martedì 14 aprile 2020

"Gli altri" di Aisha Cerami: l'appartenenza a un gruppo e l'intolleranza verso il diverso


Gli altri
di Aisha Cerami
Rizzoli, 2019

pp. 288
€ 18 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)




“Al Roseto il mistero era tollerato solo se faceva parte del passato. Tutto quello che condizionava il presente poteva essere nascosto solo per mantenere la pace della comunità” (p. 54)
Aisha Cerami, attrice italiana di cinema e teatro, collaboratrice per anni de Il Sole 24 Ore, pubblica per Rizzoli il suo primo romanzo e, con ironia (ma anche, a tratti, con genuino orrore), ci conduce alla scoperta di un condominio, una piccola comunità chiusa che con le sue manie di persecuzione, i suoi egoismi e le sue stranezze, descrive egregiamente una certa deriva sociale che il nostro Paese ha vissuto negli ultimi decenni.
Il Roseto è un condominio di soli quattro piani, nella periferia italiana: un’oasi verde di pace e armonia che spezza la grigia monotonia di certi quartieri popolari. Una piccola comunità che vive in amicizia e collaborazione, un equilibrio che viene spezzato dalla morte di un’anziana condomina, il cui appartamento viene quindi affittato a una nuova famiglia: padre, madre e figlioletto di tredici anni. Gli altri, appunto.

Una famiglia “diversa”, che non vuol stringere amicizia, non partecipa alle riunioni di condominio né alle feste organizzate per cementare i rapporti. La refrattarietà dei nuovi vicini spingerà i condomini “storici” ad atteggiamenti di crescente intolleranza e nervosismo.

Con la citazione che apre questo articolo andiamo al cuore della questione che domina il romanzo: all’interno del Roseto si traccia un confine netto tra mistero e segreto.
Tutti i condomini hanno misteri (nel passato) e segreti (nel presente). È proprio questa doppia condizione ad abilitarli, in un certo senso, come membri legittimi della comunità: senza un peso passato – che può essere un marito violento (come nel caso di Olga) o una maternità negata (come per Maria) – non si possiede la “patente” per entrare nel gruppo.
Allo stesso modo, senza la capacità di tenere nascoste agli amici le brutture della propria vita quotidiana (la depressione del Vedovo, per esempio, o la libertà sessuale di Marilyn) si viene giudicati in maniera feroce, emarginati.

Il romanzo fa quindi emergere le dinamiche più disfunzionali dell’appartenenza a un gruppo: la condivisione è solo apparente, ogni volta che uno dei condomini prova ad aprirsi con un altro, la reazione è sempre di stizza, di vergogna.
Le prese la mano e la guardò in faccia […]. “Sei bellissima” […] “E tu meriti di più” […] Ma allora sapeva? Non era possibile. Romana corse via, senza dire una parola. (pp. 89-90)
Il messaggio è chiaro: si può vivere in armonia solo recitando una parte (di pirandelliana memoria, forse).
Dietro quella maschera c’era una donna. Una donna che aveva rinunciato a specchiarsi. Una donna infelice, che aveva trovato in quel condominio tante braccia aperte. (p. 87) 
La chiave di tutto è proprio l’infelicità. Tutti i condomini del Roseto sono infelici, possiedono un bagaglio di fragilità scoperte che li rende carenti di autostima e per questo vivono la soffocante prigione del gruppo come il rifugio agognato, “un appiglio, un posto dove ogni cosa va come deve andare” (p. 127).
Nel complesso e assurdo reticolo di regole che si trovano a firmare appena preso posto nel condominio c’è la promessa di un “amore riposante”, la certezza di non essere mai (più) soli.
Difficile non accorgersi di quanto tutto questo somigli a una setta. E delle sette religiose, il Roseto ha molte caratteristiche. Al suo interno, “il libero arbitrio è un’ipotesi e non una legge inevitabile” (p. 127). Non mancano il pathos, la tendenza alla melodrammaticità nel leggere gli avvenimenti quotidiani. Non manca, poi, il linguaggio di preghiera, usato per esaltare gli animi, per sollecitare la comunione tra vicini:
“E in quel momento ho capito che non possiamo far altro che sperare. Quindi speriamo tutti insieme che gli stranieri si facciano avanti e ci aiutino a perdonare. Speriamo che diventino parte della nostra dolce comunità. Speriamo. Prendetevi per mano e sperate con me” (p. 135) 
L’equilibrio di apparenza e ipocrisia che regge la comunità è messo in crisi dall’arrivo della nuova famiglia, “gli stranieri” come vengono chiamati. Di questa, si conoscerà solo Antonio, il bambino, che passa la maggior parte del tempo da solo poiché i genitori lavorano tutto il giorno.
Il mistero che aleggia intorno alla loro professione e il fatto che non si mostrino mai, non prendano parte alla vita del condominio, alimentano nei vicini lo scontento e la rabbia: gli stranieri, così diversi, così disinteressati a entrare nel gruppo, vengono di volta in volta accusati di ogni problema del condominio, di ogni intolleranza manifestata, di ogni cardine che salta. E, nell’estate del loro arrivo al Roseto, di cardini ne saltano in gran quantità. All’improvviso, ogni nodo viene al pettine e la trama di segreti gelosamente protetta dalla superficiale patina di benessere collettivo si fa sempre più visibile.

Di fronte al diverso, c’è chi reagisce costruendo ponti e chi muri.
Di fronte al diverso, ci dice il romanzo, solo chi è autentico mantiene il proprio equilibrio.
“Questi tizi, arrivati dal nulla, non si sono degnati di conoscerci. Non solo, ma se ne fregano delle regole del condominio. Lasciano l’immondizia in giro, non chiudono il cancello quando se ne vanno, non partecipano a nessuna iniziativa, fanno i misteriosi… […] Ora, non dico che i nostri vicini sono dei mostri, ma non sappiamo chi sono, Cristo santo! E il topo? Abbiamo mai avuto topi in giardino? […] Ma Cristo santo, non vi rendete conto che la colpa è loro?” (pp. 136-137)
E, dunque: chi sono gli altri, nel romanzo e al di fuori di esso?
Nel seguire la parabola discendente del Roseto, che ogni giorno perde un tassello, una certezza, si fa sempre più volgare, sciatto, come i suoi abitanti divengono ogni giorno più intolleranti e maleducati, si prende coscienza di quanto gli altri rappresentino uno specchio, attraverso il quale guardare noi stessi. Di fronte agli altri, le nostre brutture saranno evidenti, amplificate perché inevitabilmente sotto il nostro sguardo.

Ecco che possiamo usare il rapporto con l’altro per migliorarci, per giungere a un livello di sincerità più alto.
Oppure, come nel Roseto, possiamo trovare negli "stranieri" un efficace capro espiatorio.
Senza dimenticarci, però, che l'altro, “l’ombra sfuggente” che abbiamo davanti, è il nostro Io più autentico.

Barbara Merendoni