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Cominciamo da Ortensia, detta Orsa. Un nome ma anche un soprannome parlanti. È una dottoranda di Biologia botanica ed è una di quelle persone “che uniscono flora e fauna”. Nelle primissime pagine la troviamo in una casa sull’albero, e che albero! Cosa possiamo dire di… loro? Ovvero di Ortensia e della pianta su cui è salita, altro personaggio dell’opera?
Possiamo innanzitutto dire che quest’albero, che si trova in Toscana, in un parco naturale, è un albero centenario, una sughera, nota a tutti con il soprannome di Sughera della Pellegrina. (Ovviamente l’accostamento con l’altra protagonista del romanzo non è casuale e si andrà chiarendo via via nel corso della lettura). Possiamo anche dire che, già dalla prima pagina, troviamo Orsa seduta in una capanna di legno sospesa sui rami dell’albero, intenta a guardare l’orizzonte, e di lì a poco scopriremo che è salita lassù perché vuole proteggere quest’albero dall’abbattimento che qualcuno ha decretato in modo del tutto arbitrario. All’inizio, la ragazza è molto a disagio: trascorre la prima notte fra scricchiolii, versi di animali e ansie, ma, con il trascorrere del tempo, il rapporto fra lei e la Pellegrina, come ha soprannominato la sughera, diventa sempre più profondo e personale, fino a configurarsi come un rapporto madre-figlia.
Pellegrina è una pittrice botanica che ha girato il mondo, torna a Pavia, suo malgrado, nel 1821, e dobbiamo capire perché… Subito viene tacciata di bruttezza, perché è molto magra, quasi trasparente. Quanto pesa lo sguardo degli altri sulla sua identità di donna e di studiosa?
Diciamo che tutta la vita di Pellegrina a Pavia è condizionata dalla curiosità morbosa che la gente prova nei confronti del suo corpo. Donna nubile, anzi, zitella, non più giovane, lontana dagli imperanti canoni estetici di armonia ed eleganza che allora – come anche oggi – gravavano sulle donne, viene subito presa di mira dai commenti di coloro che non si sentono soddisfatti dal suo aspetto fisico e si credono in diritto di farglielo notare, a partire dal suo fratello-carceriere, il direttore dell’orto botanico. Lei, purtroppo, inevitabilmente si sente condizionata dai pareri degli altri, che la fanno sentire a disagio, anzi, ancora peggio: lei stessa si percepisce brutta e vecchia perché si vede attraverso gli occhi giudicanti degli altri. Tuttavia, la sua forza sta nella capacità di reagire: si trucca e si veste in modo sconveniente, con il rossetto rosso e abiti bianchi virginali, oppure fuma il sigaro, perché cerca in questo modo di sfidare convenzioni che ritiene stupide.
Pellegrina non è sola nelle sue battaglie, ma proprio a Pavia, dove torna di malavoglia, fa un incontro importante, anzi… due! Infatti, il primo incontro, quello “in carne e ossa”, le presta un libro pieno di idee. Un libro, letto il quale, se si tiene la mente aperta, non si può tornare indietro…
Il libro in questione è il Voyage, scritto da Alexander von Humboldt nella prima metà dell’800. In quest’opera lo scienziato parla, oltre che dei suoi viaggi in Sudamerica, di ecologia, di disboscamento, di rischi ambientali, introducendo prospettive del tutto nuove rispetto alla mentalità della sua epoca, e definendo per la prima volta la natura come un tutt’uno, una stretta concatenazione di fatti interdipendenti fra loro. Perché questo libro è così importante nel romanzo? Perché fa da trait d’union fra l’attempata Pellegrina e il giovane Tobia, naturalista e patriota, ammiratore di Humboldt. Due personaggi malvisti dalla società “che conta” per le loro idee originali e i loro comportamenti non ortodossi: potrebbero trovare conforto l’uno nell’altra, ma il loro è un rapporto difficile, ostacolato dal carattere diffidente di Pellegrina e dalla scandalosa differenza d’età.
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| Da sopra gli alberi di Marina Milani Golem edizioni, ottobre 2026 pp. 232 € 18,50 (cartaceo) € 6,49 (ebook) VEDI IL LIBRO SU AMAZON |
Per lo più si tratta di luoghi realmente esistiti, a partire ovviamente dall’orto botanico che ancora oggi si trova all’interno del palazzo di Sant’Epifanio, un’ex chiesa demolita e riadattata a uso civile pochi anni prima dell’ambientazione del romanzo. Mi sono presa qualche licenza immaginando che il direttore dell’orto botanico abitasse all’interno del palazzo con la propria famiglia, per permettere a Pellegrina di vivere in un ambiente suggestivo, a stretto contatto con la natura. Anche i caffè di cui parlo nel romanzo sono realmente esistiti: il caffè Barilati e il caffè della Fenice furono due locali dove si parlava di patriottismo e di cospirazioni anti-austriache. Infine, ci sono tanti riferimenti a noti luoghi storici di Pavia: dal Teatro dei Quattro Cavalieri, oggi teatro Fraschini, a piazza della Vittoria, un tempo piazza vecchia, alle chiese pavesi, alla piazzetta della Rosa che ancora oggi ha un terribile fascino romantico.
Con Orsa invece ci allontaniamo dai luoghi popolati, perlomeno popolati dagli umani. Perché il parco splendido dove si trasferisce a vivere è popolato eccome, di creature e di piante che costituiscono un fantastico ecosistema ma che richiedono al tempo stesso di essere protette. Ti sei ispirata a luoghi che hai realmente incontrato in uno dei tuoi viaggi?
Le mete principali dei miei viaggi sono spesso luoghi naturali: parchi, giardini e orti botanici. Ciascuno di essi ha lasciato un’immagine persistente e importante nella mia memoria. Se però devo citare un luogo in particolare, in realtà me ne vengono in mente due: l’orto botanico di Firenze, dove posso dire di avere incontrato la Sughera della Pellegrina in carne e ossa, trovandosi lì a dimora una bellissima sughera di circa 250 anni che ha fatto per me da modello all’albero del romanzo, e poi il parco naturale della Maremma, in provincia di Grosseto, dove le sughere abbondano, oltre ai lecci e a tutte le essenze mediterranee, e dove ritorno sempre, appena posso. Se poi non avete mai toccato una sughera, questa è un’esperienza che vi consiglio, perché il suo legno è soffice e caldo.
Ci sono legami tra le due storie che non possiamo rivelare e che i lettori scopriranno direttamente dalle pagine (ad esempio, non possiamo rivelare che legame ci sia tra Pellegrina e Orsa). Però leggendo Da sopra gli alberi ho pensato a una cosa: ognuna ha la sua lotta per il sapere. E ognuna la porta avanti come può. Cosa significa oggi e cosa significava nel 1821?
Possiamo intendere il sapere come aspirazione individuale, e questo è un tema importante per entrambe le protagoniste: Pellegrina è una donna colta, istruita, che vorrebbe dare applicazione alle proprie conoscenze diventando una scienziata, ma che non può farlo, perché ai suoi tempi questa carriera maschile era preclusa alle donne; perciò è costretta a ripiegare sulla professione più graziosa di pittrice botanica. Orsa, invece, riesce a realizzare quello che Pellegrina non ha potuto fare ed è molto definita dal suo ruolo di studiosa di Biologia vegetale: il suo impegno civile ruota attorno alla sua consapevolezza e al suo sapere. Possiamo però anche considerare la lotta per il sapere come lotta per la divulgazione della conoscenza, e anche in questo caso le due protagoniste hanno qualcosa da dirci; infatti Pellegrina vorrebbe mostrare al mondo che lei, in quanto donna, non è un essere mostruoso e abnorme, obbediente a bizzarri capricci isterici, ma, al contrario, è una creatura sensibile che agisce in modo naturale in un mondo che ha del mostruoso. Orsa, a sua volta, vuole divulgare il sapere, la verità, sulla sughera, ma anche lei si trova a scontrarsi con un mondo avido che vuol fare passare la sua persona e la sua battaglia come sbagliate, quando è vero l’esatto contrario.
Orsa è aiutata dallo zio Edo, dalla coinquilina Ginevra e da Olmo, studioso di filologia botanica. Con loro arriveranno poi altre comparse e personaggi secondari. Che peso ha la comunità nell’attivismo ecologista di una ragazza così giovane?
La comunità è fondamentale, e non solo per una ragazza giovane. È un concetto che cerco di trasmettere anche ai miei alunni, e che si trova in tutti i miei romanzi. In un mondo che ci vuole isolati e deboli, creare comunità è il vero punto di forza, l’unico che permetta a persone normali, non milionarie, non “oligarche”, di far sentire le proprie ragioni e di difendere valori importanti come quelli ambientali e civili. Purtroppo, l’individualismo ha fatto per anni da padrone nelle nostre società, e adesso non è facile riscoprire la condivisione, ma questo mi sembra l’unico futuro praticabile. Cominciare a sostituire il vocabolo società con quello di comunità.
E poi Pellegrina e Orsa hanno un altro aspetto in comune: il verbo “adeguarsi” non piace né a una né all’altra. Sono due protagoniste non convenzionali, e questo è spesso presente nei tuoi romanzi. Cosa apprezzi particolarmente dell’una e dell’altra?
Entrambe sono personagge libere, anche se Pellegrina vive in una società più restrittiva e deve per forza scendere a compromessi con il mondo che la circonda. Con lei volevo creare una donna estremamente lucida e consapevole, ma nello stesso tempo una figura credibile, non completamente avulsa dal proprio tempo e dalle convenzioni sociali dell’epoca, a cui ogni tanto si deve piegare. Quello che apprezzo di lei è la fondamentale fedeltà a se stessa, che talvolta può sembrare anche rigidità: Pellegrina ha le idee chiare su ciò in cui crede e non crede, sulle istituzioni e i meccanismi della società, e si rapporta con gli altri in modo onesto, in conformità con le proprie convinzioni. Quello che invece apprezzo in Orsa è l’enorme coraggio di salire su un albero, da sola, per difenderlo. Orsa è una ragazza come tante, né particolarmente intelligente, né brillante, né bella, ma possiede una volontà di ferro che, fra l’altro, nemmeno sa di possedere. Agisce in modo spontaneo e non si tira indietro perché semplicemente sente che deve essere così. Ha paura, ma la sua determinazione è più forte della paura.
Chiudendo il romanzo, ho anche pensato che c’è un forte desiderio di giustizia nel tuo romanzo, in una società che, tanto nell’800 quanto ai nostri tempi, risulta piuttosto sorda. Che soluzioni trovano le tue protagoniste per farsi ascoltare?
La società umana è profondamente ingiusta: più cresciamo e più prendiamo consapevolezza di questo fatto che ci disturba e ci rende infelici, perché ci fa sentire impotenti. I miei personaggi lottano sempre per ottenere qualcosa o per migliorare la propria condizione. Pellegrina per farsi ascoltare usa spesso l’arma dell’intelligenza, della cultura, dell’eloquenza: anche se una donna che legge e studia può dare molto fastidio, ci sono comunque persone disposte e interessate ad ascoltarla, e, se ci fai caso, queste persone sono in genere più giovani di lei: ci sono gli studenti universitari ardenti patrioti, ci sono le mogli dei nobili sovversivi, come Confalonieri, che rimangono incantate dalla sua parlantina, e soprattutto c’è Tobia, un giovane docente di Botanica che si innamora di lei, donna single e anziana, un vero scandalo. Orsa, anche lei usa le sue conoscenze e competenze per difendere la sughera, ma soprattutto usa il corpo. In un mondo di social e contatti online metterci il corpo è molto importante, significa assumersi un rischio.
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| Marina Milani e Gloria M. Ghioni durante la presentazione alla libreria Il Delfino di Pavia |
Ringraziamo l'autrice per la disponibilità; foto scattate durante la presentazione del romanzo a Pavia, alla Libreria Ubik Il Delfino
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