sabato 19 settembre 2020

Le nuove Judy possono contare su Sallie McBride: "Caro nemico" di Jean Webster

jean webster caro nemico
Caro nemico
di Jean Webster
Caravaggio editore, 2020  

Edizione a cura di Enrico De Luca
Traduzione di Miriam Chiaromonte

pp. 360
€ 16,90 (cartaceo) 
€ 7,49 (ebook)


Ci sono altre tre ragazze sullo stesso piano della torre... una Studentessa dell'ultimo anno che indossa gli occhiali e che ci chiede in continuazione di fare per piacere un po' più di silenzio, e due Matricole che si chiamano Sallie McBride e Julia Rutledge Pendleton. Sallie ha i capelli rossi e un naso all'insù ed è abbastanza amichevole. (Papà Gambalunga, p.32)
Così ci viene presentata Sallie McBride dalle parole di Judy Abbott mentre scrive a papà Gambalunga (qui potete trovare la recensione) del suo arrivo al college. Dal cartone animato ce la ricordiamo con gli occhiali (come vuole la tradizione degli anime per i personaggi bravi a scuola), per nulla snob e supponente come Julia e animata dai migliori sentimenti di amicizia per Judy. La nostra conoscenza della storia - almeno, quella di chi sta scrivendo - si fermava al cartone animato senza sospettare che ci fosse un seguito al romanzo epistolare di Jean Webster e, meno che mai, che in questo seguito prendesse la parola proprio Sallie. La giovane viene infatti convinta e, in qualche modo, strappata alla sua "frivola" esistenza per assumere un ruolo delicato e complesso: la gestione dell'istituto John Grier dove Judy (all'epoca ancora nota come Jerusha) ha trascorso la sua infanzia.

"Piccoli atti lussuriosi" tra (due o più) adulti consenzienti e finanche innamorati: così è il sesso illustrato da Simon Frankart e raccontato in prima persona dal pubblico di @petitesluxures

Petites Luxures.
Storie intime
illustrazioni di Simon Frankart
traduzione di Fabrizio Ascari
L’ippocampo, 2020

pp. 108
€ 15,00 (cartaceo)


Contenuti vagamente erotici o semplicemente pornografici on line? Niente di più semplice da reperire. Qualche click strategico su tastiere, tablet e smartphone… et voilà: l’imbarazzo, ormai, pare essere soltanto quello della scelta. Vero è, tuttavia, che anche in rete “il sesso in sé e per sé” può ben essere un focus senza necessariamente rifarsi a canoni di realismo e iperrealismo a uso e consumo di un’utenza dall’eccitazione fuori misura e senza orario. Ciò accade nel caso dell’illustrazione a tema, per esempio. Più nello specifico, in quella di Simon Frankart. Il nome vi risulta nuovo? Forse lo sarà meno quello della sua pagina Instagram: @petitesluxures. Per la gioia di poco meno di 1,5 milioni di followers, difatti, dal 2014 “Piccoli Atti Lussuriosi” si dedica alla fenomenologia dei corpi in amore con uno stile unico e molto francese, trattando l’universalità del desiderio con l’essenzialità della linea e di un nero su bianco appena ravvivato da rare incursioni di colore. Un successo sempre crescente che ha ottenuto ben presto il plauso e la confidenza di una grande quantità di utenti. Al punto che un paio di anni fa, con la promessa di dargli un’interpretazione grafica ad personam, lo stesso fondatore ha osato chiedere a lettori e lettrici di condividere con lui il racconto di un episodio memorabile o significativo della propria vita in materia di sex & co. Risultato: gli hanno risposto in centinaia, da tutto il mondo. Così, le cinquanta Storie Intime recentemente pubblicate nella loro versione italiana dalla casa editrice L’ippocampo non sono che una cernita minima di un sondaggio sull’amore (e altri sentimenti variamente incarnati) condotto su scala planetaria.

venerdì 18 settembre 2020

«Scombussolare il tempo, dilatare i giorni, allungarsi la vita»: "Le regole degli amanti", il nuovo romanzo di Yari Selvetella


Le regole degli amanti
di Yari Selvetella
Bompiani, settembre 2020

pp. 320
€ 18,00 (cartaceo) 
€ 10,99 (ebook)


Amami, stupido, che è più divertente, fammi capire se sono importante, abbracciami forte, fammi una promessa, poggiati alla mia coscia e fammi sentire se meriti o no tutte queste chiacchiere, settimane di appostamenti, il cuore in gola, la vita che mi pare di averti già dato, altrove, proprio qui. Anche io ti prometto, siamo abbastanza giovani da poter promettere e abbiamo vissuto abbastanza da sapere che nella vita non c'è altro che l'attesa. Siamo dalla stessa parte, non diciamocelo, la sera sta arrivando, la notte ci renderà irriconoscibili, oggetti tra gli altri della casa, pezzi da inventario. È ancora troppo presto. Viviamo, prima. Un po'. Tutto quello che possiamo. (p. 25)

Quando Iole e Sandro, i due protagonisti e le due voci narranti di Le regole degli amanti, si incontrano, sono entrambi sposati, hanno figli piccoli e un lavoro che assorbe gran parte della giornata. E sono gelosi della loro vita privata. Eppure niente vieta alla passione di divampare: Iole vede ogni domenica Sandro al maneggio, lo osserva cavalcare con maestria, mentre lei è ancora alle prime armi e non può uscire dal recinto. Poi una caduta, il primo scambio di battute, la vicinanza: la passione divampa, ma fin da subito i due hanno chiaro di voler preservare in qualsiasi modo la loro relazione extraconiugale dalla noia. Come fare? Quasi per gioco, stilano le regole degli amanti, esattamente come recita il titolo, e attorno a queste costruiscono anni di relazione. Sono anni in cui, oltre alla passione sempre presente, Iole e Sandro sperimentano un'enorme gamma di sentimenti, e non per forza sono tutti positivi. Una relazione è fatta anche di questo, di una conoscenza dell'altro che può farsi scomoda, inquietante, frustrante, nonché di una accettazione leale e aperta dei difetti e dei vizi dell'altro. 

"Pericolose per sé e per gli altri": la storia delle donne rinchiuse in manicomio tra il 1850 e il 1950


Luride, agitate, criminali
di Candida Carrino
Carocci Editore, 2020

pp. 148
€ 16,00 (cartaceo) 


"Mi avete abbandonata qui per sperdermi ogni traccia di me. Ricordatevi che sono vostra madre e che non meritavo tutto ciò. Nulla feci di male per essere qui condotta [...] Son cinque mesi che sto qui, non basta?"
Maria Vittoria C., vedova di un medico e madre di otto figli, entra per la prima volta in manicomio nel 1929. La richiesta di internamento stilata dal medico si regge sul fatto che la donna dichiara di voler gestire in autonomia e libertà la propria vita sessuale, contravvenendo così al codice di comportamento che la società si aspetta da una vedova con figli. Morirà in manicomio tredici anni dopo. 
Rosa R., contadina analfabeta di ventidue anni, viene internata nel 1902 "per aver dato segni non dubbi di alienazione" e di malinconia, con episodi di eccitamento della volontà. La ragazza scappa spesso di casa e si ribella ai genitori. Cinque anni dopo rimane incinta mentre si trova in manicomio e tutti - medici, avvocati, istituzioni - dipingono la donna come ebete, impudica e vittima di una violenza. Nessuno di loro accetta la possibilità che possa avere avuto un rapporto consenziente. Non crescerà sua figlio poiché rimarrà in isolamento fino al 1943. Camilla R., figlia di una madre socialista che l'ha educata all'impegno sociale e alla propaganda politica, conosce una diversa diagnosi: è paranoica. Antifascista, seguace delle idee sovversive ereditate della sua famiglia e "scaltrissima", dimostra di lottare per un ruolo paritario nella lotta politica, è colta e sa scrivere. La sua inquieta parabola la porterà a tornare a casa anni dopo e a ricostruire una vita con i suoi figli ma del periodo di internamento dirà: 
Tutti gli orrori che si sono detti sul manicomio e sul manicomio criminale in particolare, sono veri. (p. 115)

Loro sono solo tre delle tantissime donne che tra il 1850 e il 1950 vissero l'esperienza del manicomio. Candida Carrino, storica e dottore di ricerca in Studi di genere che da anni si occupa di internamento femminile, ha pensato che questi casi andassero raccontati e che non potessero restare dentro le migliaia di cartelle cliniche ammucchiate negli archivi.
Il risultato è Luride, agitate, criminali, un saggio uscito per Carocci editore che ricostruisce, attraverso lo studio minuzioso della documentazione conservata presso diversi archivi storici di ex ospedali psichiatrici italiani, le dinamiche che portavano le donne a essere internate.
Quello che si delinea è un intero sistema che vedeva coinvolte le famiglie, i medici, le istituzioni e che schiacciava le donne in una morsa punitiva. Una caccia alle streghe mascherata da terapia clinico-psichiatrica della quale finivano vittime tutte coloro che venivano considerate violente e minacciose. 

giovedì 17 settembre 2020

"Della gentilezza e del coraggio": un manuale di gentilezza da applicare nel mondo politico e non solo


Della gentilezza e del coraggio
di Gianrico Carofiglio
Feltrinelli, 2020

pp. 128
€ 14 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)
Audiolibro disponibile su Audible


Parafrasando la celebre battuta di un altrettanto celebre e amatissimo film: noi non ci comportiamo con gentilezza e con coraggio perché è una cosa carina. Ci comportiamo con gentilezza e con coraggio perché siamo membri della razza umana (p. 114).
La mia passione per Gianrico Carofiglio ha radici antiche ed è nata grazie a un "incontro" casuale con La regola dell'equilibrio (Einaudi, 2014): anni fa, infatti, comprai praticamente a scatola chiusa questo libro perché avrei dovuto regalarlo in occasione del Natale imminente. Poi non ricordo il perché, ma quel pacchetto rimase a casa mia e così, passate le vacanze, lo scartai e lo lessi.
Ricordo che di lì a poco avrei dovuto sostenere l'ultimo esame del mio corso di laurea (il temibile Diritto processuale penale) e quel giallo giudiziario così ben scritto, così coinvolgente e scorrevole costituì per me il miglior ripasso della materia che avrei mai potuto fare.
Da lì mi informai sull'autore, un magistrato pugliese del quale sino ad allora avevo sentito parlare, ma al quale non avevo mai prestato la dovuta attenzione. Scoprii così che aveva esordito nella narrativa (dopo pubblicazioni tecniche nel settore giuridico) proprio con una storia avente per protagonista il malinconico avvocato Guido Guerrieri (Testimone inconsapevole, Sellerio, 2002), e così corsi a recuperare tutti i suoi racconti.
Da allora ogni volta che Carofiglio ha pubblicato qualcosa, ogni volta che è intervenuto in televisione o ha partecipato a qualche evento letterario, ho fatto in modo di poter leggere o ascoltare le sue parole, sempre così pacate ma splendidamente centrate.
Non fa eccezione Della gentilezza e del coraggio. Breviario di politica e altre cose (Feltrinelli, 2020), un saggio breve ed agile nel quale l'autore analizza con lucidità e schiettezza le modalità attraverso le quali si possono esprimere pacatamente le proprie opinioni non solo in politica, ma anche nella vita di tutti i giorni.

Gli opposti non solo si attraggono, ma intrecciano le loro vite, i desideri e i dolori: "Una grande storia d'amore", di Susanna Tamaro


Una grande storia d'amore
di Susanna Tamaro
Solferino, 17 settembre 2020

pp. 288 
€ 16,15 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)


Cos'è, in fondo, una grande storia d'amore? Viene da chiederselo davanti a un titolo così importante, che potrebbe di primo acchito sembrare banale. In realtà, è un titolo fortemente evocativo, onirico, così vago nella sua apparente semplicità da nascondere due trappole: in primo luogo, quando guardiamo la copertina, leggiamo il titolo e ognuno di noi pensa inevitabilmente a qualcosa di diverso, vuoi per il proprio vissuto, vuoi per le aspirazioni romantiche più o meno presenti. Inoltre, durante la lettura del romanzo ci accorgiamo che il titolo, così generalizzante, abbraccia una notevole complessità di eventi, emozioni, sensazioni che vanno ben oltre l'amore, o forse che lo comprendono. 
Nelle primissime pagine troviamo Andrea, non più giovane, solo su un'isola, nella sua casa in mezzo alla natura: perché la sua Edith non è lì con lui? La natura si sta riappropriando del giardino, le api, che Edith ha sempre curato tanto, sono abbandonate a loro stesse e il silenzio è la nuova dimensione in cui Andrea è costretto a vivere. A questa dimensione della solitudine presente, si alternano ritorni del passato attraverso i ricordi di Andrea: il primo incontro con Edith, quando lui era capitano di un traghetto e lei una ventenne in vacanza con i suoi amici, profondamente diffidente davanti a qualsiasi idea di divisa o di regola. 

mercoledì 16 settembre 2020

La lunga notte di Nives. Il ritorno di Sacha Naspini


Nives

di Sacha Naspini
edizioni e/o, 2020

pp. 133 
€ 15,00 (cartaceo)
€ 11,99 (ebook)



Nives ha sessantasette anni quando resta vedova, dopo che il suo Anteo è caduto a faccia in giù nel trogolo dei maiali. L’incipit è asciutto, come del resto asciutta, scabra, ridotta all’essenziale è sempre la prosa di Naspini. Dopo molti anni passati insieme a un altro, abituata ai suoi rumori, agli odori, a un’intimità viscerale accresciuta dall’isolamento e dal legame forte con la terra, la donna si trova sola. Non versa una lacrima, ma tutto il dolore trattenuto le si accumula dentro, creando una pressione crescente che non ha valvola di sfogo e che sfocia in tremendi attacchi d’ansia notturni.
Che non mi basto? si diceva. Scoprirlo in tarda età era una mazzata che prendeva malvolentieri. Ogni mansione si appesantiva di quell’accento: il fatto non condiviso andava perso. (p. 12-13)
Mentre avvizzisce e smarrisce la lucidità, notte insonne dopo notte insonne, sospeso sopra la testa lo spauracchio di doversi trasferire oltralpe (ma è come dire su Marte), a casa della figlia e del genero, “uno di quei tizi che per spremergli un sentimento bisogna tirargli una coltellata” (p. 10), Nives sente di perdere il controllo sulla vita, e dubita finanche di averne avuta una che potesse dire veramente propria. 

Vita e parole nei giovedì sera di Elvis

seminara i segreti del giovedì sera

I segreti del giovedì sera
di Elvira Seminara
Einaudi, luglio 2020

pp. 200
16,50 (cartaceo)
€ 8,99 (ebook)


L’ultimo romanzo di Elvira Seminara, scrittrice che negli anni ci ha abituato all’intima riflessione sui rapporti umani e sulle sue fragilità (Dall’Indecenza ad Atlante degli abiti smessi, per citarne alcuni), apre una nuova finestra sul percorso personale dell’autrice, in termini stilistici e di ricerca, e sull’apertura del suo sguardo verso l’esterno, pur restando in tema di affetti; stavolta lo sguardo balza fuori dall’orbita dell’io, allargando gli orizzonti verso altri microcosmi, legati dal filo dell’amicizia. 


Proprio nel libro in cui l’autrice compare per quella che è nella vita, una scrittrice che si fa chiamare Elvis, diminutivo di Elvira appunto, e decide di portarci nell’intimità dei luoghi in cui vive, descrivendo riti e angoli che si svolgono nella sua amata città, Catania, ecco che magicamente c’è in realtà un’annullamento del sé a favore del vissuto corale, generazionale quasi. 

martedì 15 settembre 2020

La malattia, l'orrore, la vita: il nuovo libro di Marta Zura-Puntaroni

 

zura-puntaroni-noi-non-abbiamo-colpa
Noi non abbiamo colpa 
di Marta Zura-Puntaroni 
minimum fax, 2020 

pp. 192 
€ 16,00 (cartaceo) 
€ 7,99 (ebook)

 

Se c’è un Dio a cui anziani e infanti sono più vicini è un Dio crudele e primordiale, fatto della parte più autentica dell’essere umano: un Dio egoista che ti rende uguale a lui, che ti fa strappare il giocattolo dalla mano del compagnuccio più gracile, che ti fa sgomitare per avere più spazio sull’ingocchiatoio, così da stare più comodo mentre una nenia cattolica dopo l’altra cerchi, nei pochi anni che ti restano, di guadagnarti il Regno dei Cieli. (p. 60)

Nel 2017, per Altri Animali, recensivo Grande Era Onirica, quello che definivo «un esordio col botto» di Marta Zura-Puntaroni. La trama era semplice e, come dicevo, strettamente funzionale a ciò che la giovane autrice, all’epoca ventiseienne voleva raccontare: vale a dire la storia romanzata della propria depressione (a tal conosco almeno un altro autore contemporaneo che ha voluto trattare lo stesso tema dall’interno, ossia raccontando la propria esperienza: Andrea Pomella, che nel suo L’uomo che trema, Einaudi 2018, espone al pubblico oltre vent’anni di patologia. Anche di lui ho parlato, sempre su Altri Animali).

Alla fine di quella recensione sospendevo il giudizio sull’autrice marchigiana, in quanto il suo romanzo-memoir a un certo punto perdeva i contorni e si dilatava nel tempo, finendo per aggrovigliarsi su se stesso, nello stesso modo in cui i giorni di chi è depresso perdono colore e sembrano non avere fine. Era stato un errore da principiante o una scelta voluta e calcolata?

Da redattrice di Criticaletteraria a redattrice al Festivaletteratura 2020: cinque giorni di stupore e gratitudine

La redazione del Festivaletteratura
in piazza Leon Battista Alberti

Quando ho mandato la mia candidatura, l’organizzazione ci aveva avvertiti: forse il Festivaletteratura del 2020 non avrebbe avuto luogo. Nessuno, all’inizio dell’estate, poteva prevedere cosa sarebbe successo, e tutti erano preparati all’eventualità che, per la prima volta dal 1997, non ci sarebbe stato nessun Festival ad animare la città lombarda sul finire dell’estate. Forse è stato proprio per questo che il Festival che si è appena tenuto ha avuto un sapore diverso dal solito, ricco di gratitudine. E vivere questi cinque giorni con un pass al collo e il laptop nello zaino, potendo contribuire, seppur in minima parte, alla realizzazione di qualcosa che qualche mese fa era impensabile, è stato un assoluto privilegio.  

Cinque giorni del genere non si verificano spesso. Sarà per il Mincio che circonda la città, ma ogni anno a Mantova si crea una specie di dimensione parallela, in cui l’architettura urbana si complementa perfettamente con un contenuto che non si può spiegare in altri termini se non come un omaggio continuo al mondo della letteratura e alla cultura, sotto un’aria elettrica, vibrante di devozione. Una bolla divisa tra palchi e librerie che però di continuo tenta di esplodere, di contagiare il mondo che la circonda. Il Festivaletteratura è la prova che letteratura e mondo sono una cosa sola, e senza l’uno non c’è l’altra.  

Dialoghi mancati di un passato non concluso: “La tarda estate” di Luiz Ruffato

La tarda estate
di Luiz Ruffato
La Nuova Frontiera, agosto 2020

Traduzione di Marta Silvetti

pp. 240
€ 17 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)


«E mi trovo di nuovo qui, riannodati i fili che legano l’inizio e la fine» (p. 15)

È un viaggio a ritroso quello di Oséias, il protagonista e narratore in prima persona del nuovo romanzo La tarda estate dell’autore brasiliano Luiz Ruffato. Un cammino che collega la (sua) fine con l’inizio di tutto. Dopo venti anni di assenza, Oséias torna a Cataguases, cittadina brasiliana in cui è nato e cresciuto. La sua mancanza in paese lo ha trasformato in un fantasma che torna a visitare le persone che facevano parte della sua vita. La domanda ricorrente che gli verrà posta è: «perché sei tornato?». Dopo il divorzio con la moglie e l’allontanamento dal figlio Nicolau, Oséias vive come un nomade tra stanze di motel economici e viaggi in autostrada. Ma è forse la diagnosi di una malattia mortale che lo convince a tornare sui suoi passi, nel luogo in cui tutto è cominciato.

lunedì 14 settembre 2020

#CriticaNera - Il disincanto malinconico della ría di Vigo: "L'ultimo traghetto", di Domingo Villar


L'ultimo traghetto
di Domingo Villar
Ponte alle Grazie, 2020

pp. 640
€ 18,50 (cartaceo)
€ 10,99 (ebook)


I lettori di Domingo Villar hanno dovuto aspettare dieci anni per vedere pubblicata una nuova indagine dell’ispettore Leo Caldas e del suo vice Rafael Estévez. Nel mondo editoriale contemporaneo un decennio è l’equivalente di un’era geologica. Un tempo sufficiente per essere dimenticato anche dall’algoritmo di Google. Ma di questo dettaglio né Villar, né il suo ispettore si sono curati. Il tempo, per loro, sembra essere servito per dare alla luce un romanzo corposo (oltre seicento pagine) e curato fin nei minimi dettagli. Dalla parte del lettore possiamo dire fin da ora che ne è valsa la pena. 

Paragonato in Spagna al sancta sanctorum della negra spagnola, Manuel Vázquez Montalbán, Villar può risultare pressoché sconosciuto al lettore italiano. Per questa ragione è d’obbligo ripercorrere brevemente la sua storia. Nato a Vigo, in Galizia, L’ultimo traghetto è il suo terzo romanzo ed è la terza indagine dell’ispettore Leo Caldas. In Italia è stato tradotto da Ponte alle Grazie il suo esordio letterario, Occhi di acqua (2008), e da Kowalski il secondo La spiaggia degli affogati (2009), che è stato portato sul grande schermo nel 2015 da Gerardo Herrero e Carmelo Gómez. Tutti i suoi romanzi sono ambientati a Vigo e scritti in galiziano, per poi essere riscritti in castigliano dallo stesso autore. Questa è una pratica non comune, ma neanche unica nel panorama letterario e plurilinguistico spagnolo. Per fare un esempio, sempre nell’ambito del romanzo poliziesco, Andreu Martín scrive e riscrive tutti i suoi romanzi in catalano e spagnolo. 

"Il weekend": su cosa scegliamo di nascondere a noi stessi e la maschera che indossiamo


Il weekend
di Charlotte Wood
NN Editore, 2020

Traduzione di Chiara Baffa

pp. 240
€ 18 (cartaceo)
€ 8,99 (ebook)


È esattamente il tempo di un weekend – al mare davanti casa per la precisione – quello che immaginavo ci volesse per godere di questa lettura, dato il numero contenuto delle pagine e considerando, erroneamente, la leggerezza – che ancora una volta mi trovo a ribadire non intendere come superficialità – della storia. Non ho sbagliato i tempi di lettura, in effetti, ma mi sono piacevolmente sorpresa di fronte a un romanzo che si è rivelato ben più interessante, ricco di spunti, riflessioni e punti di vista originali su argomenti in un certo senso familiari, di quanto inizialmente si sarebbe portati a pensare, scorrendo magari velocemente la quarta di copertina o la presentazione del libro. Vero anche che pescando pure a caso nel catalogo NN editore è raro scivolare in qualche delusione e infatti anche questa volta, con Charlotte Wood, una delle più importanti scrittrici australiane contemporanee, la casa editrice milanese ha fatto centro.

Il weekend, con una narrazione puntuale, le vivide pennellate a descrivere luoghi e oggetti, i pensieri e i dialoghi delle protagoniste – tutto magistralmente reso dalla traduzione di Chiara Baffa – cela appena sotto la superficie di apparente leggerezza, un intreccio di trama e spunti di riflessione da cui restare avvinti. Le premesse della storia sono piuttosto semplici: alla scomparsa di Sylvie, Jude, Adele e Wendy, settantenni legate da tutta la vita, si ritrovano nella casa al mare dell’amica, in un lungo weekend che precede il Natale, per svuotarla di oggetti e ricordi, prima che sia messa in vendita. Una perdita che le ha scosse profondamente, mettendo in pericolo il fragile equilibrio della loro stessa amicizia, che senza Sylvie ora, dopo quarant’anni, sembra andare alla deriva, mentre dissapori e personali sofferenze si insinuano fra loro.

[…] Erano state attratte dalle rispettive orbite, era nato l’amore e non si erano più lasciate. Eppure quella forza di gravità si era piano piano affievolita. E adesso vagavano alla deriva. Da quando Sylvie non c’era più, era come se Adele, Wendy e Jude fossero male assortite. (p. 69)

domenica 13 settembre 2020

I "professori" di Marco Lodoli: nove racconti sui rapporti (dis)educativi

I professori e altri professori

di Marco Lodoli
Einaudi, 2003

pp. 125 
€ 9,00 (cartaceo)
€ 6,99 (ebook)


È stato per puro caso che mi sono trovata tra le mani questa raccolta di racconti, poco nota e ormai certamente datata, di Marco Lodoli. I nove brani che la compongono, come del resto l’intero volume, hanno titoli piani, poco appariscenti e spesso puramente descrittivi (“Il professore di storia dell’arte”, “Il mister”, “Un maestro”, “I professori”) e la narrazione spesso trae spunto da un evento minimo e si conclude prima di aver esaurito l’itinerario esistenziale dei suoi protagonisti, come del resto deve accadere in ogni buon racconto. Sono solo frammenti di vita, dell’educatore o dell’allievo, e spesso la scuola è solo un’ombra lontana, non lo scenario principale. Chiunque può essere “maestro”: il padre che, ossessionato dal calcio e dai propri sogni, indirizza le scelte del figlio senza lasciargli alcuna libertà, un gruppo di barboni che in un parco filosofeggia sui massimi sistemi, l’istruttore di scuola guida che non la sua pacatezza apre nuove strade, letteralmente, per una giovane donna innamorata. E poi ci sono gli insegnanti veri e propri, quelli che operano tra le mura scolastiche ma la cui vita non si esaurisce lì. 

Non c'è scadenza per la salvezza: "La seconda vita di Missy Carmichael"

La seconda vita di Missy Carmichael
di Beth Morrey
Garzanti, 2020

Titolo originale: Saving Missy
Traduzione di Stefano Beretta

pp. 333
€ 17,90 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)


La seconda vita di Missy Carmichael si presenta al lettore con un inizio inusuale. Innanzitutto perché la protagonista è una donna di settantanove anni (quindi non proprio la tipica eroina romantica) che, dopo aver già trascorso la maggior parte della sua vita, pare ora congelata in una vecchiaia solitaria e abbastanza mesta: ha perso un marito molto amato con cui segretamente continua a dialogare, ha un figlio che si è trasferito in Australia e una figlia con cui i rapporti sono tesi. Passa il tempo impiegata in attività modeste: la lettura dei necrologi (che “è un rischio generazionale, con i coetanei che cadono uno dopo l’altro, e ogni annuncio è una camera vuota nella mia piccola rivoltella”, p. 13), qualche passeggiata nel parco, la ricerca di attività che la facciano sembrare più attiva di quanto non sia: “alla fine, avevo deciso di andarci, così avrei avuto qualcosa da raccontare ad Alistair. La mia vita era diventata così circoscritta che cominciavo a preoccuparmi che mi considerasse banale” (p. 15). Il secondo elemento curioso è proprio la meta del suo iniziale andare: un laghetto in cui un gruppo di operatori specializzati praticherà un “elettroshock alle carpe”, per poterle più agevolmente spostare altrove. Mentre assiste al curioso, ma anche inquietante spettacolo, Missy ha un mancamento che le apre inaspettatamente delle possibilità: l’incontro con l’irruente Sylvie e con la più rude Angela fa rinascere in lei un dapprima sospettoso, trattenuto, poi sempre più marcato desiderio di socialità.

sabato 12 settembre 2020

Un Don Winslow in tono minore


Broken
di Don Winslow
HarperCollins (2020)
traduzione di Alfredo Colitto e Giuseppe Costigliola

pp. 529
€ 20 (cartaceo)
€ 12,99 (ebook)

Non è che sia passato molto dalla sua trilogia, dal terzo migliaio di pagine de Il confine che ha sigillato l’epopea gravitante attorno alla sfida tra Art Keller e Adan Barrera. Ricordo, giusto per inciso, gli altri due titoli, in ordine cronologico: Il potere del cane e Il cartello. Don Winslow, con questa capacità di appassionare grazie alla proposta di una letteratura commerciale di qualità, s’inserisce a pieno titolo nei primi posti, diciamo pure nel podio, di quel filone gringo-latino-criminale che imperversa nel romanzo, in molte serie televisive, nei film. È il trend attuale, magari passerà, e le storie americane torneranno a proiettarci su altre latitudini: dal confine sul Rio Grande dove imperversa la cocaina a… che ne so… l’affarismo di Wall Street o l’integrazione, più o meno sofferta, degli ebrei.
Improvvisamente, a distanza di un anno dall’epilogo di quelle tremila pagine, frutto di un lavoro ventennale – sì, avete capito bene, 20 anni – arrivano sei racconti, o romanzi brevi, ma non starei a sottilizzare come peraltro fa la prima pagina interna di questa edizione. Chiamateli come meglio credete, dopo averli letti sia chiaro. 

Amori, tradimenti e sete di potere alla corte imperiale giapponese: "Namamiko. L'inganno delle sciamane" di Fumiko Enchi


Namamiko. L’inganno delle sciamane

di Fumiko Enchi
Safarà Editore, dicembre 2019


Traduzione di Paola Scrolavezza

pp. 236
€ 18,50 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)



Fumiko Enchi (1905-1986) è stata una celebre scrittrice giapponese. Ha esordito come drammaturga, divenendo poi una delle voci letterarie femminili più importanti del suo Paese. Le donne sono le principali protagoniste dei suoi lavori. Profonda e raffinata conoscitrice della cultura e dei testi classici della tradizione giapponese (il padre fu un famoso accademico di Giapponese classico), Fumiko Enchi fu una delle prime donne a vincere il prestigioso premio letterario giapponese Noma Literary Prize.
Namamiko. L’inganno delle sciamane venne pubblicato per la prima in Giappone nel 1965, mentre in Italia è stato editato per la prima volta dalla casa editrice Safarà nel 2019 con la traduzione di Paola Scrolavezza.
Il romanzo racconta la storia d’amore del giovane imperatore Ichijo e della sua prima consorte Teishi e delle trame per separarli del primo cancelliere Michinaga.

venerdì 11 settembre 2020

La Roma sparita di Laudovino De Sanctis nell'ultimo romanzo di Aurelio Picca



Il più grande criminale di Roma è stato amico mio
di Aurelio Picca
Bompiani, 2020


pp. 256
€ 17,00 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)

 

Non mi sono mai sposato. Non ho figli. Anzi, molto giovane mi nacque una bambina. Di figli avrei potuto averne molti. Però le donne hanno abortito. (p. 11)

 Dopo aver terminato questo romanzo, non ho potuto fare a meno di cercare l’autore su Google e YouTube. Mi sono goduto un paio di interviste in cui Aurelio Picca parlava di quello che sembra essere il suo argomento preferito – che un po’ è anche il mio, e infatti non ho esitato a gettarmi a capofitto in questa lettura – vale a dire la città di Roma. Roma che, con la sua storia infinita, il suo passato glorioso e il suo presente meno memorabile, resta un sogno per tutti, anche se a volte è un incubo per chi ci vive.

Ebbene in quelle due interviste era palpabile nelle parole e negli sguardi di Picca tutto l’amore e l’odio che quest’uomo prova per questa città. Un amore sconfinato per le vie maestose del centro, ma anche per i vicoli delle periferie; un odio smisurato per le condizioni in cui, secondo lui, versa la Città eterna.

Quello stesso amore e quello stesso odio sono rinvenibili nel suo ultimo romanzo. L’amore, questo sentimento potentissimo e ingovernabile, si mescola in ogni singola pagina con un altro sentimento altrettanto potente e altrettanto dominante, ossia la nostalgia. La Roma di cui parla Picca è una “Roma sparita”: l’autore stesso accenna a quei quadri che ogni tanto si trovano negli androni nei palazzi, nei negozietti del centro, nei ristoranti, che ritraggono una fontana di Trevi, una piazza Navona, una via dei Fori Imperiali colme di carretti, mendicanti e bambini intenti a divertirsi con giochi appartenenti a un altro mondo.

Barcellona, il XIX secolo, e libri, libri ovunque: "L'amante di Barcellona" di Care Santos


L'amante di Barcellona
di Care Santos
Salani, 3 settembre 2020

Traduzione di Laura Marseguerra

pp. 672
€ 19,80 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)


Immaginate un romanzo fiume, in cui passano tante vite, emozioni, vicende, mentre infuria la Grande Storia: che cosa può unire tutti questi personaggi? I libri: c'è chi li ama visceralmente, come ogni bibliofilo, al confine tra passione e ossessione; c'è chi li commercia, chi li ruba, chi li scrive, chi li baratta, chi li restituisce, chi li riordina, chi ne fa preziosa merce di scambio. Nel suo nuovo romanzo, L'amante di Barcellona, appena uscito per Salani, Care Santos intreccia una storia impossibile da riassumere accuratamente. Quando si giunge all'ultima pagina del romanzo, ci si chiede: bene, e adesso da dove parto a recensirlo? Sì, perché la quantità di eventi narrati è tanto stordente, quando ci si pensa alla conclusione, quanto è piacevole e scorrevole mentre si legge il romanzo. Dunque, preferisco cercare di darvi un'idea della sinossi, senza addentrarmici troppo, o non ne uscirei se non tra qualche decina di pagine. 

giovedì 10 settembre 2020

Nella balena: una storia di «canto, di abisso, di poesia»


Nella balena
di Alessandro Barbaglia
Mondadori, 2020

pp. 228
€ 17 (cartaceo)
€ 8,99 (ebook)

 

Siamo sempre e solo il risultato degli incontri che facciamo. Siamo sempre e solo la storia delle nostre storie d’amore. (p. 156)
Alessandro Barbaglia è un abilissimo cantastorie. Un libraio-poeta, che incidentalmente scrive romanzi, tutti attraversati da quella vena lirica, pervasi da un’immaginazione vivace e un confine sempre più labile fra realtà e finzione, spunti storici e ispirazione letteraria. Questo suo ultimo romanzo, Nella balena, edito come sempre da Mondadori, è Barbaglia all’ennesima potenza e più di ogni altro rifugge etichette e rigide classificazioni. Per me, che sono decisamente ancorata al realismo, alle scritture minime, essenziali, ogni libro di Barbaglia è una sfida e uno slancio verso qualcosa di ignoto, una libertà di immaginazione e voli empirici attraverso le parole con cui l’autore sa sempre magistralmente giocare. Arrivati qui, al terzo romanzo che leggo, riconosco alcuni tratti della scrittura di Barbaglia in quello che a mio avviso è il suo libro più interessante, maturo, che si poggia su una struttura narrativa solida in cui si intrecciano due storie, due piani temporali distinti e una serie di tematiche e spunti differenti, che trovano in qualche modo alcuni punti di contatto. Su tutti, Goliath, la balena. Barbaglia gioca con uno dei simboli più amati dalla letteratura occidentale, magnificamente reso nel capolavoro di Melville ma di cui la narrativa è ricchissima, riprendendo un certo immaginario del mistero, del fascino che questi grandi mammiferi suscitano nell’uomo e nei lettori, ergendolo a simbolo, custode di imperscrutabili verità e segreti, e riuscendo a creare la propria versione originale, in cui i rimandi letterari sono un omaggio all’interno di una narrazione del tutto nuova, fresca e avvincente.