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Il passato riemerge dalle acque: la forza inquietante de "La diga" di Maylis de Kerangal e Joy Sorman

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La diga
di Maylis De Kerangal e Joy Sorman
Prehistorica Editore, giugno 2026

Traduzione di Elena Vozzi e Nicolò Petruzzella

pp. 171
€ 17 (cartaceo)

La nebbia sembra fumo che avvolge tutto, e la strada è diventata così stretta che adesso i rami delle conifere strusciano sulle portiere, si appiccicano ai vetri come artigli neri. È lunga la salita, sembra non finire mai. L'abitacolo ormai è l'unica oasi di realtà, l'ultimo scampolo di materia compatta, e Tomi vi si appiglia come all'asse di una zattera. (p. 94)

La diga è un romanzo dove il filo della tensione, pur non esplicitamente determinato dagli avvenimenti (non è un thriller, non è un noir) rimane sempre ben teso. Se nella lettura amate essere spiazzati, non sentirvi completamente a vostro agio, rimanere in allerta, in attesa che qualcosa si compia, La diga di Maylis De Kerangal e Joy Sorman è il libro che fa per voi.

Un ingegnere, Tomi Motz, viene mandato dall'azienda per cui lavora a fare un sopralluogo alla diga di Seyvoz, in mezzo alle Alpi francesi. Quell'incarico, accolto con malcelato nervosismo, gli avrebbe mandato per aria il fine settimana. Partito da Parigi sette ore prima, alla guida della sua Volkswagen Passat che riporta, in bella mostra, sulle portiere il logo dell'azienda per cui lavora, la Voltang, Motz si ritrova sulle sponde di quel lago blu elettrico, le cui acque hanno una densità e una compattezza mai viste, alla fine quasi felice di aver accettato di partire.

Il lago di Seyvoz, che gli sta davanti ora, è dello stesso blu spento, dello stesso lucore pallido, e comunica la stessa impressione di liquido denso, stabile. In superficie, nota alcune chiazze più scure che, stranamente, non corrispondono ai rilievi attorno al lago ma sembrano piuttosto proiettate dalle sue profondità. Strizza gli occhi, cerca di far combaciare quelle ombre, la loro posizione, i loro contorni, col profilo del paesaggio, ma non c'è verso. (p. 14)

Quelle ombre salgono veramente dalle profondità del lago perché le sue acque nascondono le vestigia di un paese che fu cancellato dalla decisione di costruire una mastodontica diga, con l'invaso artificiale annesso per aumentare, negli anni 50 del Novecento, la produzione di energia idroelettrica. A scapito del villaggio di montagna che si trovava proprio là dove il progresso reclamava spazio. E come il nostro Curon Venosta a Resia, anche il paese di Seyvoz fu sommerso dalle acque, case, chiesa, portici, fienili, stalle. Anche il cimitero. Tutto sparito e inghiottito dall'acqua, per la disperazione di chi in quel villaggio aveva trascorso la propria esistenza, visto i propri anziani genitori morire, cresciuto i propri figli, innamorarsi, sposarsi. La trama del libro ricalca una storia vera, come raccontano le pagine della postfazione di Luca Scarlini, la costruzione del lago artificiale di Chevril, nel 1952, che sommerse l'abitato di Tignes, sacrificato al dio del progresso e dell'energia.

E quando la mano dell'uomo ridisegna un territorio, interviene pesantemente, cancella vite, affetti, sentimenti, là aleggia lo spirito del passato e di quello che era stato. Una strana energia riempie di sé i quattro giorni che Motz trascorre a Seyvoz. Strani accadimenti lo stordiscono, il manutentore Brissogne, che gli aveva dato appuntamento alla diga, non si presenta, al suo posto arriva una bizzarra ragazza dai capelli rossi che, com'è arrivata, scompare. Per poi riapparire come cameriera in un locale. Nell'albergo dove soggiorna non c'è anima viva. Tutto sembra ruotare attorno a lui in un'altra dimensione. Piano piano l'ingegner Motz entra in una spirale magnetica, fatica a distinguere tra sogno e realtà, si sveglia durante la notte atterrito da sogni che non lo abbandonano e che gli lasciano una disturbante sensazione d'inquietudine. Tutto attorno a lui sembra perdere i contorni, lui stesso comincia a dubitare di ciò che vede e ciò che sente. La sua razionalità ingegneristica è messa a dura prova da questa atmosfera che lascia presagire un qualcosa. Qualcosa che però rimane indeterminato. Tutto a Seyvoz è immerso nella nebbia, un lucore dal quale emergono rapidi sprazzi di realtà. Motz comincia a sentire disturbi che gli procurano notti insonni e tormentate, i piani della realtà e della fantasia si intrecciano e sovrappongono.

Così come le due parti del romanzo che si alternano, anche fisicamente, l'una stampata in caratteri neri, e sono le pagine che raccontano la trama vera e propria, i quattro giorni trascorsi da Motz a Seyvoz. L'altra invece è stampata in caratteri blu. Quest'ultima parte rappresenta la Storia e riporta in vita il paese di Seyvoz, poco prima che l'acqua cominciasse a lambirlo, con le voci e le storie dei suoi abitanti. Mentre tutti, per lungo tempo, fingevano di non sapere o di rimandare il pensiero, a poco a poco si faceva strada in loro la certezza di dover lasciare la propria abitazione per vederla sparire nei flutti. Il contrappunto, anche temporale, che si crea tra le pagine che danno voce agli abitanti di Seyvoz, limpide, precise e descrittive, quasi tecniche nelle scelte semantiche, e l'indeterminatezza che avvolge il presente nel quale si muove Toni Motz, è tra gli aspetti più riusciti del romanzo, che trae da questa doppia scrittura una ricchezza di toni, atmosfere e visioni. Il lettore viene così trascinato da un lato nella rievocazione di un tempo passato, ma nitido e lucido, dall'altro in una sorta di altalena spazio-temporale che lo rende sospeso. E mentre la realtà diventa sempre più appannata, a mano a mano la storia di un villaggio che ormai non esiste più si fa sempre più nitida. A un certo punto sembra quasi che il ruolo di protagonisti passi a quegli abitanti esistiti tanti anni fa le cui voci riemergono però con roboante chiarezza a denunciare il patimento e l'ingiustizia. Un senso di ingiustizia che pervade i pensieri del pur incolpevole ingegnere.

E così i pochissimi personaggi incontrati in quei quattro giorni si fanno quasi mitologici, sfuggenti, misteriosi, mentre i passati abitanti di Seyvoz, sembrano contemporanei, diretti, concreti. 

Le scene finali dell'immersione nelle acque blu, ferme e compatte del lago sembrano quasi una sorta di purificazione, un desiderio di conoscenza e, forse, di discolpa. Pagine che confermano la sensazione di sospensione. Là al crocevia tra sogno e realtà, tra passato e presente.

De Kerangal (di cui su CriticaLetteraria sono stati già recensiti Giorno di risacca e Fuga a Est) e Sorman scelgono di parlare di denuncia civile, di critica alla cancellazione di un territorio e di un'identità, di violenza della tecnologia che distrugge l'ambiente, con un linguaggio nuovo che sconfina nel fantastico e nello spettrale. Il risultato è un romanzo che inquieta e fa riflettere.

Sabrina Miglio