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«Avevo l'impressione tenace che lei mi chiamasse»: Emanuela Canepa riscopre Amalia Guglielminetti nel suo romanzo biografico "Amalia, l'obliqua"

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Amalia, l'obliqua
di Emanuela Canepa 
Guanda, agosto 2026

pp. 256
€ 18 (cartaceo)
€ 14,99 (ebook)

Non c'è salotto torinese di inizio Novecento dove non sia attesa: Amalia Guglielminetti (1881-1941) appare con le sue parole, l'acume critico, l'eleganza borghese di chi sa come mettere in luce la propria bellezza. A ventisei anni è in libreria con Le vergini folli, raccolta di poesia apprezzata dai contemporanei, ed è proprio con una copia della sua opera che un giorno incrocia lo sguardo di Guido Gozzano, all'epoca molto meno noto di lei. Qualche incrocio, poi finalmente le prime conversazioni con l'avvocato Gozzano, le lettere appassionate, un legame che cresce e porterà il poeta a essere «un amante effimero ma un amico carissimo» (p. 198). 

La prima parte di Amalia, l'obliqua di Emanuela Canepa muove proprio da qui, da un'affinità straordinaria che accomuna e allontana due voci primo-novecentesche che si affermano influenzandosi a vicenda (che nel canone sia rimasto solo Gozzano è un'altra faccenda). Sui loro incontri grava sempre la minaccia della salute precaria di Gozzano, messo a dura prova dalla tubercolosi, e questa «evanescenza» (p. 27) attrae Amalia. 

È con un presente cronachistico, incalzante, che Canepa accompagna il ritmico avvicinarsi e allontanarsi del corteggiamento, interpreta (a volte fin troppo) le intenzioni di Amalia e riporta i risultati di quei «mille giri di giostra che hanno sempre lo stesso andamento» (p. 33). 

Ma c'è tanto altro all'interno del libro: si delinea la voce fuori dal coro di Amalia, ci avviciniamo alle altre sue frequentazioni, che ci permettono di confrontarci con tante figure di letterati e letterate dell'epoca. Un esempio? Una gita a Motta Visconti con Ada Negri, di ben diversa estrazione sociale rispetto alla benestante Amalia: lì, Ada Negri ha insegnato vent'anni prima e ritrovare quei luoghi, la scuola, la stanza umida e angusta dove ha vissuto, le mette una malinconia che Amalia non sa capire. Amalia sente solo la scomodità di quei posti, percepisce a piene mani la differenza tra sé e Ada, a cominciare dalla capacità di adattamento. 

O ancora, anni dopo assistiamo all'incontro con Matilde Serao, uno degli episodi più avvincenti del libro: si pensa che l'autrice verista avrebbe giudicato furiosamente Guglielminetti per una conferenza tenuta su Napoleone, ma le cose vanno diversamente, e le due – di nascosto da tutti – conversano per una notte intera. A riprova della mancanza di rancore, più racconti di Serao appariranno nella rivista «Le seduzioni», a cura di Guglielminetti. 

E questa è una delle parti dove realtà e finzione narrativa si sostengono a vicenda: Emanuela Canepa precisa in più punti quanto la presenza di Amalia fosse tanto pervasiva e ossessiva nella sua vita durante la scrittura da averle quasi dettato l'opera che ci troviamo davanti, frutto di lunghe e minuziose ricerche documentarie. Ad attirare l'autrice, più che l'opera di Guglielminetti ci sono il carattere e le scelte di vita: 

L'apprezzavo discretamente come poetessa, molto meno come prosatrice, pochissimo come giornalista di costume. 
A sedurmi erano invece certe maschere aggressive che si divertiva a indossare, la pratica dell'insolenza, il coraggio schietto che le permetteva di risultare sgradita senza per questo sentirsi messa in difficoltà. Tuttavia la sua biografia aveva anche moltissime zone d'ombra che mi attraevano e mi respingevano nello stesso modo. (p. 78)

Le zone d'ombra sono tante, specialmente con l'avanzare dell'età: anzitutto la conoscenza di Dino Segre quando lei ha trentaquattro anni e lui ventuno e la loro frequentazione un paio d'anni dopo dà il via a pettegolezzi feroci e alla costruzione di una Amalia-seduttrice e predatrice che le si attaccherà addosso. C'è intesa intellettuale, c'è attrazione, ma c'è anche un arrivismo da parte di Dino che porta a operazioni editoriali controverse, come si legge nel libro. 

In seguito, con l'avvento del fascismo, si richiede ad Amalia, come a tutti gli intellettuali, di prendere una posizione. E, pur non diventandone mai una fervente sostenitrice, lei non si oppone radicalmente al partito, con l'obiettivo di continuare a scrivere e a pubblicare. Questo non la esime da attacchi violenti nel 1926; d'altra parte, lei è una donna che non può aderire all'ideale di donna del regime:

Mai sposata. Mai madre. Mai silenziosa. Mai compiacente. E oltretutto fascista d'occasione piuttosto tiepida. (p. 247)

E anche a causa di vicende avvenute in quegli anni, il declino si fa inevitabile; persino dopo la morte nel 1941, viene sparso molto veleno sulla sua memoria. 

Fortunatamente da quella damnatio memoriae che è il lento stillicidio dell'oblio Amalia risorge grazie all'opera di Emanuela Canepa, che ha il potere di incuriosire tenendosi lontana dall'agiografia o dall'apologia. Amalia non è perfetta né è un modello per Canepa, e questo aiuta a mantenere un'equidistanza dal personaggio trattato. Al netto di alcune parti in cui il racconto è – a mio parere – eccessivamente pilotato dalla narratrice onnisciente, che talvolta cede alla tentazione di interpretare ciò che il lettore potrebbe dedurre da solo, Amalia, l'obliqua ha la piacevolezza di un romanzo biografico fitto di eventi, che si apre spesso al contesto culturale della prima metà del Novecento. Ci si concentra così efficacemente sia sul ritratto di Guglielminetti sia su un côté intellettuale e artistico ormai (purtroppo) irripetibile. 

GMGhioni