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Furbizia e fan service dello scrittore contemporaneo: "Le belle promesse" di Pierre Lemaitre

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Le belle promesse    
di Pierre Lemaitre
Mondadori, luglio 2026

traduzione di Elena Cappellini

pp. 408
€ 23,00 (cartaceo)
€ 11,99 (ebook)

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Bastano un paio di pagine per scivolare dentro questo libro; in poche righe capitomboliamo nella storia della famiglia Pelletier pur trovandoci all’ultimo capitolo della tetralogia Gli anni gloriosi di Pierre Lemaitre. Le belle promesse, edito da Mondadori e tradotto da Elena Cappellini, è il romanzo che chiude la vicenda della famiglia Pelletier; eppure, con coscienza, Lemaitre accompagna anche i neofiti nella lettura mettendo qualche suggerimento qui e lì, portando il testo anche a chi è sprovveduto dei precedenti volumi.
È necessario specificare questo aspetto, perché parlare di un solo libro piuttosto che di tutta la tetralogia richiede un diverso sguardo critico. Allo stesso tempo poter leggere questo romanzo senza dover recuperare i restanti volumi è un’attenzione che invoglia la lettura.
La trama procede rapida senza ripresentare tutti i personaggi e lasciando anzi che si raccontino tramite le loro azioni e piccoli dettagli (la spiegazione del soprannome “Bouboule” dice molto di Jean senza risultare didascalica). Ormai la famiglia abita in pianta stabile a Parigi, forse rimpiangendo Beirut, e vive i vantaggi del dopoguerra nella grande città. In questa serenità malcerta il romanzo subisce la scossa che permetterà alla tetralogia di concludersi:

In quel momento, Jean aveva appena girato in rue Caulaincourt.
L’esplosione aveva fatto tremare il marciapiede ed era stata accompagnata da un rumore di vetri che cadono. (p. 14)

Un condominio prende fuoco e in pochi istanti il goffo Bouboule si precipita tra le fiamme attratto dal grido di una donna. Nel frattempo ritroviamo il resto della famiglia alla cerimonia di premiazione tenuta in onore dell’ultimo libro di François. Ecco che dal gesto eroico di Jean si snoderanno i vantaggi mediatici sfruttati da Geneviève e in parallelo una nuova indagine di François che potrebbe ricondurre una serie di omicidi a un unico colpevole. Sarà invece una storia completamente nuova quella di Manuel Ramos, la cui vita finirà per intrecciarsi con quella della famiglia Pelletier.

Per capire meglio il romanzo è forse necessario aggiungere qualche informazione sull’autore che, dopo il premio Goncourt del 2013 (non fu un Goncourt facile; la giuria rimase bloccata per undici votazioni e solo alla dodicesima uno dei voti favorì Lemaitre facendolo uscire vittorioso dal pranzo al Drouant), scelse di passare dal giallo alla narrativa.
Lo stile e il tipo di libri scritti dall’autore mantengono ancora una sfumatura di thriller ben riconoscibile, come vediamo nella parte di trama dedicata a François. Ne consegue uno stile figlio dell’ammirazione provata per Alexander Dumas e libri come Il Conte di Montecristo, dove più di mille pagine scivolano via beverine.
Del pleiadico predecessore Lemaitre si è accaparrato la scorrevolezza, ottenuta però a discapito della scrittura. La rinuncia a qualsiasi complessità formale rende il testo intrattenente, ma lo impoverisce quanto a varietà. La scommessa temeraria è stata passare la staffetta creativa dalle mani dello scrittore a quelle di personaggi per la maggior parte bidimensionali o poco originali che agiscono in una trama furba e troppo ammiccante al lettore. Il finale diventa apice iperbolico delle scelte abuliche compiute da Lemaitre; lì dove avrebbe potuto lasciare del grigio sulla vicenda facendo prendere scelte forti ai protagonisti (la ghigliottina o il suicidio), l’autore lascia che sia il Caso, monarca degli ignavi, ad averla vinta.

La trama è solo delitto e nessun castigo; questo a dimostrare che l’ultima parte della tetralogia sembra un favore a chi la segue da anni. Lemaitre dà troppo spazio all’affetto, alle rivincite di un gatto su una despota, e troppo poco alla letteratura, alle sconfitte dolorose che non danno nessun premio di consolazione, ma che sono le esperienze più umane.
Alcuni personaggi, però, si oppongono alla piattezza di Angèle, Thérèse e Hélène. Sono i due più piccoli, Colette e Philippe, i meglio scritti, i più vivi tra i membri della famiglia. Forse perché l’adolescenza è campo di sanguinose battaglie e pesanti incertezze, questi due personaggi risultano fragilmente sinceri e si empatizza con la loro impotenza di fronte al grande quadro di cui sono parte. Le loro passioni sono ben caratterizzate e la storia si addolcisce nelle pagine in cui Colette si batte per la sua indipendenza o in quelle dove Philippe scopre da una serratura il corpo femminile:

Aveva disegnato alcuni schemi con dei quadrati che rappresentavano i suddetti specchi e delle frecce che dovevano indicare la direzione di provenienza dell’immagine riflessa. Sulla carta, era una bomba: se ne avesse disposti due con un’angolazione adeguata e se zia Thérèse, la sera, si fosse messa nel punto giusto, dal buco della serratura avrebbe senz’altro avuto una visione perfetta del suo seno. (pp. 150-151)

Non si può dire che sia facile concludere un impegno letterario così ampio, a cui si è dedicato molto impegno e altrettanto tempo; infatti è più la seconda metà del romanzo quella incrinata, mentre l’inizio del racconto incuriosisce.    

Non consiglio la lettura di questo romanzo perché non c'è uno sforzo artistico sufficiente a dargli la precedenza rispetto ad altri libri. Bisogna esigere di più da una novità che esce all'interno di una collana tanto prestigiosa quanto Sis Mondadori.

Paolo Sciortino