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Il dialogo di due giganti del pensiero: Einstein e Freud si interrogano sulla guerra

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Perché la guerra? e altri scritti
di Albert Einstein e Sigmund Freud
Feltrinelli, maggio 2026

Traduzione di Sabrina Mori Carmignani

pp. 144
€ 12,00 (cartaceo)
€ 3,99 (ebook)


Nell'estate del 1932, Albert Einstein scrisse a Sigmund Freud, rispondendo a un'iniziativa del Comitato permanente delle lettere e delle arti della Società delle Nazioni. Tale iniziativa promuoveva lo scambio epistolare tra figure eminenti dell'epoca, in modo da creare un confronto di idee su temi che erano in linea con gli interessi della Società delle Nazioni. Einstein scelse di indirizzare la propria epistola a Sigmund Freud, rivolgendogli una domanda che nel 1932 appariva della massima urgenza (scrive Einstein la più importante per la civiltà): «esiste un modo per liberare gli uomini dalla calamità della guerra?» (p. 67). Einstein mette in luce che i progressi della tecnica rendono questa domanda una questione di vita o di morte e comprende che l'umanità prosegue nella ceca direzione di ignorare le soluzioni pacifiche dei conflitti. Il senso di impotenza che sembra pervadere l'animo dei suoi contemporanei, spinge il fisico a interpellare il celebre psicoanalista:
Quanto a me, l'orientamento abituale del mio pensiero non mi offre alcuna possibilità di penetrare nelle profondità del volere e del sentire umano e quindi, in questo scambio di idee, io non potrò fare altro se non cercare di mettere a fuoco la questione e, anticipando alcuni tentativi di soluzione più esteriori, offrirLe l'occasione di gettare luce sul problema dal punto di vista della Sua approfondita conoscenza della vita pulsionale dell'essere umano. Confido nel fatto che Lei saprà indicare percorsi educativi, di orientamento, per cosi dire, non politico, in grado di rimuovere gli ostacoli psico logici che la persona inesperta in questo campo forse intuisce, pur non sapendo valutarne i nessi né il grado di variabilità. (p. 68)

L'analisi di Einstein risulta, purtroppo, attualissima, nel momento in cui si chiede come può una minoranza mettere la massa del popolo  che in una guerra ha solo da perdere e soffrire – a servizio delle proprie brame.  La risposta che Einstein si dà è lo spunto per ciò che poi Freud spiegherà meglio: «Nell'essere umano vive un bisogno di odiare e di distruggere» (p. 71).

Freud, nella risposta di due mesi dopo (settembre 1932) parte dall'analisi della differenza tra il diritto e la forza, constatando che i conflitti di interesse fra gli esseri umani si risolvono ricorrendo alla violenza, in linea con quanto accade nel mondo animale.

Affinché si compia il passaggio dalla violenza al nascente diritto, è necessario soddisfare una determinata condizione psicologica. L'unione dei molti deve essere stabile e durevole [...]. È necessario dunque che la comunità si mantenga permanentemente, si organizzi, stabilisca norme che prevengano le temute insurrezioni, designi organi che vigilino sull'osservanza delle norme - le leggi - e garantisca l'attuazione degli atti coercitivi legittimi. (pp. 76-77)

Detto questo, Freud passa a esporre una parte della sua teoria delle pulsioni, rispondendo in tal modo alla domanda di Einstein, servendosi della pulsione di morte.  

Per approfondire le tematiche delle due lettere, il saggio edito da Feltrinelli affianca allo scambio epistolare due testi che ne ampliano la prospettiva: le Considerazioni attuali sulla guerra e sulla morte di Freud (1915), scritte nel pieno della Prima guerra mondiale, e una scelta di saggi di Einstein tratti da La mia immagine del mondo (1934), dedicati al rapporto tra individuo e comunità, alla critica del militarismo e alla questione del disarmo.

Le Considerazioni attuali sulla guerra e la morte raccolgono due saggi: La delusione della guerra e Il nostro modo di considerare la morte, entrambi scritti nel 1915 e pubblicati sulla rivista "Imago". Essi esprimono la delusione del Kulturmensch dinnanzi alla barbarie della Prima guerra mondiale che ha mostrato la capacità dei cosiddetti popoli “civilizzati” di distruggere in pochi mesi ciò che hanno edificato in secoli di civiltà.  La guerra è il tramonto degli ideali dell'Illuminismo e mostra che la Ragione non supera ma semplicemente rimuove le pulsioni aggressive, le addomestica. 
Freud conclude il saggio in modo sconsolato: 
La ragione per cui gli individui appartenenti ai diversi popoli si disprezzino, si odino e si ripugnino a vicenda - e questo anche in tempo di pace, da una nazione all'altra - resta, in effetti, un enigma. Io non so spiegarmelo. É veramente come se tutte le acquisizioni morali dei singoli individui svanissero, non appena si mette insieme una moltitudine, sia pure costituita da milioni di persone, e non restasse nient'altro, se non le disposizioni psichiche più primitive, antiche grossolane. A modificare queste deplorevoli condizioni potranno forse intervenire ulteriori sviluppi, ma solo in un futuro più lontano. E tuttavia un po' più di autenticità e di franchezza da parte di tutti, nei rapporti tra le persone e tra queste e i loro governanti, potrebbe forse aprire il cammino a questa trasformazione. (p. 43)
I saggi di Einstein, da parte loro, offrono al lettore di conoscere una delle costanti dell'attività pubblica di Albert Einstein: la critica al militarismo e la promozione dell'obiezione di coscienza.
Il pensiero pacifista di Einstein individua nei gangli economici che vincolano l'industria pesante, i circoli militari e l'informazione, i motivi per cui il disarmo è osteggiato con veemenza. Anche nella lettera a Freud, Einstein tocca il punto nevralgico dell'istruzione e dell'informazione controllate dalla «minoranza dei potenti di turno». Le riflessioni sulle minoranze, sull'importanza di una politica europea restituiscono non solo l'attualità delle riflessioni einsteiniane, ma anche un aspetto meno noto della sua straordinaria esperienza di pensiero.

Deborah Donato