martedì 31 marzo 2020

«Non si può vivere senza servire a niente»: "L'apprendista" di Gian Mario Villalta, tra i candidati allo Strega 2020

L'apprendista
di Gian Mario Villalta
SEM, 27 febbraio 2020

pp. 228
€ 17 (cartaceo)
€ 4,99 (ebook)



Fredi ha finito di mettere le vesti al loro posto, adesso vuole stare seduto con Tilio, non occorre parlare. Gli piace trattarlo come un ragazzo, ha capito che piace anche a Tilio. L'amicizia è così, tra uomini, ci si comporta come ragazzi pure da vecchi. 
Che strana ambientazione!, viene da pensare fin dall'inizio del romanzo di Gian Mario Villalta: la chiesa, con la sua sagrestia, le navate che risuonano tanto spesso vuote, i dipinti tra cui c'è un Tiziano, unico interesse turistico,... Una chiesa sempre più vuota, in cui però il parroco si sforza di tenere cadenzati gli appuntamenti, anche se a volte, alla prima messa del mattino, non arriva nessuno. Nessuno a parte il sagrestano, l'ottantenne Fredi, e il suo apprendista, Tilio, di pochi anni più giovane. Una fiera resilienza muove i due protagonisti ad arrivare puntuali, addirittura in anticipo, e a concedersi chiacchiere, caffè corretti con la vodka tra una messa e l'altra, pranzi in cui non si dà un pane per commensale, ma si spezzano entrambi i panini in due. Sì, perché se all'inizio Fredi e Tilio si stavano cordialmente antipatici, poi qualcosa è scattato, e ora la loro amicizia è fatta di condivisione, tra i ricordi della vita che è stata, delle occasioni perse, e un presente fatto di panche da sistemare, riso da raccogliere dopo gli sposalizi, orme fangose dei turisti da far sparire prima del prossimo officio.

Dalla Dominica all'Inghilterra. Il "viaggio nel buio" di Jean Rhys

Viaggio nel buio
di Jean Rhys
Adelphi, 2020

Traduzione di Delfina Vezzoli

pp. 177
€ 18,00 (cartaceo)



"Volevo essere nera, ho sempre voluto essere nera (...). Essere neri è caldo e gaio, essere bianchi è freddo e triste" (p. 34).

"Ma lo sapevo che sotto sotto mi detestava perché ero bianca; e che non sarei mai riuscita a spiegarle che odiavo essere bianca" (p. 70).

Due citazioni che racchiudono il senso più profondo di questo libro di Jean Rhys, uscito per la prima volta nel 1934 e che quest'anno Adelphi ha meritoriamente riproposto, con la sua carta inconfondibile, bellissima nel suo color avorio, e profumata. Anna Morgan è una giovane ragazza di 18 anni, con un passato travagliato. Anna è nata in Dominica, da madre nativa delle Indie Occidentali e padre inglese. Persa la prima moglie (la madre di Anna), il padre si risposa con una donna inglese, Hester, che non riuscirà mai a trasformarsi in una seconda mamma per la piccola. Una volta morto anche il padre, Hester decide di vendere la proprietà e di tornare in patria con la ragazzina. La quale dovrà fare i conti, per sempre, con un'anima sradicata. Dai colori della Dominica al grigio di Londra, dai profumi caraibici ai porridge inglesi, dal caldo avvolgente come un abbraccio della sua isola al freddo respingente e pungente dell'Inghilterra.

Fu come se fosse calata una cortina, nascondendo tutto ciò che conoscevo da sempre. Fu quasi come nascere un'altra volta. I colori erano diversi, gli odori erano diversi, la sensazione che mi davano le cose proprio in fondo all'essere era diversa. Non solo la differenza tra caldo, freddo; luce, oscurità; viola, grigio. Ma una differenza nel come ero spaventata e nel come ero felice. (p. 13)

lunedì 30 marzo 2020

«Postporno»: come l’industria del porno ha scoperto se stessa

Postporno. Corpi liberi di sperimentare per sovvertire gli immaginari sessuali
di Valentine aka Fluida Wolf
Eris edizioni, 2020

pp. 64
€ 6,00 (cartaceo)


Il fine del Postporno non è necessariamente l’eccitazione di chi guarda ma la rappresentazione di corpi, pratiche, immaginari e atmosfere. Questa è la sfida che spesso ci pongono l* performer postporno, come ad esempio fa anche Diana Pornoterrorista, mettendoci davanti al disgusto, al ribrezzo, al fastidio, andando così a interpellare la nostra parte più nascosta e profonda, quella che non vorremmo destare mai. (pp. 48-9)
L'industria del porno è uno dei mercati più controversi della contemporaneità, in grado di dividere tutti, anche (o forse: soprattutto) la costellazione di femminismi che popola la nostra società. Dei film porno si può parlare, certamente, ma con un certo garbo, con quella moderazione che richiama parole ormai abusate come “borghese”. La principale critica che viene mossa all'industria del porno è di essere sessista, uno strumento edonistico a esclusivo appannaggio di un pubblico maschile, nel quale la figura della donna esiste soltanto in quanto oggetto di piacere, in posizione subordinata e idealizzata.
È innegabile, tuttavia, che anche la figura maschile ne esca stereotipata, a tutto danno del maschio reale: i corpi dei porno attori sono infatti statuari e apollinei, le loro performance magistrali e interminabili, il finale è sempre un gran finale esplosivo. Ciò che non si vede e di cui a volte si sente la mancanza sono i momenti di stanca e le défaillance, le imperfezioni, la complicità, per non parlare del sesso queer, un termine questo che comprende una costellazione infinita di soggetti ma che, per differenza, può essere definito come tutto ciò che non è eterosessuale e cisgender.

"Breve storia del mio silenzio" di Giuseppe Lupo


Breve storia del mio silenzio
di Giuseppe Lupo
Marsilio, ottobre 2019

pp. 208
€ 16 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)



Giacomo Leopardi nello Zibaldone scriveva che il silenzio è il linguaggio di tutte le forti passioni: amore, ira, meraviglia e altre ancora. Silenzio, dal latino silēre: tacere, non far rumore, è un modo di sentire, discreto e potente, rimbomba nelle orecchie di chi è abituato a districarsi nei rumori, e da sollievo a chi invece i rumori non li vuole sentire. Gli scrittori hanno bisogno del silenzio, il silenzio crea la dimensione della Letteratura, dagli Antichi Greci a Dante fino a Carlo Levi il silenzio è un linguaggio antico. «Qui l’unico suono (se così si può chiamare) è il silenzio», scriveva Carlo Levi in un lettera ai famigliari durante il suo esilio ad Aliano, in Lucania. Quella stessa terra in cui Giuseppe Lupo nasce e da cui parte, portando sulle spalle l’esigenza di comprendere le Muse di Sinisgalli, aldilà dei Monti Alburni, nella Milano verticale, forse.

domenica 29 marzo 2020

"Nel contagio" di Paolo Giordano: la quiete delle parole nella tempesta della pandemia

Nel contagio
di Paolo Giordano
Le Vele Einaudi, 2020 (in edicola dal 26 marzo con "Il Corriere della sera")

pp. 63

€ 8,90 (+ il prezzo del quotidiano) (cartaceo, in edicola)
€ 10 (prezzo del cartaceo in libreria)
€ 6,99 (ebook)

Certe riflessioni che il contagio suscita adesso saranno ancora valide. Perché quanto sta accadendo non è un accidente casuale né un flagello. E non è affatto nuovo: è già accaduto e accadrà ancora (p. 6).
A tutti coloro che seguono la letteratura contemporanea italiana non suonerà nuovo il nome di Paolo Giordano, scrittore e fisico torinese che nel 2008 vinse gli ambiti Premi Strega e Campiello opera prima con il suo primo romanzo, La solitudine dei numeri primi (Mondadori, 2008), e dal quale nel 2010 il regista Saverio Costanzo trasse un bellissimo film.
Da allora Paolo Giordano ha scritto diversi altri libri e collaborato con quotidiani e giornali, e pochi giorni fa ha dato alle stampe un piccolo instant book intitolato Nel contagio edito da Einaudi nella collana Le Vele e distribuito in formato cartaceo nelle edicole in collaborazione con Il Corriere della sera e in e-book (sarà disponibile nelle librerie alla fine di questo periodo di lockdown).
Nel contagio, come ha dichiarato il suo autore, costituisce un insieme di riflessioni, fissa «alcuni pensieri su ciò che sta accadendo [...]. Provare a farlo è il solo contributo che posso offrire in questa emergenza».

"Come un libro aperto": al cuore pulsante della letteratura con le interviste di Miriam Tritto

Come un libro aperto
Illustrazioni e testi di Miriam Tritto
Hop!, 2019

€ 18,00

Dopo la riuscita serie “Per aspera ad astra”, dedicata alle vite di donne straordinarie che sono riuscite a superare ogni difficoltà per conquistare il proprio posto nel mondo, è tempo per le edizioni Hop! di una nuova avventura: la collana “20”, inaugurata con Amore mio illuminato (già recensito qui), procede con un volume che ci porta nel cuore della letteratura moderna e contemporanea, grazie alla prosa densa e al tratto puntuale di Miriam Tritto, che incontra e si confronta con venti autori da lei amati. La selezione dei personaggi è tutta soggettiva, sentimentale, così come la disposizione dei singoli interventi non segue un ordine logico-cronologico, ma emotivo, il filo di una ricerca esistenziale che, per i temi trattati, le questioni affrontate, può presto diventare universale. La narratrice, come rivela a Emily Dickinson nel primo dei dialoghi, viene “da lontano e da vicino. Compi[e] viaggi onirici nell’eterno” e questo le consente di avere accesso a frammenti di realtà altrimenti inaccessibili. Forse per questo gli scrittori la accolgono, si svelano davanti a lei, le regalano riflessioni adatte a ogni epoca.

sabato 28 marzo 2020

#CriticaLibera - la melodia del tempo di Antonio Tabucchi

Oggi è l'ultima domenica di luglio, disse lo Zoppo della Lotteria, la città è deserta, ci saranno almeno quaranta gradi all'ombra, suppongo che sia il giorno più indicato per incontrare persone che esistono soltanto nel ricordo, la sua anima, pardon, il suo Inconscio, avrà un gran daffare in un giorno come questo, le auguro una buona giornata ed una buona sorte. ("Requiem", p. 19)
In questi giorni di isolamento forzato continuo a leggere e rileggere Antonio Tabucchi. In parte perché asseconda un bisogno fisico di evasione: mi dà l'impressione - incredibilmente concreta - di andare con lui a Lisbona, a Berlino, in Sud America. Ma soprattutto mi infonde calma con la sua letteratura musicale, che ha il ritmo del fado, con le ripetizioni che sembrano cullare in una danza di parole.
E mentre mi lascio un po' dondolare vedo che la materia di cui è fatta la sua letteratura entra pian piano dentro, in un viaggio dalla sensazione al pensiero. 

Dopo il meraviglioso Sostiene Pereira ho letto Il tempo invecchia in fretta e Requiem, una raccolta di racconti e un romanzo che, sia tra di loro che con il libro capolavoro, si incrociano in numerosi punti. Il luogo principale di questo incontro è la riflessione sul tempo, un tema che mai come in questo periodo ci vede tutti attivi, inchiodati come siamo nell'attesa e in bilico tra il ricordo di ieri e l'aspettativa di domani. Mentre leggevo questi due libri Antonio Tabucchi sembrava però dirmi che questa condizione, senz'altro adesso esasperata, è propria di ogni momento della nostra esistenza. 
Anzi, è molto di più: è il nostro perimetro vitale, ciò che ci definisce come esseri umani. 

Il suo sguardo sulle cose, che a prima vista sembra incredibilmente delicato, quasi volasse aereo sulle superfici e sulle situazioni, ma poi diventa profondo e a tratti anche doloroso, mette in luce il nostro continuo tentativo di afferrare il tempo e di comprenderlo, dove "comprendere" significa letteralmente "prendere insieme".

venerdì 27 marzo 2020

New Grub Street: la mercificazione della letteratura nella Londra di fine Ottocento


New Grub Street
di George Gissing
Fazi Editore, nuova edizione marzo 2020

Traduzione di Chiara Vatteroni

pp. 574
€ 20 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)

Ripubblichiamo questo approfondimento a cura di Debora Lambruschini, in occasione della recente nuova edizione di New Grub Street di George Gissing, da pochi giorni in libreria per Fazi Editore. Il romanzo era da molti anni fuori catalogo, disponibile solo il versione digitale. La nuova edizione del capolavoro di Gissing aggiunge quindi un tassello nella bibliografia di classici "riscoperti"o nuovamente disponibili in libreria in cui si collocano, tra gli altri, autori come Elizabeth Gaskell, Wilkie Collins, Thomas Hardy, George Eliot. 

La carriera letteraria di George Gissing, romanziere inglese del secondo Ottocento, è stata segnata già durante gli anni della sua attività da una serie di alti e bassi, in un altalenarsi di fallimenti e successi che lo hanno presto escluso dalle storie letterarie dell’epoca (e in quelle in cui compariva difficilmente era accostato ai grandi nomi della stagione vittoriana e tardo vittoriana) e che inesorabilmente ha visto finire l’autore nell’oblio dei tanti romanzieri dimenticati. Come spesso accade, la riscoperta di un autore si deve alla passione ostinata di studiosi che rimangono affascinati da quegli antenati che non sono riusciti ad emergere o che non hanno superato la prova del tempo, circondati da nomi più altisonanti in una tradizione letteraria affollatissima di cui finiamo ovviamente per conoscere solo una minima parte, ma che spesso cela piccoli tesori che vale la pena recuperare. Nel caso di Gissing l’interesse che ha investito il personaggio e la sua opera è storia recente quando, negli ’70 del Novecento, un professore francese affascinato dal personaggio decise di raccogliere scritti vari e lettere, molti dei quali inediti o non più in commercio da molto tempo. Ne è nata una felice riscoperta, soprattutto nei paesi anglofoni, di un autore prolifero e attento osservatore della società contemporanea e delle sue contraddizioni che oggi viene ricordato soprattutto per due romanzi considerati esemplari della sua scrittura quali New Grub Street e The Odd Woman. Purtroppo la fortuna di Gissing in Italia è andata scemando, poche opere sono state tradotte e molte di queste sono nel tempo uscite dal mercato, curiosamente non esiste traduzione di The Odd Woman, mentre New Grub Street si trova ormai solo in formato ebook (edito da Fazi editori); chissà che quindi qualche editore non accetti la sfida di ridare mercato ad un autore il cui punto di vista -condivisibile o meno- sulla società inglese di fine Ottocento ha ancora oggi un potenziale interessante.

Il nemico indomabile: vita e morte nell’outback australiano di Jane Harper


L’uomo perduto
di Jane Harper
traduzione di Claudia Valentini
Bompiani, 2020

pp. 432
€ 19,00 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)
Facendo correre le dita sulla pietra liscia si riusciva a cogliere una parte della data incisa sulla lapide. Uno, otto e nove, 1890 e qualcosa, forse. Solo tre parole si leggevano ancora. Erano state scolpite in basso, in un punto riparato dagli elementi. O forse erano state incise più in profondità fin dall’inizio; un messaggio ritenuto più importante della persona. Si leggeva:

che si smarrì. (p. 7) 
Sin dalle prime pagine, due sensazioni si stagliano ben concrete davanti agli occhi del lettore: la prima è che ci ritroviamo davanti un thriller ben costruito, la seconda è che avremo a che fare con un personaggio “occulto” che, dall’inizio alla fine, accompagnerà le sorti della famiglia Bright.

giovedì 26 marzo 2020

"Io e te": un potente romanzo di formazione che vale la pena di riscoprire anche in forma di audiolibro

Io e te
di Niccolò Ammaniti
Letto da Sergio Albelli
Regia di Flavia Gentili
Emons audiolibri, 2018

Tempo di ascolto: 2h 32m
€ 14,90 (cd)
€ 8,94 (file mp3)

Le cose, una volta pensate, che bisogno c'è di dirle?
Il mio primo approccio con Niccolò Ammaniti lo ricordo benissimo. Andavo alle scuole medie (forse in seconda) e la prof di italiano ci fece vedere in classe un film entrato di diritto nella mia personalissima top ten: Io non ho paura (2003).
La pellicola aveva la regia di Gabriele Salvatores ed era basata sull'omonimo romanzo dello scrittore romano (Einaudi, 2001), che lessi avidamente appena dopo aver amato ogni singolo fotogramma del film.
Da allora Niccolò Ammaniti è divenuto uno dei miei autori italiani contemporanei preferiti, tanto da spingermi a leggere ogni suo romanzo. Ovviamente non amo tutti i suoi scritti allo stesso modo, ma tra quelli che mi hanno conquistata c'è stato sicuramente Io e te (Einaudi, 2010).
Appena saputo che la Emons ne aveva fatto un audiolibro letto dall'attore toscano Sergio Albelli mi sono fatta prendere dalla frenesia di ascoltarlo, e le aspettative non sono state deluse.
«Lorenzo tu sei come le piante grasse, cresci senza disturbare, ti basta un goccio d'acqua e un po' di luce».

mercoledì 25 marzo 2020

#Lectorinfabula. La salvezza va guadagnata: "Le avventure di Pinocchio" di Carlo Collodi

Le avventure di Pinocchio
di Carlo Collodi
Ronzani Editore, 2019

Figure di Mario Francesconi

pp. 286
€ 22,00 (cartaceo)


Tre erano i cartoni animati Disney che da bambina mi terrorizzavano: Alice nel paese delle meraviglie, Peter Pan e Pinocchio. Le atmosfere, la sensazione di solitudine e i colori scuri agivano sulla mia psiche infantile e, benché avessi tutte le videocassette, non riguardavo mai questi tre titoli. Il trauma infantile ha evidentemente inciso anche sulle mie scelte di lettura perché ho recuperato i romanzi di Lewis Carrol e James Barrie solo in età adulta ed entrambi hanno confermato il senso di disagio e inquietudine. L'ultimo che mi mancava era Pinocchio di cui avevo solo un nitido ricordo della faccia del Postiglione che tratta con il Gatto e la Volpe per portare Pinocchio nel Paese dei Balocchi: un viso rosso e dal sorriso demoniaco che facevano sentire odore di zolfo anche nella tranquillità della propria cameretta.
In occasione della ristampa dell'opera da parte di Ronzani Editore, corredata dalle figure dell'artista Mario Francesconi, ho potuto colmare anche questa lacuna della mia infanzia, riguardando anche il film Disney per avere un confronto fresco.

#LectorInFabula - JK Rowling e la magia pronta all'occorrenza

Animali fantastici e dove trovarli. Screenplay originale
di JK Rowling
Salani, 2017

pp. 278
€ 12,90

Traduzione di Silvia Piraccini
Grafica, illustrazioni e copertina di Minalima

La quarantena pesa, in questa primavera incipiente e troppo carica di fiori che si guardano solo dal balcone. È allora forse il momento di ritrovare, tra le mura domestiche, un po’ di magia. Ho tenuto da parte finora Animali fantastici e dove trovarli. In parte perché avevo già visto il film e immaginavo, correttamente, che tra lo screenplay originale e la pellicola vi fossero poche differenze; in parte per un certo sottile sospetto nei confronti di questi nuovi prodotti editoriali della Rowling, questi copioni/sceneggiature che possono sembrare, prima di affrontarli effettivamente, solo pallidi riflessi della grande saga ormai conclusa. Eppure, come già era avvenuto per Harry Potter e la maledizione dell’erede (recensito da Giulia qui), la prova della lettura stempera qualsiasi pregiudizio. Perché, in questo come in quel caso, la meraviglia di trovarsi catapultati in un mondo altro, di evadere completamente dalla quotidianità ritrovando volti, e luoghi, e creature, e incantesimi noti, travolge ogni resistenza e ti fa sentire un po’ più giovane, un po’ più ingenuo, un po’ più libero

martedì 24 marzo 2020

La verità è un gioco enigmistico: "L'incontro" di Vincenzo Cerami

L'incontro
di Vincenzo Cerami
Garzanti, 2020

Prefazione di Stefano Bartezzaghi

1^ edizione: 2004
pp. 256
€ 14 (cartaceo)
€ 8,99 (ebook)


Immaginate uno stimato professore della Sapienza, circondato dal suo gruppo di collaboratori e assistenti. Un giorno, all'improvviso, l'uomo sparisce, lasciando dietro di sé strani sospetti: forse un suicidio? O una scomparsa deliberata?
Per poter ritrovare l'uomo e dunque realizzare l'incontro del titolo, è necessario far partire delle ricerche, ma non tanto da parte della polizia, ma da parte di chi conosce a fondo... l'enigmistica. Persino i suoi amici e sodali non immaginano il trucco del professor Sandro Bulmisti: gli indizi più utili per ritrovarlo sono contenuti nella rubrica "Chi cerca trova", nella rivistucola di giochi enigmistici che lui e gli altri preparano a tiratura limitata dopo il lavoro in ateneo. Infatti, a prima vista, quella stramba poesia firmata "Il nastro di Möbius" sembra un nonsense, nessuno vi attribuisce importanza, finché Ludovico, un ragazzo appassionato di enigmistica e sufficientemente "nerd" da incaponirsi su questa sfida, lascia tutto, persino la sua città, litiga con la ragazza che ama, Mara, pur di andare a caccia della soluzione. 

Tra ricerca e perdizione di sé: Ian Castello-Cortes ci porta nei luoghi di Jean-Michel Basquiat

Cercasi Basquiat disperatamente
di Ian Castello-Cortes
traduzione di Daniela Magnoni
L’ippocampo, 2019

pp. 128
€ 12,00 (cartaceo)


Dalle stalle alle stelle e ritorno: potrebbe essere questo uno dei modi per raccontare la vita e la carriera del pittore Jean-Michel Basquiat (New York, 22 dicembre 1960 – 12 agosto 1988), astro precoce e radiantissimo del firmamento americano destinato a brillare di luce sfolgorante e a spegnersi troppo presto con la più irreversibile delle implosioni. Come per molti personaggi famosi tristemente iscritti al “Club 27”, anche questo enfant – tanto prodige quanto terrible – se ne andò dal mondo senza avere compiuto i trent’anni; forse, chissà, perché “caro agli dei”, e certamente perché vittima dei suoi stessi demoni. Ian Castello-Cortes gli ha dedicato un volume – Cercasi Basquiat disperatamente, pubblicato nella sua versione italiana da L’ippocampo – con l’intenzione di ripercorrerne vita privata e carriera in senso topografico. Un approccio che non prevede chissà quali spostamenti in giro per il mondo, a dire il vero, e che anzi, nell’aggirarsi sostanzialmente tra quartieri metropolitani, locali notturni, gallerie d’arte e musei restituisce l’essenza di una biografia al limite del claustrofobico, una storia molto made in USA lontana intere galassie dalle atmosfere edeniche naturali tipiche delle originarie isole haitiane.

lunedì 23 marzo 2020

Il Salotto - "La lingua che ti ricorda di cosa sei fatto": una conversazione con Daniele Mencarelli

Ho letto Tutto chiede salvezza (trovate qui la recensione) prima che venisse resa nota la selezione dei dodici titoli per lo Strega. L’amore è stato totale quanto incondizionato, e subitaneo, così come il desiderio di approfondire gli spunti offerti dal romanzo parlandone con l’autore. Non avevo mai sentito parlare di lui, non ho (ancora) letto il romanzo precedente, quindi il mio è stato un moto irruente, un impulso generato dalla pura forza della scrittura, che per ore mi ha tenuta avvinta alla pagina. La stessa forza trascinante ho percepito nel momento della nostra conversazione telefonica: Daniele Mencarelli mi ha accolta con un’immediatezza che ha scardinato tutte le mie domande, la mia scaletta ben confezionata. Ha aperto finestre su panorami inaspettati, ha lasciato fluire la parola senza sentire la necessità di imbrigliarla, con insperata generosità. Ma soprattutto, cosa mai successa, ha iniziato la sua intervista chiedendomi di me. In queste giornate lunghe e strane, paralizzate e in qualche modo sospese, voleva sapere come il nord Italia, il posto in cui vivo, sta affrontando l’emergenza, come stiamo, cosa pensiamo. E il Covid-19, come spesso in questi ultimi tempi, si fa presto metafora per parlare di istanze forse ancora più urgenti:

“Vivere la vita in perenne equilibrio precario non è per me una novità legata al coronavirus; purtroppo, senza sceglierlo, io ho investito la vita intera sulla consapevolezza che non tutto sia per sempre, sul tema del significato, della salvezza, sull’idea di vivere su questa soglia in cui quello che per tanti altri sembra immobile e invincibile è invece fragile (la vita stessa, quello che si ama, il mondo). Per me, vedere da parte di tutti una rinnovata attenzione rispetto a quello che siamo veramente come essenza, come natura, è l’unico elemento che mi fa sperare, perché può essere una grande occasione per tornare in maniera un po’ più profonda e attenta a ragionare su noi stessi. Vedere che tornano a girare riflessioni che non si facevano più, sul fatto che tutto è precario e la vita va vissuta in maniera straordinariamente eccezionale, perché ogni istante deve essere quello da mettere a frutto, mi fa ben sperare che magari ne usciremo leggermente migliorati.”

Le viaggiatrici del Grand Tour, acute osservatrici del mondo: uno studio di Attilio Brilli con Simonetta Neri

Le viaggiatrici del Grand Tour. Storie, amori, avventure
di Attilio Brilli, con Simonetta Neri
Il Mulino, febbraio 2020

pp. 243
€ 16 (cartaceo)
€ 11,43 (ebook)



Chi ha detto che a compiere il Grand Tour fossero solo gli uomini? Tanti manuali. Invece, non è così: certo, gli uomini erano in numero nettamente maggiore, ma le storie delle viaggiatrici ci sono, e sono decisamente variegate. Nel percorso tracciato dal vivace saggio di Attilio Brilli con Simonetta Neri, che abbraccia viaggi dal 1757 al 1845, le donne spesso si sottraggono al loro ruolo di madri e mogli per andare alla scoperta del mondo. All'inizio è difficile per loro ottenere una libertà nel tracciare resoconti scevri dal pregiudizio, ma poi, «poste in grado di comunicare le loro idee trasfondendole in lettere, diari e manuali, le donne hanno espresso tutta la loro originalità di visione, di analisi, di interpretazione e di giudizio» (pp. 11-12), e lo vediamo bene, leggendo passi sintetizzati o loro virgolettati. Nel corso del Settecento viaggiare per una donna comporta un atteggiamento di sfida, mentre poi il viaggio piega verso il turismo che conosciamo oggi. Se solo chi aveva qualche malattia, "malattia di petto", era giustificata a viaggiare, in realtà quasi tutte le viaggiatrici trattate vivevano la partenza come un'occasione per smarcarsi dal loro presente e, qualche volta, dal passato. 

domenica 22 marzo 2020

Le stagioni, l'eternità della natura, la vita quotidiana, la fragilità dell'uomo: un viaggio nelle stampe di Hokusai, Hiroshige e altri maestri giapponesi

Hokusai. Hiroshige.
Le stagioni viste dai grandi maestri della stampa giapponese
L'Ippocampo, marzo 2020

A cura di Amélie Balcou
Traduzione dal francese di Margherita Botto

Cofanetto
pp. 226 (leporello) pp. 48 (opuscolo)
€ 19,90 (cartaceo)


Un gioiello. Per estetica e per contenuti. Il volume di recente pubblicato da Ippocampo – casa editrice specializzata in chicche come questa – dedicato alle stagioni nelle stampe dei maestri giapponesi, è un oggetto meraviglioso, un libro-feticcio per tutti gli appassionati di arte dal Sol Levante.
Come altri volumi simili di questa serie, il cofanetto in cartoncino si compone di due volumi: un piccolo ma accurato opuscolo con un saggio introduttivo della curatrice, Amélie Balcou, che accompagna il lettore dentro ogni singola opera selezionata, e un elegante leporello con sessanta stampe. Il primo accorgimento è quello di sfogliare il volume facendo attenzione a rispettare l’ordine di lettura inverso, da destra a sinistra, ma, soprattutto, è consigliabile accompagnarlo alla consultazione dell’opuscolo, così da meglio comprendere le opere presentate.

Ancora sulla musica "colta": Anna Rollando racconta l'arte delle note come scelta di vita

Applaudire con i piedi 2.
Il difficile e meraviglioso mestiere della musica
di Anna Rollando
Graphofeel Edizioni, 2019

pp. 368
€ 21,00



Con quel suo titolo così bizzarro, che citava l’abitudine dei maestri d’orchestra a battere o strusciare le suole delle scarpe sul pavimento per congratularsi con un solista o in risposta a un pubblico particolarmente soddisfatto dallo svolgimento di un concerto o di un’opera, Applaudire con i piedi, edito lo scorso anno da Graphofeel, era un libro a tutti gli effetti “all’incontrario” e “controcorrente”: sia perché partiva dall’explicit per dare inizio a un discorso potenzialmente lunghissimo – quello sulla musica cosiddetta colta – sia perché sfidava l’antico pregiudizio in stile chebarbachenoiachenoiachebarba da sempre in ballo a proposito del mondo della classica e della lirica. La sua autrice, Anna Rollando, sapeva il fatto suo: da musicista pura e da esperta di didattica musicale aveva dato vita a un libro perfetto per attirare l’attenzione dei lettori (e ascoltatori) più distratti e per conquistare anche quelli più scettici, sfatando uno ad uno i falsi miti frutto di quella che si potrebbe definire né più né meno che un’ignoranza di lungo corso. Tuttavia, non contenta del risultato – o meglio: consapevole di quanto ancora ci fosse da dire su un argomento così esteso – ha pensato bene di dare continuità al suo pensiero: Applaudire con i piedi 2, pubblicato dalla medesima casa editrice, rappresenta difatti la seconda tranche di una trattazione che presa nel suo complesso assumerebbe proporzioni enciclopediche, e che stavolta si pone come principale scopo la risposta a un’annosa questione: «Fare musica è davvero un mestiere? O rimane sempre e solo un piacevole passatempo?».

sabato 21 marzo 2020

«La rotta delle nuvole»: l'atto poetico di Peppe Millanta

La rotta delle nuvole
di Peppe Millanta
Ediciclo editore, 2020

pp. 96
€ 9,50 (cartaceo)
€ 4,99 (ebook)

Le nuvole non hanno una forma, eppure contengono tutte le forme del mondo. Per definirle dobbiamo paragonarle ogni volta ad altro. Dobbiamo sforzarci di trovare somiglianze, assonanze, similitudini, se vogliamo anche solo indicarle. Per questo sono l’elemento naturale che più si avvicina alla metafora e al discorso metaforico. Sono, potremmo dire, l’atto poetico della natura. (p. 36)
È su questa associazione un po’ azzardata ma decisamente creativa che si concentra il breve saggio di Peppe Millanta, già affacciatosi nell’ambiente letterario con quel Vinpeel degli orizzonti (Neo edizioni, 2018) che tanto ha fatto parlare di sé (e anche io ne ho parlato qui fra le pagine di Critica Letteraria).
Rivolgendosi direttamente al lettore con tono amichevole e fraterno, Millanta si concede il massimo della libertà. Sa di non dovere niente a nessuno e che non ha bisogno di fondamenta scientifiche per costruire associazioni, improvvisare collegamenti, spaziare fra scienza, religione e letteratura tenendo il piede in tre scarpe. Il suo è un atto poetico, appunto, ma anche di ribellione metaletteraria: Millanta intende narrarci qualcosa e insegnarci qualcos’altro ma lo fa senza salire sulla cattedra e senza scendere nei laboratori. Decide di optare per questa terza via, tagliando trasversalmente tutto l’ambiente accademico e fregandosene dell’effettivo stato delle cose, e nel farlo è ben conscio di star affiancando nomi storici e nomi biblici senza alcuna pretesa di verità: l’Adamo da lui evocato in qualità di legislatore universale – colui che, per concessione divina, assegna i nomi alle cose tutte – non è il vero Adamo della Genesi né tantomeno una precisa figura storica, bensì un insieme di figure che non hanno titolo né presenza nel palcoscenico dell'umanità e che, rappresentando piuttosto i primi Sapiens agli albori della civiltà, attraverso la fuoriuscita di fiato dai propri corpi hanno cominciato a indicare le cose intorno e a dar loro un’identità. Nominare le cose è possederle, dopo tutto, anzi di più: dominarle.

Parole attorno a un tavolo: "Il pranzo di Babette" e "La storia immortale"

Il pranzo di Babette e La storia immortale
di Karen Blixen
Emons edizioni

Traduzione di Paola Ojetti
Letto da Laura Morante

Durata 3h e 51 min

€ 12,90 (cd)
€ 7,74 (mp3)

La sensualità del cibo e il potere delle parole. Da una parte, una cuoca francese che si ritrova a vivere in una sperduta località tra i fiordi norvegesi, costretta a cucinare piatti come la zuppa di pane e birra; dall'altra uno spregiudicato commerciante, ormai vecchio e costretto a letto dalla gotta, che cerca di curare la sua insonnia e redimere la sua vita mettendo in scena una vecchia leggenda di marinai. Babette, in Norvegia, organizza una cena come mai se ne sono viste nella morigerata comunità; il signor Clay, in Cina, gioca con le storie del mondo con l'arroganza di chi pensa di comprare tutto con il denaro.
Letti da Laura Morante, i due racconti di Karen Blixen mostrano quanta trascendentalità si può nascondere in due delle azioni più antiche e semplici del mondo: mangiare e raccontare storie.