sabato 7 dicembre 2019

#SpecialeMERIDIANI - La montagna magica (o incantata?) di Thomas Mann e il sempiterno e affascinante dilemma della traduzione

Raccontare perché ho eletto Thomas Mann a mio scrittore preferito, su tutti, mi rimanda alla mia adolescenza, quando, affascinata dal passaggio storico, letterario e culturale tra Ottocento e Novecento, feci «letture matte e disperatissime» (in realtà assolutamente piacevoli e stampate nella memoria) degli autori che caratterizzarono questo snodo cruciale di tempo.
Non potevo non imbattermi in Thomas Mann e ne I Buddenbrook, prima mia lettura dell'autore tedesco. E fu amore a prima vista. Da lì decisi di comprarmi tutte le opere di Mann.
Un posto particolare nel mio cuore è occupato da La montagna incantata, milleduecento pagine di meraviglia. Lo comprai, era il 1983, nell'edizione Dall'Oglio (una brutta edizione, se si può dire, in due volumi, con una copertina bianca e rossa e un disegno che non mi piaceva per niente). Lo lessi, quindi, nella prima traduzione che comparve in Italia di questo libro, la versione di Bice Giachetti-Sorteni, uscita a Milano nel 1930, sei anni dopo la pubblicazione in Germania dell'opera originale (1924) e un anno dopo l'assegnazione a Thomas Mann del premio Nobel per la letteratura (1929). Allora ero una studentessa di liceo classico, ben più addentro al greco e al latino che non alle lingue straniere (che allora, al classico, si fermavano al ginnasio e comunque io studiavo inglese). Questo per dire che non mi ero ovviamente posta il problema della traduzione del titolo originale, Der Zauberberg. All'università poi mi iscrissi a Lingue e iniziai a studiare il tedesco, lingua assai complessa, ma pericolosamente affascinante. In quel periodo tornai quindi a Mann. Non mi spingo a dire che rilessi le opere del mio autore preferito in lingua originale... no, quella sarebbe stata una montagna ben poco incantata per me da affrontare, ma iniziai a meditare sul problema della traduzione di un testo letterario. Qualsiasi testo. Ma anche allora non immaginavo che la traduzione di Der Zauberberg avesse già fatto discutere gli addetti: Ervino Pocar, infatti, nella seconda traduzione che apparve in Italia del romanzo di Thomas Mann (1965), si pose il problema della trasposizione esatta del titolo, proponendo il concetto di «magia». Che è proprio la traduzione italiana del termine tedesco Zauber (Berg significa "montagna"). Infatti Die Zauberflöte noi lo conosciamo come Il flauto magico. «Incanto» si dice invece «Verzauberung», ma in realtà, giusto per complicare un poco le cose, si può usare anche proprio il termine «Zauber».

Ma, aldilà di queste sottigliezze linguistiche, La montagna incantata rimaneva tale, per me. Figuratevi, nel 2010, quando lessi di una nuova traduzione dell'opera che avrebbe cambiato il titolo in La montagna magica. Se ne parlò anche sui quotidiani perché, a suo modo, era una notizia: un testo che era ormai passato nella classicità e nella memoria comune con un titolo, poteva mai averne un altro? Difficile, molto difficile... credo infatti che nessuno ancora utilizzi la bella accezione proposta da Renata Colorni, l'autrice della meravigliosa traduzione, premiata nel 2010, appunto, con un'edizione dei Meridiani Mondadori.
Non poteva mancare nella mia libreria. Che gioia quando l'ho avuto in mano, quando ho sfogliato le pagine per annusare quel buon profumo che solo I Meridiani possiedono. E quando ho iniziato a leggere prima diligentemente il saggio di Michael Neumann, Discesa agli inferi, l'interessantissima introduzione di Luca Crescenzi, la cronologia a cura di Fabrizio Cambi, la nota all'edizione di Crescenzi e la nota alla traduzione di Renata Colorni. Per rimandare il più possibile, e quindi per trattenere, il piacere dell'incontro con l'opera vera e propria, 27 anni dopo la prima lettura. Ed è stata una scoperta, la seconda. La traduzione della Colorni, fine conoscitrice del tedesco e della prosa larga e fluviale di Thomas Mann, trasporta il lettore all'interno di un mainstream quasi musicale, potremmo dire. Grazie soprattutto all'utilizzo costante di alcune parole che l'autore intenzionalmente fa tornare più volte nel testo, quasi a sottolineare i vari passaggi, i famosi Leitmotive. Che in un volume dove fluiscono maestosi discorsi di filosofia, religione, mitologia, biologia, psicologia, letteratura, storia, diritto e più ancora, servono a segnalare pietre miliari.
Per chi comunque è interessato all'annosa questione delle traduzioni (riescono a rispecchiare appieno lo spirito dell'opera?) leggere la nota di Renata Colorni è addentrarsi in un bosco pieno di fascino.
Ecco perché, per celebrare i cinquant'anni de I Meridiani Mondadori, ho scelto La montagna magicadi cui adesso riporterò qualche passo per esemplificare quanto detto finora.
La trama, forse non nota a tutti, è la storia di Hans Castorp, giovane ragazzo di 23 anni, di Amburgo, che fa visita al cugino Joachim, ricoverato al sanatorio di Davos, sulle Alpi Svizzere. Intenzionato a trascorrervi tre settimane, Hans si fermerà in sanatorio per sette anni. Irretito e ammaliato da quella montagna, che non è incantata, ma incantatrice; sedotto dalla fascinazione per la malattia, stregato da due occhi slavi grigio-azzurri, affascinato dal trascorrere lento e oblioso del tempo. 
«Subito, quando?». «Be' fra tre settimane». «Ah, ho capito, tu con il pensiero stai già tornando a casa», fu la risposta di Joachim. «Ma aspetta, aspetta, sei appena arrivato. Certo, per noi che siamo quassù, tre settimane sono quasi niente (..)».  (p. 10)
Il tempo su al sanatorio ha un'accezione completamente diversa, non è il tempo della pianura, delle città, del lavoro, degli impegni quotidiani, della ragione. E' bensì il tempo del languore, della malattia, dello scorrere delle ore legate a rituali sempre uguali nella giornata, ma che assumono una valenza assoluta: il riposo, la conversazione, il tempo per prendere aria fresca, la sdraio, la colazione...
«Le sette settimane già trascorse, senza alcun dubbio e prove alla mano, tra "quelli di quassù" gli erano forse parse sette giorni? O, al contrario, aveva la sensazione di vivere in questo posto da molto, molto più tempo di quanto ne era passato davvero? (...) Forse erano vere entrambe le cose: a posteriori, il tempo trascorso qui gli sembrava innaturalmente breve ma anche innaturalmente lungo, solo non voleva apparirgli come era stato davvero... ammesso, com'è ovvio, che il tempo, in generale, appartenga alla natura e che sia lecito collegarvi il concetto di realtà». (p. 322)
Il soggiorno a Davos si trasforma per Hans Castorp in un percorso di formazione, Bildung: sono due rivali intellettuali, l'italiano Ludovico Settembrini, democratico, illuminista, fautore del diritto e della tolleranza e Leo Naphta, reazionario, nemico del progresso, anticapitalista, ma nemico giurato del filantropismo liberale dell'italiano. a contendersi l'educazione del giovane Castorp che coinvolgono in conversazioni e discussioni quotidiane. Sull'intero scibile umano.
«Ma sentitelo il voltairiano, il razionalista. Loda la natura perché neanche quando è più fertile si confonde per noi con mistici vapori, e serba invece la sua classica asciuttezza. Come di si dice umidità in latino?». «Humor», esclamò Settembrini al di sopra della spalla sinistra, «e lo humor, secondo la visione naturalistica del nostro professore, consiste nel fatto che, come santa Caterina da Siena, egli pensa alle piaghe di Cristo ogni volta che vede delle primule rosse». Naphta reagì: «Questo più che umorismo è una boutade. E pur sempre significherebbe immettere spirito nella natura. La quale ne ha bisogno». «La natura», disse Settembrini con un tono di voce più smorzato e non più al di sopra della spalla, ma sotto di essa, «non ha affatto bisogno del suo spirito. È spirito essa stessa». «Il suo monismo non la annoia mai?». (p.551-2)
In questi sette anni il giovane Castorp, obbedendo all'impulso della sua età, s'innamora, di una donna, Clawdia Chauchat, occhi chirghisi, un amore fatto di sguardi.
«Dunque, dopo che la signora Chuchat durante il pasto si fu girata due o tre volte verso quel tavolo, vuoi per caso, vuoi per forza d'attrazione magnetica, ed ebbe incontrato lo sguardo di Hans Castorp, si girò una quarta volta con premeditazione, e anche questa volta incontrò lo stesso sguardo». (p. 207)
I giorni, le settimane, i mesi, gli anni passano. Hans Castorp non riesce a pensare a se stesso se non lì, in sanatorio, con quei commensali, con quei rituali e il ritorno a casa del cugino è per lui uno shock. Un rischio da cui Castorp si tiene ben lontano.
Se ne stava in piedi, pallido come un anno prima, durante la visita a cui aveva fatto seguito la sua accettazione nell'istituto, nello stesso punto di allora, e anche adesso si vedeva chiaramente il suo cuore pulsare contro le costole. (...) Lo trasse verso di sé prendendolo per un braccio, auscultò e percosse. Non dettò nulla. Procedette piuttosto in fretta. Quando ebbe finito dichiarò: «Può partire». Hans Castorp balbettò: «Cioè... ma come: vuol dire che sono guarito?». «Sì, è guarito (...). Per quel che mi riguarda, lei può partire». «Ma... signor consigliere aulico... Forse in questo momento non parla sul serio». (p. 616)
E mentre il terrore di dover lasciare quella vita, quella pericolosa e affascinante vicinanza alla malattia, quel tempo infinito prende Hans Castorp, la catastrofe sembra avvicinarsi. E anche il lettore è preso da questo senso di pericolo e tifa perché il medico cambi il destino e consenta a Castorp di ritenersi malato. Con quale senso di stupore anch'io, leggendo queste righe, arrivavo quasi a «invidiare» lo stato di malattia dei pazienti di Davos, quella condizione che consentiva loro di trascorrere anni tra letture, discorsi pieni e interessanti, bagni di sole e aria fresca. Ma, per fortuna, siamo solo alla metà del romanzo e Hans può continuare la sua vita a Davos per altri sei infiniti anni.
Finché il 1914 non scoppierà con tutta la sua virulenza, spazzando via i rituali di Davos e costringendo Castorp a prendere una decisione importante. L'ultima di cui noi lettori veniamo a conoscenza.

Introduzione e selezione a cura di Sabrina Miglio