«Vuoi che cominci dalla fine o dall’inizio?» mi chiese.«Inizia dal punto preciso in cui pensi che la tua storia abbia avuto origine». (p. 43)
In Una storia bugiarda, come già
nell'esordio L'equazione della colpa, Arianna Lombardelli si conferma abile
nello sviscerare le dinamiche di coppia attraverso una protagonista dal
carattere apparentemente debole, con profondi sensi di colpa, al punto da
sentirsi in difetto nei confronti del mondo intero. Come era stato per Anna,
anche qui Maria Bianchi intraprende un percorso verso la propria
consapevolezza, costellato di dubbi e segnato da un compagno che le scarica
addosso ogni responsabilità. È nell'ultima parte, Abbandono, che la tensione
accumulata dal lettore raggiunge il suo punto massimo; verrebbe quasi da
chiudere il libro per un momento, farsi due passi e solo allora ricominciare.
Di fronte a una Maria inerme e incapace di reagire al rapporto tossico che la
affligge, Flavio – suo compagno da dieci anni – prende il sopravvento, piegando la verità a proprio favore:
«il talento di Flavio nel manipolare la verità era così straordinario che ne rimasi quasi ammirata. Non avevo alcuna possibilità di gestire quel dialogo alla pari, né di dimostrare la mia versione dei fatti». (p. 210)
Maria è vittima della propria immobilità, respinge il cambiamento accampando scuse e affidandosi alla cosiddetta “zona bianca”, «uno spazio privo di confini in cui una persona si affida interamente all’altra» (p. 34). Vive per gli altri e mai per sé, non ne è capace, al punto che «non avevo un pensiero autonomo sul mio conto, non l’avevo mai avuto. C’era sempre stato qualcuno accanto a me, a occuparsi di me […]» (p. 70). Qui entra in gioco Miriam Dell’Acqua, che avvicina Maria alla festa della famosa scrittrice Verbena Anodini, conquistandola con il suo stile «totalizzante» (p. 23) e il suo «modo di esistere» (p. 23); la convince a raccontare la sua vita, adatta al grande pubblico e in grado di consacrarla come autrice, dopo diversi romanzi pubblicati ma senza il successo dei best seller – anche perché Miriam è l’ex moglie di Leone Russo, esponente di una delle famiglie più potenti e controverse d’Italia, che «si tramandava il potere di generazione in generazione. Lo sapevano tutti a Roma che i Russo non erano dei santi, e tutti sapevano anche che era meglio non inimicarseli» (p. 45).
È qui che il romanzo assume il suo carattere più apertamente metanarrativo: la storia di Maria che scrive una storia altrui, sotto lo sguardo interessato di una casa editrice importante che già intravede il successo. Lombardelli ne approfitta per mostrare dall'interno il mondo editoriale – l'importanza di «far parte del giro giusto» (p. 33) – e per delineare figure come quella dell'editor, che «aiuta l'autore a ricucire sé stesso. Taglia i fili in esubero restituendo a quel tessuto la forma di un abito adatto a essere indossato da chiunque lo voglia comprare» (p. 181).
La storia viaggia su due binari: da un
lato Maria divisa tra Miriam e Flavio, dall’altro Maria insegnante di sostegno,
stimata dai colleghi, nel suo luogo sicuro – la scuola –, dove affianca
Valerio, un bambino intelligente e brillante a cui si affeziona e in cui si
rivede. È qui che l’autrice affronta il tema della neurodivergenza. Con gli
occhi di Maria, sottolinea come «la realtà di quel ragazzino, la sua vita
così difficile, il suo desiderio di essere come tutti gli altri e il mio, di
desiderio, che rimanesse speciale, perché a essere normali sono bravi tutti»
(p. 118).
I capitoli sono brevi – a volte di appena quattro
pagine, soprattutto nelle prime due parti, Seduzione e Diffidenza –,
mentre la scrittura è fluente e ricca di metafore calibrate sulla personalità di
ciascun personaggio. In una delle immagini più efficaci del romanzo, Maria
appare come un burattino nelle mani del suo Mangiafuoco, incapace di fuggire e salvarsi:
«Da quanto tempo ero intrappolata in quella rete di fili fitti e resistenti? Era bastato un solo piccolo morso iniziale, dieci anni prima, quando Flavio non aveva le sembianze di insetto, per tenermi lì. Un morso, uno solo, paralizzante, che mi aveva impresso nella carne, succhiando via ogni cosa io avessi dentro. […] E ora, ogni volta che le sue mani mi sfioravano, io mi polverizzavo. Allora lui mi riassemblava, pezzetto dopo pezzetto, mi ricomponeva da capo […]». (p. 135)
Il personaggio di Miriam viene invece presentato attraverso racconti a puntate, ognuno ambientato in un luogo diverso di Roma: Musei Vaticani, Mercati Traianei, Palazzo Brancaccio, Quarticciolo, Villa Borghese, Terme di Caracalla, Mitreo di San Clemente, Giardino degli Aranci. La conoscenza tra le due donne diventa un’occasione per portare il lettore a spasso tra le meraviglie della città; più la confidenza aumenta, più Miriam concede un pezzo di sé, raccontando le violenze subite dalla famiglia Russo, i loro affari illeciti e i motivi per cui, attraverso il libro, intende finalmente vendicarsi, rivelando quanto la Miriam di ieri somigli alla Maria di oggi.
«Lo sapevi che ci sono diverse repliche, nel mondo, di questa opera funeraria? Lo sapevi, Maria? Come se quel dolore fosse replicabile. È replicabile, Maria, secondo te, quel dolore?». (p. 241)
La citazione di Miriam riassume uno dei nodi centrali del romanzo: il dolore può assumere forme simili, ma resta legato all’esperienza di chi lo attraversa e non può essere replicato né compreso fino in fondo da chi lo osserva dall’esterno. Una storia bugiarda affronta temi attuali – dipendenza affettiva, manipolazione, bisogno di essere accettati a ogni costo – e lascia uno strascico amaro che sa di certezza: a volte la cosa migliore da fare è ripartire da sé stessi, senza confidare troppo in chi ci sta attorno.
Leonardo D'Isanto

Social Network