cui Bufalino ci interroga su temi universali come il senso del vivere e del morire, l'innocenza dell'infanzia, lo scorrere del tempo.
Lettura perfetta per la notte di Halloween, ci porta nel cuore di una notte di astratti furori dove il tempo è sospeso. Lì vivono gli abitanti del castello senza tempo, anche detti gli Immortali, anime scampate al diluvio universale, create prima che il tempo venisse inventato. Rinchiusi in un non-luogo in cui tutto si ripete, sono schiavi di un eterno presente e la morte non può raggiungerli. Una condizione di prigionia da cui qualcuno di inatteso giungerà a liberarli.
A chi: a chi ha già letto il Bufalino dei grandi romanzi, perché ha l'opportunità di scoprire una versione inedita dello scrittore.
A chi non ha paura di danzare con la morte.
A chi non smette di leggere favole, a qualsiasi età.
Deborah D'Addetta preparerebbe la tavola per Maria Lazar per parlare di
Quattro volte me (Adelphi)
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Perché: ho trovato Quattro volte me molto turbolento, capriccioso, ambiguo, a tratti angosciante. Il testo viene presentato sotto forma di diario scritto in prima persona dalla ragazza senza nome: un diario delirante, frammentato, colmo di frasi anticipatorie che creano una certa tensione, una certa aspettativa al disastro. La protagonista senza nome è una narratrice totalmente inaffidabile, e ad aggravare la sua fumosità vi è uno slittamento di personalità che caratterizza l'intera opera: non c'è solo lei, ma anche le sue tre migliori amiche – Ulla, Grete e Anette – carte di un mazzo che si scambiano, si interscambiano, si sostituiscono come fossero entità indivisibili, ma – assurdamente – rimpiazzabili. D'altra parte, il titolo del romanzo è cristallino: "quattro volte me" ci restituisce proprio il desiderio (volontario o meno) della protagonista di uscire dai suoi panni (in ogni senso possibile) e indossare quelli delle amiche: Grete, l'angelica, la borghese, quella che non è mai fuori posto e che ha il destino brillante già tracciato; Ulla, la povera, la sportiva, l'acuta, quella troppo intelligente; e Anette, la quota colorata, quella che indulge della sensualità, nell'eccesso che sfocia quasi in pornografia.
A chi: mi ha ricordato un altro testo, Le governanti di Anne Serre, che a sua volta avevo valutato come espressione perfetta di una poetica cinematografica da ricondurre a Sofia Coppola (soprattutto se penso a Il giardino delle vergine suicide). Ecco, se amate quel tipo di narrazione, che mette al centro le ragazze adolescenti – e le donne che non crescono mai del tutto – unita alla cupezza, al disastro annunciato, allo slittamento di personalità, questo libro sarà una lettura stupenda, come lo è stata per me.
Debora Lambruschini preparerebbe la tavola per Elspeth Barker per parlare di
O Caledonia (Bompiani)
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Perché: per parlare con l'autrice di tutti gli echi sotterranei di questo romanzo meraviglioso, che mescola spunti e generi letterari diversi: il gotico, il mito classico, l’autofiction, il romanzo di formazione, la tradizione scozzese, gli echi shakespeariani. Per attraversare insieme a Barker le pieghe della storia, il mistero che rappresenta, la maestria della scrittura. E discutere di una non-eroina affascinante e inafferrabile come la sua Janet.
A chi: a chi cerca un romanzo di formazione al femminile e decisamente non convenzionale, a chi ama le atmosfere gotiche ed è pronto a partire per un viaggio nella Highland scozzesi, in un vecchio castello in rovina, circondato da una natura di una bellezza brutale e selvaggia.
Giulia preparerebbe la tavola per B. Traven per parlare di
Macario o il terzo convitato (Wom edizioni)
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Perché: anzitutto, per vedere in faccia B. Traven e chiedergli della sua vera identità, visto che, ancora oggi, non sappiamo chi fosse veramente. E poi, per parlare di questa favola in cui la Morte è così umana e si presenta affamata dopo aver fatto gli straordinari su un campo di battaglia. Vorrei chiedergli se, nella sua esperienza diretta, la Morte si è comportata davvero in maniera così onesta e l'ha accompagnato nell'aldilà da pari a pari.
A chi: a chi ama le favole in cui gli esseri umani si confrontano con ciò che di più ignoto esiste: la Morte. A chi ama vedere come la nostra specie trova sempre i modi più ingegnosi per cavarsela.
Gloria preparerebbe la tavola per Giovannino Guareschi per parlare del suo
Diario clandestino (BUR)
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Perché: perché tra un bicchiere di lambrusco e un piatto di tortellini gli chiederei come ha fatto a tenere viva l'ironia durante i suoi anni di internamento nei Lager e come è riuscito a portare avanti un giornalino che ricordasse ai suoi compagni che la mente può continuare a viaggiare, e aiuta a restare umani. Sono certa che lo sguardo attento di Guareschi si poserebbe su di me e coglierebbe tutta l'ammirazione che provo per la sua produzione e per quest'opera meno famosa della saga di Don Camillo e Peppone, ma assolutamente degna di nota.
A chi: per i lettori che conoscono già l'opera di Guareschi sarà illuminante scoprirne l'umanità profonda anche in quest'opera diaristica tutt'altro che semplice, capace di mantenere rispetto e tenerezza anche in esperienze atroci.
Leonardo preparerebbe la tavola per Kent Haruf per parlare della
Trilogia della pianura (NNeditore)
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Perché: come scrive Debora Lambruschini, «Se non avete ancora letto la Trilogia della pianura di Haruf, fatevi un favore: chiudete immediatamente questa pagina e correte a procurarvi i libri». Sono rari i libri che, a distanza di anni, rimpiangi di non poter rileggere con gli occhi della scoperta: quell’entusiasmo che alimenta la consapevolezza di stare leggendo qualcosa di davvero importante e non comune. Il mondo creato da Haruf – la contea di Holt, attorno a cui ruotano tutti i suoi sei romanzi (purtroppo per noi troppo pochi, rispetto a quelli che avremmo meritato di leggere e lui di scrivere) – accoglie i lettori facendoli sentire a casa propria. L’atmosfera familiare che si respira dalla prima all’ultima pagina crea, non appena tutto finisce, una sorta di “mal d’Haruf”. E ci si chiede: e adesso?
A chi: ai lettori che cercano un universo indimenticabile in cui immergersi senza resistenze. A chi sta vivendo un periodo poco felice con la lettura e se ne dispiace (per colpa dello stress, della quotidianità che corre, della stanchezza), questo è il libro giusto. I personaggi sono persone comuni, descritte in maniera magistrale (dal prete di paese ai due fratelli contadini), ma soprattutto Kent Haruf si dimostra un gigante nella scrittura dei dialoghi: sembra di ascoltare botta e risposta reali (chi ha esperienza con la scrittura sa quanto sia difficile). E a chi, dopo aver finito un libro, perde spesso tempo a scegliere il successivo: la risposta è già pronta, fatevi un regalo e scoprite Holt.
Sabrina preparerebbe la tavola per Thomas Mann per parlare del suo capolavoro
La montagna incantata (Mondadori)
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Perché: innanzitutto vorrei dialogare con lui sul significato vero della parola Zauberberg che in italiano è sempre stato tradotto come "montagna incantata", ma che probabilmente evoca maggiormente la magia, come ha sottolineato la traduzione di Renata Colorni per i Meridiani Mondadori. E poi vorrei farmi raccontare da lui la fascinazione del sanatorio, della malattia, l'incanto dei dialoghi filosofici, il magnetismo di questo capolavoro che, nonostante la sua oggettiva complessità, rimane una pietra miliare della letteratura novecentesca.
A chi: ai lettori che non si lasciano intimorire dal numero delle pagine (credetemi, ne vale la pena), a tutti coloro che si sentono pronti a immergersi in un viaggio nel Novecento delle grandi pulsioni filosofiche, della Storia che reclama il suo posto e, allo stesso tempo, nel profondo della coscienza dell'individuo. A coloro che conoscono, sì, Thomas Mann, ma non hanno mai osato affrontare la montagna...
Samantha preparerebbe la tavola per Rohan O'Grady, al secolo June Skinner, per parlare de
La maledizione dei Montrolfe (Neri Pozza)
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Perché: Perché invitare a cena un'autrice di storie gotiche nella notte dei morti potrebbe essere un'esperienza interessante, a patto di non ritrovarsi con qualche ospite di troppo. Con La maledizione dei Montrolfe, Rohan O'Grady ci conduce in una dimora inglese arroccata sulla scogliera, dove il passato non sembra avere alcuna intenzione di restare tale. Tra manoscritti ritrovati, apparizioni, segreti familiari e antiche maledizioni, il romanzo recupera il fascino del gotico, ma ci ricorda anche che i fantasmi più difficili da scacciare sono spesso quelli che ci portiamo dentro. E io, alla mia tavola, vorrei proprio chiederle se a fare paura siano davvero i morti o, piuttosto, tutto quello che i vivi continuano ostinatamente a nascondere.
A chi: a chi ama le atmosfere gotiche, le dimore cariche di segreti, i romanzi che mescolano generi e documenti e soprattutto a chi sa che, qualche volta, per liberarsi di una maledizione bisogna prima avere il coraggio di guardare in faccia il passato.
Valentina preparerebbe la tavola per Angela Carter per parlare di
Nell'antro dell'alchimista (Fazi)
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Perché: è incredibile come i personaggi di Angela Carter, a un certo punto della narrazione, smettano di essere figure bidimensionali in attesa di salvezza per riappropriarsi dei propri desideri, delle proprie ombre e del proprio potere. In Nell'antro dell'alchimista, Carter usa l'elemento gotico e il grottesco per scardinare le dinamiche di potere e rimettere al centro un femminile indomito e sfaccettato. È una raccolta in cui il mostruoso si trasforma in uno spazio di emancipazione profondamente liberatorio.
A chi: lo consiglio a chi ama immergersi nelle atmosfere gotiche, per coloro che vogliono esplorare le radici oscure e perturbanti del folklore e per chiunque desideri far proprie storie in cui le donne smettono di essere prede per diventare padrone indiscusse della propria narrazione.

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