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Guardare il mondo "da sopra gli alberi" mostra nuovi orizzonti: intervista a Marina Milani

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Scrittrice e insegnante pavese, da sempre attenta alle tematiche ambientali e alla parità di genere, Marina Milani torna in libreria con Da sopra gli alberi (Golem, 2026). Nel romanzo si intrecciano due storie lontane nel tempo: quella di una pittrice botanica nella Pavia del 1821 e quella di una dottoranda di Botanica che si è trasferita a vivere su una sughera per salvarla dall’abbattimento. Non sapremo come fino alla fine del romanzo, ma le due storie sono collegate. E d'altra parte, tutto è collegato. Lo sosteneva già Alexander von Humboldt, e ci è voluto molto tempo perché la sua visione della natura venisse davvero compresa. Allo stesso modo serve tempo perché le due protagoniste affermino le proprie idee e le vedano almeno rispettate. 
Da loro parte la conversazione con l’autrice, in occasione della presentazione alla Libreria Ubik Il Delfino di Pavia. 

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Cominciamo da Ortensia, detta Orsa. Un nome ma anche un soprannome parlanti. È una dottoranda di Biologia botanica ed è una di quelle persone “che uniscono flora e fauna”. Nelle primissime pagine la troviamo in una casa sull’albero, e che albero! Cosa possiamo dire di… loro? Ovvero di Ortensia e della pianta su cui è salita, altro personaggio dell’opera? 

Possiamo innanzitutto dire che quest’albero, che si trova in Toscana, in un parco naturale, è un albero centenario, una sughera, nota a tutti con il soprannome di Sughera della Pellegrina. (Ovviamente l’accostamento con l’altra protagonista del romanzo non è casuale e si andrà chiarendo via via nel corso della lettura). Possiamo anche dire che, già dalla prima pagina, troviamo Orsa seduta in una capanna di legno sospesa sui rami dell’albero, intenta a guardare l’orizzonte, e di lì a poco scopriremo che è salita lassù perché vuole proteggere quest’albero dall’abbattimento che qualcuno ha decretato in modo del tutto arbitrario. All’inizio, la ragazza è molto a disagio: trascorre la prima notte fra scricchiolii, versi di animali e ansie, ma, con il trascorrere del tempo, il rapporto fra lei e la Pellegrina, come ha soprannominato la sughera, diventa sempre più profondo e personale, fino a configurarsi come un rapporto madre-figlia. 
 
Pellegrina è una pittrice botanica che ha girato il mondo, torna a Pavia, suo malgrado, nel 1821, e dobbiamo capire perché… Subito viene tacciata di bruttezza, perché è molto magra, quasi trasparente. Quanto pesa lo sguardo degli altri sulla sua identità di donna e di studiosa? 

Diciamo che tutta la vita di Pellegrina a Pavia è condizionata dalla curiosità morbosa che la gente prova nei confronti del suo corpo. Donna nubile, anzi, zitella, non più giovane, lontana dagli imperanti canoni estetici di armonia ed eleganza che allora – come anche oggi – gravavano sulle donne, viene subito presa di mira dai commenti di coloro che non si sentono soddisfatti dal suo aspetto fisico e si credono in diritto di farglielo notare, a partire dal suo fratello-carceriere, il direttore dell’orto botanico. Lei, purtroppo, inevitabilmente si sente condizionata dai pareri degli altri, che la fanno sentire a disagio, anzi, ancora peggio: lei stessa si percepisce brutta e vecchia perché si vede attraverso gli occhi giudicanti degli altri. Tuttavia, la sua forza sta nella capacità di reagire: si trucca e si veste in modo sconveniente, con il rossetto rosso e abiti bianchi virginali, oppure fuma il sigaro, perché cerca in questo modo di sfidare convenzioni che ritiene stupide. 

Pellegrina non è sola nelle sue battaglie, ma proprio a Pavia, dove torna di malavoglia, fa un incontro importante, anzi… due! Infatti, il primo incontro, quello “in carne e ossa”, le presta un libro pieno di idee. Un libro, letto il quale, se si tiene la mente aperta, non si può tornare indietro… 

Il libro in questione è il Voyage, scritto da Alexander von Humboldt nella prima metà dell’800. In quest’opera lo scienziato parla, oltre che dei suoi viaggi in Sudamerica, di ecologia, di disboscamento, di rischi ambientali, introducendo prospettive del tutto nuove rispetto alla mentalità della sua epoca, e definendo per la prima volta la natura come un tutt’uno, una stretta concatenazione di fatti interdipendenti fra loro. Perché questo libro è così importante nel romanzo? Perché fa da trait d’union fra l’attempata Pellegrina e il giovane Tobia, naturalista e patriota, ammiratore di Humboldt. Due personaggi malvisti dalla società “che conta” per le loro idee originali e i loro comportamenti non ortodossi: potrebbero trovare conforto l’uno nell’altra, ma il loro è un rapporto difficile, ostacolato dal carattere diffidente di Pellegrina e dalla scandalosa differenza d’età. 

Da sopra gli alberi
di Marina Milani
Golem edizioni, ottobre 2026

pp. 232
€ 18,50 (cartaceo)
€ 6,49 (ebook)

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Con Pellegrina torniamo in una Pavia ottocentesca, nebbiosa forse più di oggi, dove ci si muoveva in carrozza anche per andare a San Martino… Una Pavia che va proprio stretta a Pellegrina, che ha girato l’India, ad esempio. Ma una Pavia che incuriosisce un sacco i pavesi che stringono tra le mani il tuo libro. E qui arriva la mia curiosità: quali luoghi sono inventati e quali sono realmente esistiti? 

Per lo più si tratta di luoghi realmente esistiti, a partire ovviamente dall’orto botanico che ancora oggi si trova all’interno del palazzo di Sant’Epifanio, un’ex chiesa demolita e riadattata a uso civile pochi anni prima dell’ambientazione del romanzo. Mi sono presa qualche licenza immaginando che il direttore dell’orto botanico abitasse all’interno del palazzo con la propria famiglia, per permettere a Pellegrina di vivere in un ambiente suggestivo, a stretto contatto con la natura. Anche i caffè di cui parlo nel romanzo sono realmente esistiti: il caffè Barilati e il caffè della Fenice furono due locali dove si parlava di patriottismo e di cospirazioni anti-austriache. Infine, ci sono tanti riferimenti a noti luoghi storici di Pavia: dal Teatro dei Quattro Cavalieri, oggi teatro Fraschini, a piazza della Vittoria, un tempo piazza vecchia, alle chiese pavesi, alla piazzetta della Rosa che ancora oggi ha un terribile fascino romantico. 

Con Orsa invece ci allontaniamo dai luoghi popolati, perlomeno popolati dagli umani. Perché il parco splendido dove si trasferisce a vivere è popolato eccome, di creature e di piante che costituiscono un fantastico ecosistema ma che richiedono al tempo stesso di essere protette. Ti sei ispirata a luoghi che hai realmente incontrato in uno dei tuoi viaggi? 

Le mete principali dei miei viaggi sono spesso luoghi naturali: parchi, giardini e orti botanici. Ciascuno di essi ha lasciato un’immagine persistente e importante nella mia memoria. Se però devo citare un luogo in particolare, in realtà me ne vengono in mente due: l’orto botanico di Firenze, dove posso dire di avere incontrato la Sughera della Pellegrina in carne e ossa, trovandosi lì a dimora una bellissima sughera di circa 250 anni che ha fatto per me da modello all’albero del romanzo, e poi il parco naturale della Maremma, in provincia di Grosseto, dove le sughere abbondano, oltre ai lecci e a tutte le essenze mediterranee, e dove ritorno sempre, appena posso. Se poi non avete mai toccato una sughera, questa è un’esperienza che vi consiglio, perché il suo legno è soffice e caldo. 

Ci sono legami tra le due storie che non possiamo rivelare e che i lettori scopriranno direttamente dalle pagine (ad esempio, non possiamo rivelare che legame ci sia tra Pellegrina e Orsa). Però leggendo Da sopra gli alberi ho pensato a una cosa: ognuna ha la sua lotta per il sapere. E ognuna la porta avanti come può. Cosa significa oggi e cosa significava nel 1821? 

Possiamo intendere il sapere come aspirazione individuale, e questo è un tema importante per entrambe le protagoniste: Pellegrina è una donna colta, istruita, che vorrebbe dare applicazione alle proprie conoscenze diventando una scienziata, ma che non può farlo, perché ai suoi tempi questa carriera maschile era preclusa alle donne; perciò è costretta a ripiegare sulla professione più graziosa di pittrice botanica. Orsa, invece, riesce a realizzare quello che Pellegrina non ha potuto fare ed è molto definita dal suo ruolo di studiosa di Biologia vegetale: il suo impegno civile ruota attorno alla sua consapevolezza e al suo sapere. Possiamo però anche considerare la lotta per il sapere come lotta per la divulgazione della conoscenza, e anche in questo caso le due protagoniste hanno qualcosa da dirci; infatti Pellegrina vorrebbe mostrare al mondo che lei, in quanto donna, non è un essere mostruoso e abnorme, obbediente a bizzarri capricci isterici, ma, al contrario, è una creatura sensibile che agisce in modo naturale in un mondo che ha del mostruoso. Orsa, a sua volta, vuole divulgare il sapere, la verità, sulla sughera, ma anche lei si trova a scontrarsi con un mondo avido che vuol fare passare la sua persona e la sua battaglia come sbagliate, quando è vero l’esatto contrario. 

Orsa è aiutata dallo zio Edo, dalla coinquilina Ginevra e da Olmo, studioso di filologia botanica. Con loro arriveranno poi altre comparse e personaggi secondari. Che peso ha la comunità nell’attivismo ecologista di una ragazza così giovane? 

La comunità è fondamentale, e non solo per una ragazza giovane. È un concetto che cerco di trasmettere anche ai miei alunni, e che si trova in tutti i miei romanzi. In un mondo che ci vuole isolati e deboli, creare comunità è il vero punto di forza, l’unico che permetta a persone normali, non milionarie, non “oligarche”, di far sentire le proprie ragioni e di difendere valori importanti come quelli ambientali e civili. Purtroppo, l’individualismo ha fatto per anni da padrone nelle nostre società, e adesso non è facile riscoprire la condivisione, ma questo mi sembra l’unico futuro praticabile. Cominciare a sostituire il vocabolo società con quello di comunità. 

E poi Pellegrina e Orsa hanno un altro aspetto in comune: il verbo “adeguarsi” non piace né a una né all’altra. Sono due protagoniste non convenzionali, e questo è spesso presente nei tuoi romanzi. Cosa apprezzi particolarmente dell’una e dell’altra? 

Entrambe sono personagge libere, anche se Pellegrina vive in una società più restrittiva e deve per forza scendere a compromessi con il mondo che la circonda. Con lei volevo creare una donna estremamente lucida e consapevole, ma nello stesso tempo una figura credibile, non completamente avulsa dal proprio tempo e dalle convenzioni sociali dell’epoca, a cui ogni tanto si deve piegare. Quello che apprezzo di lei è la fondamentale fedeltà a se stessa, che talvolta può sembrare anche rigidità: Pellegrina ha le idee chiare su ciò in cui crede e non crede, sulle istituzioni e i meccanismi della società, e si rapporta con gli altri in modo onesto, in conformità con le proprie convinzioni. Quello che invece apprezzo in Orsa è l’enorme coraggio di salire su un albero, da sola, per difenderlo. Orsa è una ragazza come tante, né particolarmente intelligente, né brillante, né bella, ma possiede una volontà di ferro che, fra l’altro, nemmeno sa di possedere. Agisce in modo spontaneo e non si tira indietro perché semplicemente sente che deve essere così. Ha paura, ma la sua determinazione è più forte della paura. 

Chiudendo il romanzo, ho anche pensato che c’è un forte desiderio di giustizia nel tuo romanzo, in una società che, tanto nell’800 quanto ai nostri tempi, risulta piuttosto sorda. Che soluzioni trovano le tue protagoniste per farsi ascoltare? 

La società umana è profondamente ingiusta: più cresciamo e più prendiamo consapevolezza di questo fatto che ci disturba e ci rende infelici, perché ci fa sentire impotenti. I miei personaggi lottano sempre per ottenere qualcosa o per migliorare la propria condizione. Pellegrina per farsi ascoltare usa spesso l’arma dell’intelligenza, della cultura, dell’eloquenza: anche se una donna che legge e studia può dare molto fastidio, ci sono comunque persone disposte e interessate ad ascoltarla, e, se ci fai caso, queste persone sono in genere più giovani di lei: ci sono gli studenti universitari ardenti patrioti, ci sono le mogli dei nobili sovversivi, come Confalonieri, che rimangono incantate dalla sua parlantina, e soprattutto c’è Tobia, un giovane docente di Botanica che si innamora di lei, donna single e anziana, un vero scandalo. Orsa, anche lei usa le sue conoscenze e competenze per difendere la sughera, ma soprattutto usa il corpo. In un mondo di social e contatti online metterci il corpo è molto importante, significa assumersi un rischio. 

Marina Milani e Gloria M. Ghioni durante la presentazione
alla libreria Il Delfino di Pavia

E, collegandomi alla domanda precedente, che cosa possiamo fare noi a scuola, ogni giorno, per portare temi rilevanti come lottare per il riconoscimento della libertà e dell’eguaglianza di genere? 

Portare questi temi in classe non è semplice; tuttavia i ragazzi sono estremamente desiderosi di affrontare questi argomenti. Prima di tutto, hanno un grande bisogno di essere ascoltati. Giustamente, sono infastiditi da chi cerca di imporre loro le proprie idee, ma amano i dibattiti e le discussioni alla pari. Prendere come spunto notizie di attualità e discuterle insieme è sempre un modo valido per farli riflettere e renderli consapevoli. Poi ci sono le ore di educazione civica, momenti ideali per affrontare tematiche veramente importanti, quali l’uguaglianza, le libertà fondamentali, ma anche l’educazione digitale e ambientale. Infine, non dimentichiamo che ogni autore, ogni classico, proprio perché tale, nelle sue opere presenta infiniti agganci con tematiche attuali: Dante e la critica politica, Leopardi e il rapporto uomo-natura, Pasolini e la mutazione antropologica, ma anche Ariosto con i suoi cavalieri maschilisti e arroganti disarcionati da una fanciulla, oppure Machiavelli e la sua Realpolitik, Virgilio che canta gli orrori della guerra, Lucrezio poeta censurato e inviso ai potenti… 

Sottotraccia ho trovato molto significativo anche l’invito a mettersi in ascolto: in ascolto della natura, dei bisogni degli altri, del proprio desiderio di libertà. Cosa significa per te mettersi in ascolto? 

Prima di tutto significa silenzio. Non riesco più a fare a meno del silenzio. Qualsiasi esperienza nella natura non ha senso se non è fatta in silenzio. Quelle persone che quando sono in montagna o in un luogo naturale sentono il bisogno di continuare a parlare a voce alta, o di ridere, stanno violando qualcosa di sacro. Con il silenzio, la natura ci parla, e con il silenzio riusciamo anche ad ascoltare noi stessi, a percepire come sia falso e assurdo il nostro vivere burocratico, tempestato di regole, divieti, violazioni, in una forma cui non corrisponde una sostanza, con ogni azione strettamente controllata, in una competitività ridicola per cose che non contano, tutti devoti al consumismo più sfrenato. Allora il desiderio di libertà cresce, diventa quasi doloroso. A me basta poco per sentirmi libera: il mio van, la bicicletta, camminare, andare a zonzo, osservare gli uccelli e gli animali selvatici, non avere obiettivi da conseguire per quella giornata. 

Se li sappiamo ascoltare, se facciamo silenzio, come dicevi, cosa possono dirci gli alberi di oltre 200 anni sulla memoria e sul tempo? 

Ho giusto visto di recente delle fotografie che ritraevano una sequoia sopravvissuta al disastro del Vajont… magari non ha 200 anni, ma era impressionante vedere sul suo tronco le cicatrici lasciate da quell’evento, di cui lei è stata testimone. Gli alberi antichi sono memoria vivente: fa un certo effetto immaginarli vivi all’epoca di Napoleone, o a quella di Garibaldi: sono una forma di collegamento con il passato, una persistenza. Il tempo degli alberi, poi, è diverso dal nostro, è molto più lungo, senza dimenticare che gli alberi hanno anche un tempo circolare, una rinascita annuale, cosa che purtroppo a noi esseri umani è preclusa. 

Il titolo dà indicazioni significative sullo sguardo presente nell’opera: cosa ci consente di vedere uno sguardo “da sopra” gli alberi? 

Che tutto è collegato. Secondo le scoperte della fisica quantistica, di cui mi sforzo disperatamente di capire qualcosa, tutto ciò che esiste esiste in relazione a qualcos’altro, e addirittura si modifica a seconda che venga osservato oppure no da qualcuno. Questo è, direi, anche il Leitmotiv del romanzo: come afferma von Humboldt, altro nume tutelare della storia, niente in natura può essere considerato isolatamente. Ciò significa che azioni e sentimenti molto distanti nel tempo e nello spazio, come quelli di Pellegrina e Orsa, possono essere collegati e influenzarsi fra di loro, ma significa anche che tutte le nostre azioni influiscono sull’ambiente e sulle generazioni future, e, ancora, significa che, come dicevamo prima, unirsi in comunità è bello, e percepire gli scambi di idee e di pensieri che ci legano agli altri esseri è ancora più bello. 

Ammetto che di primo acchito ho pensato al Barone rampante, e in effetti Orsa compie delle scelte coraggiose, è bravissima a vivere lassù. Quali fonti ti hanno influenzata per la costruzione del suo personaggio? 

Tutti pensano istintivamente al Barone rampante leggendo questo romanzo, ma in realtà la persona che mi ha ispirato questo romanzo è Julia Butterfly Hill, attivista statunitense che visse per più di 700 giorni su una sequoia, da lei battezzata Luna, per impedirne l’abbattimento. Il suo memoir La ragazza sull’albero è stato il mio punto di partenza per creare il personaggio di Orsa. E poi, nel carattere cocciuto e testardo della mia protagonista c’è qualcosa di Greta Thunberg, una giovanissima che con la sua forza ha saputo creare un nuovo, enorme movimento ambientalista, e non solo. 

E quali fonti ti hanno aiutata a dar voce a un personaggio come Pellegrina, una donna indipendente e fiera, desiderosa di restare sé stessa, ma non per questo una donna fredda o incapace di amare? 

Qui le fonti sono molteplici. Innanzitutto, mentre scrivevo questo romanzo, insieme ad alcune amiche stavo lavorando a un piccolo spettacolo su Le tre ghinee di Virginia Woolf. La lettura di questo saggio stupendo, pacifista e femminista, che consiglio a tutti, mi ha fatto conoscere quella che l’autrice designa con l’appellativo di Estranea, ovvero la donna, esclusa dai centri di potere, dall’esercito, dalle istituzioni, che però fa di questa esclusione il suo punto di forza, che le permette di non essere complice delle distorsioni della cultura patriarcale. Ecco, potrei dire che Pellegrina nasce da queste pagine. Ci sono poi figure femminili dell’Ottocento e del Novecento che hanno fornito al personaggio spunti determinanti: l’intrepida viaggiatrice e pittrice britannica Marianne North, la scrittrice Karen Blixen – soprattutto per quanto riguarda l’aspetto fisico – e la pittrice Leonora Carrington, che venero per la sua arte, per il suo carattere fiero, per le difficoltà che ha dovuto affrontare nella vita, per il femminismo e la sensibilità verso l’esoterico. 

Cosa vorresti che si portasse via chi leggerà il tuo libro? 

Innanzitutto spero che la storia piaccia, diverta, faccia evadere e riflettere. Poi mi auguro che una storia che parla di donne scritta da una donna serva come mezzo di empowerment per le lettrici, soprattutto le più giovani. Senza nulla togliere a tanti meravigliosi romanzi maschili che ci hanno formate e formati, trovo che per le ragazze di oggi siano necessari anche altri modelli, altri messaggi, che vadano ad affiancare quelli della letteratura dei secoli passati. Infine, come in natura ogni cosa è collegata in una catena di cause e di effetti, così le nostre vite di umani sono collegate al pianeta, la nostra casa meravigliosa a cui in continuazione manchiamo di rispetto. Basta abbattere alberi, basta emettere gas serra, basta devastare ecosistemi. È ora di svegliarci. Con questo libro vorrei stimolare la riflessione e accrescere la sensibilità ecologica di chi mi legge; ancora di più: vorrei suscitare il suo entusiasmo e la sua passione per ciò che io amo. Nel futuro sfide ambientali enormi ci attendono: bisogna arrivare preparati.

Intervista a cura di Gloria M. Ghioni

Ringraziamo l'autrice per la disponibilità; foto scattate durante la presentazione del romanzo a Pavia, alla Libreria Ubik Il Delfino