in

Filippo e Tommaso: la storia di un'amicizia eccezionale, tra paesini innevati e stanze chiuse dove rifugiarsi

- -


 

Satelliti
di Emanuele Bosso
Mondadori, settembre 2026

pp. 288
€ 19 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)

Vedi il libro su Amazon

«C'eri tu con me, quella notte...»

Tommaso era ancora seduto al mio fianco, ma ebbi la sensazione che la sua voce giungesse da molto lontano, che avesse attraversato i giorni, i mesi e gli anni per trovarci e raggiungerci nel punto esatto in cui tutto era finito.
«Sì» risposi. Non aveva più senso chiedergli a quale notte si riferisse. Per tutto quel tempo, come due satelliti, non avevamo fatto altro che orbitare intorno alle nostre vite, cercando di mantenere una certa distanza dall'accaduto. Ma lì, in quel preciso istante, sapevamo entrambi che qualsiasi forma di resistenza sarebbe stata inutile, che per quanto ci fossimo sforzati era arrivato il momento di schiantarsi sul nostro passato. (p. 268)

Molto atteso questo esordio di Emanuele Bosso, divulgatore, content creator, firma di diverse critiche per Treccani, autore di podcast, da tanti anni nel mondo dell'editoria. Un esordio che ha richiesto tempo per vedere la luce e trova casa oggi in Mondadori: si tratta di un romanzo – poco meno di trecento pagine – in cui riecheggia una lunga tradizione di quella che potremmo chiamare "letteratura di montagna" (con le giuste precauzioni perché è più un romanzo di provincia), ovvero quelle storie che legano le vite dei propri personaggi al contatto ancestrale con la natura, ai luoghi appartati, isolati, un po' fuori dal caos del mondo (inevitabile pensare a Cognetti, Stern, Bernhard, Buzzati).

Il romanzo si presenta con un impianto classico: la linea temporale parte in medias res, tramite la voce narrante di Filippo in prima persona, e poi torna indietro al passato, nel 1985, per proseguire indisturbato quasi fino alla fine (il racconto dell'ultima settimana invece cambia registro, diventa un lungo dialogo chiarificatore, fatto di spazi, silenzi e mezze verità).
Dicevo Filippo: uno dei due protagonisti, insieme a Tommaso. Due ragazzi apparentemente diversi, il primo, cresciuto a Roma e costretto dalla madre a trasferirsi a Fassiano, un piccolo borgo d'invenzione ai piedi delle montagne, isolato e un po' triste; il secondo, Tommaso, nativo del luogo, disilluso, rabbioso, ma anche molto fragile.
Entrambi, senza saperlo in principio, condividono molto più di quel che pensano: un rapporto disastroso coi propri padri, l'uno assente, l'altro estremamente violento; il bisogno di calore; lo spaesamento e il dubbio di non trovarsi al posto giusto; la voglia di cambiare, di smuovere qualcosa per poter scardinare quell'immobilità che caratterizza luoghi remoti e inerti come Fassiano.

Filippo, che si trasferisce da Roma con la madre in casa della nonna, deve affrontare varie sfide: la prima, il rapporto altrettanto disastroso tra le due donne in casa. Anche qui, ci sono degli irrisolti (mi sembra che sia uno dei temi cardine del romanzo) e scontri inevitabili lo vedranno stare nel mezzo, al centro di due fuochi. Anche questa è una costante per Filippo: tra la madre e il padre, tra la madre e la nonna, tra Tommaso e Rebecca, tra Filippo e suo padre. Un ragazzo molto maturo, equilibrato per la sua età, che si ritrova a fare i conti con una sorta di doppelgänger, il suo nuovo amico.

«Non è importante» mi liquidò. «Qui non accade nulla. È tutto fermo.»

Avrei voluto ribattere, non seppi farlo. Capivo bene cosa intendeva, ma non riuscivo ad assecondarlo, la testa proiettata sul fatto che sarei rimasto solo, che mi avrebbe lasciato indietro. A quel pensiero sentii il vuoto scendere lungo la gola. Provai a deglutire per spingerlo più giù, farlo scomparire, ma divenne compatto, mi ostruì il respiro. Tommaso continuò a camminarmi accanto.

«Stai tranquillo che ti porto con me» disse.

Si avvicinò, mi mise un braccio intorno al collo e mi tirò a sé, schiacciando la sua testa contro la mia, procurandomi un mezzo sorriso. Aveva questo modo di fare che mi lasciava interdetto. Un attimo prima diceva qualcosa di fastidioso e quello dopo provava a rimediare, riuscendoci spesso. (p. 89)

Usavo di proposito il termine doppelgänger perché, imparando a conoscersi e a volersi bene, i due diventeranno praticamente simbiotici, inseparabili, come fossero appunto uno il duplicato dell'altro, con un lieve slittamento di personalità: laddove Filippo è pacato, misurato, ma comunque smosso da forti passioni e conflitti, Filippo è irrequieto, impulsivo, e porta nella coppia quel pizzico di "male" necessario affinché le cose siano interessanti. Un male però che non è genetico, ma indotto dal padre violento: sarà proprio questa condizione di svantaggio di Tommaso ad accendere la scintilla di Filippo che, per tutta la vita, sentirà il bisogno inevitabile di aiutarlo, di stargli vicino e dargli un sostegno.

La vita quindi procede a Fassiano, e i due amici cercano spazi per poter vivere la propria amicizia senza imbattersi nel padre violento, nelle occhiate della gente, un luogo dove poter stare insieme. Lo trovano in quella che cominceranno a chiamare la stanza sul retro, un magazzino adiacente alla casa di nonna Sandra. Filippo la sistema, la mette a posto, la rende un nido sicuro per Tommaso. E così, in quelle quattro mura fredde e umide, i due riescono a escludere tutto il mondo per potersi concentrare sui loro sogni, le difficoltà, la rabbia, il dolore, la disillusione.
Questa stanza rappresenterà uno spazio chiave per tutto il romanzo: rifugio per Tommaso, posto del cuore e dell'attesa per Filippo.

Per anni mi ero tenuto lontano da Fassiano, avevo cercato di dimenticare, di anestetizzare i ricordi, di creare una nuova e personalissima geografia dei luoghi. Ma nonostante gli sforzi la mia mente finiva sempre dentro quella stanza, ai giorni e alle ore che avevo trascorso insieme a Tommaso. Ricordavo tutto. E, anche se non era contemplato, immaginavo come sarebbe stato il mio ritorno, quanto dolore avrei sentito spalancando la porta sul passato. Ma non avevo mai considerato che mi sarebbe mancato il coraggio di entrarci, che sarei rimasto fermo a pochi metri da quello che eravamo stati e non avrei avuto la forza di toccarlo di nuovo.

Tuttavia, è ciò che successe quel giorno. (p. 209)

Non è importante tanto il contorno - il borgo, la natura, i rifugi, le passeggiate nel bosco, la presenza o meno di Rebecca, personaggio femminile interessante, quasi la cuspide di un triangolo amoroso - e non è nemmeno necessario dare una definizione al tipo di rapporto che c'è tra Filippo e Tommaso, per quanto sia palese. Evidente che i due si amino profondamente (non in senso di scelta consapevole, ma in quel momento esatto delle loro vite, senza per questo doversi etichettare per sempre), che non possano fare a meno l'uno dell'altro, ma non è solo questo, o meglio, non è prima questo: prima viene un affetto profondo, un bene che va oltre il desiderio, il bisogno, la carnalità, e si concentra nel cuore pulsante del romanzo, cioè la connessione inestricabile che possiedono, come un destino già scritto. 

A questo proposito, il parallelismo con i satelliti - che ovviamente danno il nome al romanzo - è più che azzeccato: Filippo e Tommaso sono esattamente due corpi celesti che si orbitano attorno, a volte incrociandosi, a volte allontanandosi, ma sempre incapaci di separarsi.
Questo è uno dei pregi del romanzo: che non vuole per forza dare un nome alle cose, ma ce le lascia capire tramite i non detti, le scene spezzate, le parole trattenute, permettendo l'emergere non di quello che si dice ma di quello che si prova (anzi, addirittura avrei preferito che fosse ancora più suggerito, lasciato intendere perché, a volte, certe cose non si devono spiegare ma solo sentire).

Com'è giusto che sia, il rapporto tra i due subirà delle scosse, delle modificazioni, ma il fulcro rimane intatto, anche dopo traumi, allontanamenti, incomprensioni. Di fondo però c'è questa dinamica: l'amore (forse non in senso prettamente romantico, ma l'amore inteso come bene alto, come giustizia e virtù) cerca di sistemare il male.

Quel male era suo, soltanto suo, eppure me lo sentivo addosso, lacerava la mia pelle, scavava un buco profondissimo dentro di me. È lì che ci siamo incontrati davvero. E lì, in quel punto preciso, che è cominciato tutto. Restammo così. Tommaso si acquietò nel mio abbraccio, mentre gli reggevo il ciuffo lontano dall'abrasione. Gli applicai dell'ovatta lungo tutta la ferita e la fermai con dello scotch recuperato in giro.

«Va meglio?» chiesi dopo un po'.

Lui annuì.

«Dobbiamo andarcene» dissi. «Almeno per stanotte.»

«Sono stanco» sospirò.

«Ti aiuto io.»

Tentai di metterlo in piedi, ma si divincolò. Il suo corpo pesava come un macigno. Tutti gli anni che aveva passato a resistere gli si erano abbattuti addosso.

«Non voglio più scappare.» (p. 190)

Una storia di inevitabile violenza, ma soprattutto di grande tenerezza. C'è una lunga tradizione di romanzi che esplorano (anche) le dinamiche dell'amicizia maschile affettuosa - penso a Il Signore degli Anelli di Tolkien; a Padri e figli di Turgenev; a Grandi speranze e David Copperfield di Dickens; a Chiamami col tuo nome di Aciman; al già citato Cognetti con Le otto montagne (per non parlare di Gente del Wyoming di Annie Proulx da cui è stato tratto il film Brokeback Mountain).
Quello che ho trovato interessante è il modo in cui il tema è stato affrontato: senza definizione, senza per forza dirlo a tutti i costi, ma lasciato capire al lettore con imbarazzi, parole non dette, sentimenti trattenuti, piccole fiammate di gelosia, sparizioni, rabbie ma, sempre, una costante presenza (e, ripeto, a mio avviso si poteva anche accentuare ancora di più questa linea sottile perché, a volte, più non dici più fai capire).
Il punto è che due ragazzi adolescenti, in un certo momento delle loro vite, non hanno avuto altro che loro stessi e il loro rapporto: questo non definisce tutta una vita, ma quei momenti sì, senza obbligatoriamente marcare il sentimento di connotati immobili, immutabili.
Chiaro che il lettore lo capisce, perché è un sentimento così palese da essere cristallino, ma non c'è bisogno di spiegarlo, di dargli per forza un'etichetta. Tutto è più sfaccettato di così.

La scrittura di Bosso è semplice, familiare, rassicurante. 

In definitiva, piacerà molto a chi ha amato i romanzi che ho citato poc'anzi, e a chi ama leggere storie che mettono al centro l'amicizia, la tenerezza, i sentimenti senza etichette che attraggono i protagonisti senza che ne abbiano la volontà o il potere di ignorarli. 

Deborah D'Addetta