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Cos'è veramente il Paradiso? Con “Il Regno e il Giardino” di Giorgio Agamben, riscopriamo i dogmi della religione in un'analisi scrupolosa che non lascia niente al "caos".

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Il Regno e il Giardino
di Giorgio Agamben
Neri Pozza, aprile 2019

pp. 120
€14.50 (cartaceo)


In Il Regno e il Giardino Giorgio Agamben affronta una delle tematiche più evocative e fondanti dell'immaginario occidentale, il Paradiso terrestre, sottraendola tanto alla sua iconica lettura edificativa quanto al suo simbolismo religioso. Il giardino dell'Eden diventa quindi oggetto di studio volto a rappresentare un dispositivo concettuale attraverso cui interrogare la natura umana, il rapporto con il peccato, e soprattutto, la frattura tra la sua origine e il fine che attraversa la tradizione cristiana. Agamben parte da una genealogia linguistica e teologica del termine paradiso, mostrando come esso non indicasse in origine un'astrazione spirituale ma uno spazio concreto e delimitato. 

La storia della parola "paradiso", che ci suona così familiare, è una vicenda di prestiti da una lingua all'altra, quasi che il termine straniero fosse per qualche ragione ogni volta ritenuto intraducibile o si volesse a ogni costo evitare il suo ovvio equivalente. Il termine greco paradeisos, che il latino trascrive com e paradisus e che compare per la prima volta in Senofonte, è infatti, secondo i lessici, un calco dall'avestico pairidaeza che designa un ampio giardino recintato (pairi significa "intorno" e daeza "muro"). (p. 11)

É da questa separazione originaria che prende forma una lunga tradizione interpretativa in cui il Paradiso viene progressivamente allontanato dall'esperienza umana. trasformandosi prima in perdita irreparabile e poi in promessa differita. Il saggio segue questa linea di scissione attraversando la teologia classica e medievale, con particolare attenzione alla dottrina agostiniana del peccato originale, che Agamben legge come uno snodo centrale e decisivo nella costruzione di un'idea di natura umana irrimediabilmente corrotta. In questa prospettiva, l'espulsione dal Giardino non è solo un evento narrativo, ma un trauma che condanna l'uomo a una felicità sempre rinviata, mai pienamente accessibile sulla Terra.

L'autore si interroga su uno dei nuclei più persistenti del suo pensiero: il rapporto tra teologia, politica e destino dell’uomo. Il testo è breve, concentrato, ma tutt’altro che semplice. Non è infatti né un libro divulgativo né un saggio pensato per accompagnare il lettore con gradualità: Agamben presuppone una familiarità con la tradizione filosofica e teologica e questa lettura offre un notevole spiraglio a un'apertura interpretativa.

Il Regno e il Giardino evocati nel titolo non sono soltanto immagini bibliche, ma strutture simboliche che attraversano la storia dell’Occidente. Il Giardino dell’Eden, spazio dell’origine e della prossimità con il divino, e il Regno, luogo dell’ordine e della promessa escatologica, diventano per Agamben due poli attraverso cui leggere la frattura che segna la modernità. Il saggio si muove infatti su un piano dichiaratamente escatologico: non nel senso di una profezia apocalittica, ma come riflessione sul fine, o meglio sulla perdita di un orientamento ultimo capace di dare senso all’agire umano.

Uno degli aspetti più interessanti, e più spiazzanti, del libro è proprio questo: Agamben non difende la religione in quanto tale, né propone un ritorno nostalgico al sacro. Al contrario, osserva con lucidità come le categorie teologiche abbiano continuato a operare anche quando la fede si è ritirata. Il risultato è un vuoto paradossale. Contro la tradizione agostiniana, il filosofo recupera letture alternative, da Dante a Eriugena, in cui il Paradiso terrestre non è collocato esclusivamente nel passato o nel futuro, ma pensato come dimensione immanente, legata all'agire umano e alla possibilità di una felicità terrena. Il Giardino e il Regno non appaiono così come poli inconciliabili, ma come figure che si richiamano reciprocamente, mettendo in discussione la rigida separazione tra natura e grazia. 

Il Regno e il Giardino è un saggio breve che non concede sintesi semplificative. La sua forza risiede proprio nella capacità di mostrare come categorie apparentemente teologiche continuino a operare nel presente, anche in un contesto culturale in cui la religione ha perso centralità e credibilità. L'autore non propone una restaurazione del sacro, ma invita a interrogare ciò che resta di quelle strutture, e il modo in cui continuano a modellare il nostro modo di pensare la felicità, la colpa e il destino stesso dell'uomo.

Carlotta Lini