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La ricerca dell’identità nella vita al confine tra Iran e Afghanistan, tra guerra e sradicamento nel romanzo “Ciechi al rosso” di Aliyeh Ataei

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Ciechi al rosso
di Aliyeh Ataei
Utopia, 17 aprile 2026

Traduzione dal persiano di Giacomo Longhi Alberti e Harir Sherkat

pp. 136
€ 18,00 (cartaceo)
€ 4,99 (ebook)

Il mondo, per un migrante, cambia forma di continuo. Ruota, si sposta di asse, ma mai abbastanza da riportare chi fugge dalla guerra nello stesso punto in cui, un giorno, aveva fatto le valigie. […] Il migrante, abbandonato in un territorio a metà tra morte e vita, torna per ritrovare se stesso, ignaro che la sua casa in rovina è caduta mattone dopo mattone nelle mani di estranei, una volta che viene esploso il primo colpo, l’impatto si ripercuote per dieci generazioni. La devastazione non ha fine. Una volta che fuggi, il resto della vita lo passi a fuggire, anche sotto la bandiera delle Nazioni Unite, della Croce Rossa…La bandiera bianca della pace è crivellata di mille colpi. (p. 57)

L’identità è qualcosa che ereditiamo o è qualcosa che ricostruiamo nel tempo? Quanto della nostra identità sopravvive alle guerre e all’esilio? Questi sono gli interrogativi che emergono leggendo il romanzo Ciechi al rosso di Aliyeh Ataei, una delle più interessanti voci della letteratura iraniana contemporanea, in Italia nota per il romanzo Ventre sepolto, sempre edito da Utopia. Ciechi al rosso è un romanzo che conduce il lettore in una realtà ancora poco conosciuta, quella del confine tra Iran e Afghanistan. Non racconta l’Iran di Teheran, più noto attraverso i media, ma quello delle regioni di confine con l’Afghanistan, un mondo segnato da migrazioni, guerre, identità sospese e tensioni che raramente trovano spazio nel dibattito pubblico. È un libro che illumina una periferia della storia contemporanea di cui, da noi, si sa pochissimo e di cui perfino i telegiornali parlano di rado. 

L’opera è breve, ma molto densa, e si pone a metà strada tra il memoir e il romanzo autobiografico. La protagonista, una ragazza afghana cresciuta in Iran, racconta un’esistenza segnata dall’essere sempre “di confine”, né completamente iraniana né completamente afghana. La storia intreccia vicende familiari, migrazione, guerra e discriminazione e lo sfondo è quello di una regione attraversata dalle profonde trasformazioni che hanno segnato Afghanistan e Iran nella seconda metà del Novecento. L’invasione sovietica dell’Afghanistan, il timore del comunismo, il ruolo degli Stati Uniti nello scenario della Guerra fredda e le successive ondate migratorie non costituiscono un semplice sfondo storico però, ma incidono direttamente sulla vita delle persone, determinando fughe, separazioni e nuove forme di esclusione.

È un destino crudele essere profughi e capire davvero il significato della guerra solo in un’altra terra; e poi, più tardi, dover sopportare così a lungo la violenza dei comunisti, dei talebani e dell’ISIS da renderti conto che qui, in questo paese, la guerra era perfino migliore, dato che, almeno, prima di morire ti avvisavano con una sirena, così avevi il tempo di goderti l’ultimo respiro. […] È tremendo fuggire di continuo dalla guerra finché non arrivi a pensare di essere tu a trascinartela dietro dappertutto. (p. 15)
Si avverte tra le pagine in maniera profonda quanto la guerra sia una presenza che continua ad accompagnare chi fugge, trasformandosi in una condizione esistenziale. Nonostante il superamento del confine, il conflitto continua a vivere nella memoria, nel senso di precarietà e nella difficoltà di riconoscere un luogo che possa ancora essere chiamato casa.

Nessuno può dire a una persona che non ha potuto scegliere liberamente di lasciare il proprio paese «torna indietro» o «via via». Anzi, nessuno può nemmeno chiedermi perché i miei occhi tremavano così davanti alla telecamera. Come se sapessi bene dov’è casa! Forse è il luogo dove si cresce e si va a scuola, dove ti vengono a chiedere in sposa, il luogo dove festeggi il compleanno di tuo figlio, il luogo che viene riportato sulla tua carta d’identità. (p. 105)

Ataei racconta questa condizione con una scrittura essenziale, asciutta e priva di enfasi, capace però di aprirsi improvvisamente a immagini di grande intensità emotiva. È una penna che sa farsi delicata quando parla dell’infanzia, della dolcezza dei ricordi, ma sa essere anche cruda nel descrivere le ferite delle discriminazioni, dell’esilio. Tra gli episodi più significativi del romanzo c’è quello dell’attraversamento del confine durante l’infanzia, quando la protagonista a soli cinque anni si trova su un pickup insieme alla madre, alla dottoressa e al padre preda di violente crisi epilettiche, nella speranza di ricevere cure adeguate a Teheran. È un viaggio che racchiude già molti dei temi centrali del libro, come il dolore, la malattia, la precarietà e il confine come esperienza duplice sia interiore che esteriore. Così piccola la protagonista entra in contatto con una sofferenza che non può ancora comprendere pienamente, ma che contribuirà a formare il suo sguardo sulla vita. Un’altra storia profondamente toccante è quella di Mahbubeh, originaria del Khorasan, che riesce a sposare Aman Khan nonostante la forte opposizione della famiglia di lui, condizionata anche dai sospetti legati al comunismo. La vicenda privata si intreccia così con le tensioni politiche di un’epoca in cui le ideologie e i conflitti collettivi penetrano nella vita delle persone, determinandone spesso il destino. La morte di Mahbubeh, del marito e dei figli, raccontata da Ataei con grande sobrietà, testimonia l’ingiustizia e il dramma che consuma le vittime della Storia. Accanto alla vicenda della protagonista, Ataei intreccia le storie dei membri della propria famiglia e di persone a lei vicine, componendo un mosaico di esistenze accomunate dall’esperienza del confine e dell’esilio. Emblematica è la figura della zia Anar,  il cui nome significa “melograno”, segnata fin dall’infanzia da una cicatrice al labbro che la rende taciturna e schiva. La sua esistenza è scandita da una nostalgia che non trova pace né a Londra né in Iran, al punto da decidere in tarda età di tornare in Afghanistan nella speranza di ritrovare la propria terra dopo la fine del regime comunista. Anar si scontra invece con l’ascesa dei talebani, che la puniscono mutilandole la lingua per aver insegnato l’inglese ai ragazzi. A nulla erano serviti i tentativi di dissuaderla della protagonista, ormai donna: Anar voleva rifarsi una vita tra le macerie
Forse perché in fondo alla testa di ogni migrante c’è sempre il pensiero che comunque una casa da qualche parte ce l’ha, per quanto devastata. In quel periodo, nel convulso passaggio dal governo dei talebani alla Repubblica Islamica dell’Afghanistan, anch’io ero assillata da simili domande: dove mi trovo, dove ho lasciato la mia infanzia? Le mie radici sono davvero lì? Dove è radicata la mia identità? Soprattutto, cos’è l’identità? (p. 63)

A scandire la narrazione contribuiscono anche i brevi testi in corsivo che aprono ciascun capitolo e che lungi dall’essere semplici introduzioni, assumono la funzione di un controcanto corale che accompagna le vicende del romanzo, ampliandone il significato. Attraverso una voce collettiva, Ataei ricorda continuamente che la sua storia non è un caso isolato, bensì quella di un popolo costretto a confrontarsi continuamente con guerre, migrazioni e sradicamento. Ciechi al rosso è un romanzo che invita il lettore a interrogarsi sul significato stesso dell’identità, senza offrire risposte facili e definitive. La casa è un luogo da cui si parte o a cui si ritorna, ma soprattutto è uno spazio interiore che la guerra può incrinare senza riuscire a cancellare del tutto. La valore dell’opera consiste in questa straordinaria capacità di trasformare una vicenda personale in una riflessione universale sull’appartenenza, sull’esilio e sulla ricerca di sé.

Marianna Inserra