Madre e figlia. Un titolo essenziale che racchiude, in sé, una trama, due vite, quasi un secolo di storia. La madre è Marianna, la contessina, figlia di un passato aristocratico e di un'Italia che tramonta mano a mano che lei cresce. La figlia, Sonia, nasce da una relazione clandestina, una scappatella di giovinezza di Marianna, il primo assaggio di vita al di fuori delle mura dorate che sino ad allora l'hanno cresciuta e protetta. Così si conoscono, così inizia la loro vita insieme.
Uscito nel 1980, finalista allo Strega, Madre e figlia è tra i romanzi più riusciti e apprezzati di Francesca Sanvitale (1928-2011), recentemente ripubblicato da Nottetempo. Ha il respiro corale e l'intreccio di Storia e vite familiari dei grandi romanzi di Elsa Morante, ma il suo stile è inconfondibile.
La voce narrante oscilla tra quella di Sonia e una autoriale che a tratti interviene, si rivolge al lettore, guarda le due donne dall'esterno. Quando invece è Sonia a raccontare, il ritratto della madre emerge dai suoi ricordi e da quelli trasmessi a lei da Marianna stessa, anziana, mentre riguarda al corso della sua vita. L'infanzia, a inizio secolo, tra sette fratelli maschi e un padre adorante che la fa ballare sulle note di un valzer a un ballo dell'Imperatore a Vienna. La morte prematura del padre, che la lascia disperata e moribonda, la fine del fidanzamento con Fritz, distrutto dal senso di colpa per il suicidio della donna che ha abbandonato per Marianna e, infine, la fuga con l'ufficiale sposato verso la notte, verso lo scandalo.
Dietro a una colonna quadrilobata la bambina Sonia fu battezzata nel buio come in un rito di magia nera. [...] L'ufficiale si guardò intorno con inquietudine. Poco dopo baciò distrattamente la contessina Marianna che ninnava tra le braccia la pupa sorridente. Per un secondo fissò la figlia che girava con lentezza graziosa la testolina pelata di qua e di là, e ripartì. L'amore per la contessina Marianna finì in lui quando incontrò i propri occhi in quelli della piccola Sonia. (p. 37)
Per Marianna e Sonia inizia una vita di spostamenti continui, nessuna radice, la valigia sempre pronta, gli appartamenti sempre più piccoli e squallidi. Sonia non conoscerà mai l'eleganza in cui sua madre è cresciuta: sia per lo scandalo di cui si è macchiata - e che le costringe a essere sempre in fuga dalla minaccia della gelosa moglie dell'ufficiale - sia perché l'Italia dei conti, dei palazzi e dei grandi balli è tramontata con la guerra. Madre e figlia, sempre insieme eppure legate da un rapporto complesso, ambiguo, fatto di affetto e cura ma anche di esibito disinteresse, sia per il futuro della figlia, sia quando su di lei si allunga l'ombra della molestia da parte di uno zio.
Accanto alle vite intrecciate di madre e figlia si dipana l'affresco della Storia italiana novecentesca: il fascismo che avanza, le strutture sociali che non reggono, un'implosione istituzionale e culturale che miete vittime, la caduta di Addis-Abeba, la seconda guerra mondiale.
Il bell'ufficiale, fatto l'Impero, fu promosso maggiore. Lo guida la legge dell'esercito nei suoi ranghi superiori; la legge dell'esercito è la legge della monarchia; la legge della monarchia è identica a quella dello Stato. [...] Eppure, fin da quel tempo lontano, la lenta discesa del bell'ufficiale è cominciata. Non è vero che lo Stato si identifica con il Re e il suo esercito, ma bensì con il Duce e gli alti gradi fascisti. Pressante intorno a lui si alza la barriera indistinta di una folla anonima, grigia, che si moltiplica e lo stringe nell'esemplare devozione al Duce. (pp- 68-69)
La storia di Marianna e Sonia si srotola fino alla vecchiaia e alla morte della madre, novantenne, che lascia un vuoto enigmatico nella vita della figlia, dubbi e silenzi che ormai non sarà più possibile spiegare. Sonia, cresciuta con la presenza ambigua e sfuggente del padre, che la nasconde come un errore da cancellare, e nel rapporto controverso quando simbiotico con la madre, che sfocia nel senso di responsabilità per il suo benessere, fatica a fare i conti con il peso familiare irrisolto, e con il senso della sua stessa vita.
Questo era un rimorso a cui non c'era riparo. ma nella seconda metà della vita, quando diventò madre essa stessa, il buio notturno fu presto funestato anche dai rimorsi a proposito del bambino. Quale madre era stata mai ed era, proprio lei che dall'infanzia aveva ricavato tutto il dolore possibile, per procurare giorni tanto aridi a suo figlio, per punirlo, condizionarlo e piegarlo? Si affrettava a spostare il pensiero, a rassicurare se stessa con l'amore che gli portava. (p. 181)
Il romanzo incredibile di Sanvitale si legge con enorme piacere e grande investimento emotivo: che ci si immedesimi nel ruolo di madre o in quello di figlia, o anche no, la scrittura di Sanvitale è in grado di farci sentire sulla pelle l'amore materno, il dolore della solitudine e della perdita, la gioia di essere insieme, quella di essere libera. Bellissimi, infine, gli interventi metaletterari della voce autoriale che ci racconta come la storia di Sonia e Marianna venga plasmata, quali prospettive vengano di volta in volta scelte, e perché: offrono, a noi lettori, uno scorcio sul mestiere di scrittrice, sul legame che si crea con certi personaggi e su cosa voglia dire metterli nel mondo per poi lasciarli andare.
Non riesco a staccarmi da queste pagine perché mi dispiace che anche tu come me chiuda il libro e ti stacchi dalle mie emozioni. Non te ne andare. Non pensare ad altro ancora per un po'. Le storie non finiscono. (p. 258)
Michela La Grotteria
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