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«La vita era cambiata e per non uscire di senno doveva cambiare anche lei»: "Vietato morire qui", la sagacia di Elizabeth Taylor, la vecchiaia, l'identità

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Vietato morire qui
di Elizabeth Taylor
Blackie, gennaio 2026

Traduzione di Paola Mazzarelli

pp. 208
€ 21 (cartaceo)
€ 11,99 (ebook)

Qualche anno fa ho preso, in forma leggera, il Covid. Era la seconda volta; anche la prima era stata per fortuna leggera e, curiosamente, segnata da una lettura particolarmente piacevole, riscoperta recente di un autore inglese che aveva saputo rendere ben più che sopportabile quei giorni di riposo. Quella prima volta si era trattato di Due settimane in settembre, di R.C. Sheriff, pubblicato da Fazi proprio in quel periodo, un romanzo che mi ritrovo ancora adesso a consigliare spesso. 

La seconda volta si è invece trattato di Mrs Palfrey all’Hotel Claremont, ultimo romanzo pubblicato in vita dalla scrittrice inglese Elizabeth Taylor – sì, omonima della famosa attrice hollywoodiana – che nel 2017 Astoria aveva portato in Italia grazie alla traduzione di Paola Mazzarelli e che giaceva da quel tempo sugli scaffali della mia libreria. La pila di letture di lavoro era come sempre piuttosto pericolante, ma in quei giorni avevo bisogno di qualcosa che mi consolasse dall’aver dovuto rimandare di una settimana le ferie e una vacanza in Grecia, qualcosa da leggere senza un fine professionale, solo per me; pescai dunque quel libretto dagli scaffali, ricordandomi che non molto tempo prima avevo letto e amato la raccolta Ti piacerà quando ci arrivi, pubblicata da Racconti edizioni, con la quale avevo scoperto l’autrice. E come era stato per quelle storie, rimasi del tutto invischiata nel romanzo di Taylor, trovandoci ben più di quanto mi aspettassi. Volevo scriverne – perché ormai mi sono arresa al fatto che non so più scindere la lettura dalla riflessione critica e la scrittura – ma, una volta tornata attiva, mi ha assorbita il vortice delle cose, la pila di cui sopra si era fatta nel frattempo sempre più pericolante e le novità reclamavano la mia attenzione; per un po’ di tempo il volumetto Astoria ha sostato sulla mensola dove tengo le letture in attesa di approfondimenti e recensioni, poi alla fine ha ritrovato il suo posto in libreria. E per un po’ potrei dire che me ne sono dimenticata, assorbita da altre cose, altre letture, autori e autrici, novità o riscoperte che fossero. 

Vi sto raccontando tutto questo perché le storie fanno dei giri strani per trovarci e, in questo caso, per richiamare la mia attenzione e soprattutto spero la vostra. Qualche mese fa infatti, tra le schede che ricevo in cui si annunciano le novità editoriali, ho notato tra le proposte di Blackie edizioni un romanzo proprio di Elizabeth Taylor, Vietato morire qui. Mi perdonerete, spero, se indugio ancora un attimo sul dato personale e condivido con voi l’entusiasmo di ritrovare un’autrice di cui mi ero innamorata e della quale ero curiosa di scoprire altro; senza nemmeno il bisogno di leggere la scheda ho chiesto di occuparmene per CriticaLetteraria e quando il libro, uscito a fine gennaio e giunto a me con qualche ritardo della spedizione, ha trovato il suo posto tra le mie letture di lavoro ho saltato la prefazione di Lorenza Gentile – non me ne voglia, ma leggo sempre in seguito ogni apparato critico bibliografico – per arrivare subito alle parole di Taylor. E lì, la sorpresa:

Mrs Palfrey arrivò all’Hotel Claremont una domenica pomeriggio di gennaio (incipit, p. 15)

Avrete capito. Quello che avevo, che abbiamo, tra le mani è una nuova edizione con titolo diverso del romanzo precedentemente pubblicato da Astoria e che inaugura il meritevole progetto editoriale di Blackie di riscoperta dell’autrice, cui farà seguire la pubblicazione di Angel, del 1957. Nota dolente, ancora una volta, la mancanza di un adeguato apparato critico bibliografico o anche solo di una prefazione critica, laddove il testo di Lorenza Gentile non è sufficiente, al fine di inquadrare in modo appropriato un'autrice di valore letterario ma perlopiù estranea al pubblico italiano e che merita invece di essere presentata con i dovuti riferimenti, per comprenderne appieno il suo inserimento in una tradizione ben definita. Ulteriore critica che mi sento di muovere verso questa "nuova" edizione è alla scelta di mantenere intatta la traduzione presentata in precedenza da Astoria e che, come altri critici e traduttori hanno notato, appare a tratti un po' acerba: coordinata da Paola Mazzarelli, è tuttavia una traduzione collettiva che nasceva da un laboratorio, dagli allievi di una scuola di specializzazione in traduzione e da cui emergono ancora alcune perplessità, di cui le più evidenti a mio avviso riguardano certi regionalismi nostrani e il non aver colto pienamente la voce dell'autrice, le sue sfumature di linguaggio.

Mi pare il momento ideale per i lettori italiani, comunque, per fare la conoscenza – o riscoprire – Elizabeth Taylor, considerata una delle più importanti scrittrici britanniche del Novecento. Penna brillante, capace di mettere insieme humor inglese e disperazione, Taylor ha pubblicato nella sua lunga carriera dodici romanzi, una novella, un libro per ragazzi e svariati racconti – per i quali menziono ancora una volta l’eccellente raccolta curata da Paola Moretti per Racconti edizioni, non perdetevela. 

Nata Elizabeth Coles (Reading 1912 – Penn 1975), prende il cognome dal marito John, conosciuto negli anni Trenta, inconsapevole dell’omonimia con una giovane attrice che di lì a poco sarebbe diventata una delle dive più celebri e motivo di non pochi fraintendimenti lungo il corso della sua carriera letteraria e vita privata. Cresciuta in una famiglia appartenente alla borghesia medio bassa, Elizabeth frequenta però le migliori scuole femminili dei sobborghi di Londra, spiccando soprattutto alle lezioni di inglese; ma l’avversione per la matematica le preclude la possibilità di entrare all’università. Per un periodo trova nel teatro la sua dimensione, scrivendo e recitando, fino a un terribile incidente con dei fuochi d’artificio che le causa gravi problemi all’occhio sinistro. Si reinventa, studia stenografia, lavora come governante, maestra d’asilo, bibliotecaria; per un periodo si dedica alla carriera politica nel partito comunista. La scrittura, sempre una costante. Poi si sposa, con il John di cui si accennava, ne prende il cognome, si ritira a vita domestica.

Alla scrittura, fortunatamente, non rinuncia, ma sarà sempre accompagnata alla riflessione su come la domesticità influenzi la creazione letteraria, specie per una donna. Autrice raffinata, ironica, si colloca nel solco di una tradizione che ha in Jane Austen il suo centro nevralgico, il suo nome accostato spesso a quelli di Elizabeth Jane Howard, Ivy Compton-Burnett, Elizabeth Bowen, Barbara Pym, ma non mancano a mio avviso anche i legami con le scritture di Bette Howland, Hilma Wolitzer, Dorothy Parker. La prosa di Elizabeth Taylor, quella mescolanza di ironia e dramma che la caratterizza, si fonda su una sensibilità letteraria attenta tanto al dato tangibile quanto alle emozioni, al dettaglio minimo ma rivelatore, alle sfumature di linguaggio e classe sociale che non del tutto possiamo cogliere nella sua trasposizione in altra lingua ma di cui un’eco è senza dubbio riscontrabile, specie nei racconti. Di certo il romanzo appena riproposto da Blackie è un buon modo per fare la conoscenza con la penna di Taylor e che, apparso per la prima volta in inglese nel 1971, arrivò finalista al Booker Prize e considerato dal Guardian tra i migliori cento romanzi di sempre in lingua inglese.

Ma chi è la Mrs Palfrey del titolo originale – titolo che, francamente, avrei mantenuto – e cos’ha di particolare questa storia? Mrs Palfrey è una donna inglese abbastanza avanti con l’età ma ancora in salute e lucida, rimasta vedova da poco - il marito era un funzionario coloniale - e che, probabilmente per combattere lo spettro della solitudine, decide di soggiornare per qualche tempo presso il Claremont hotel di Londra, dimora di un nutrito gruppo di anziani, molti di loro piuttosto eccentrici. Anzi, diciamo molte di loro, perché dimora quasi esclusivamente al femminile, con un solo uomo come ospite, Mr Osmond, perlopiù impegnato a scrivere missive polemiche ai giornali. Il Claremont, dunque: un hotel decoroso e modesto, scandito da orari e regole non scritte, abitudini consolidate e nel quale Mrs Palfrey prova a inserirsi, con garbo e timidezza. A seguito di una caduta per strada viene prontamente soccorsa da Ludo, un giovane e squattrinato aspirante scrittore, incidente che dà il via a un’improbabile quanto solida amicizia. Ludo, nel finto ruolo di nipote di Mrs Palfrey, si reca assiduamente in visita alla donna presso il Claremont, tra chiacchiere degli ospiti, sviluppi di relazioni e quotidiane attese di compagnia. È un’amicizia profonda, uno scambio da cui entrambi traggono reciproco godimento. Per mezzo di una storia apparentemente semplice e piana, Taylor conduce il lettore tra le pieghe delle relazioni e, soprattutto, lo spinge a riflettere sulla vecchiaia – confrontandosi con non pochi stereotipi e pregiudizi – , sul desiderio di connessioni umane e, al centro della narrazione, il bisogno di essere accettati, riconosciuti, visti. C'è tra le pagine dunque l'ultima stoccata di un'autrice anziana, che non ha perso un grammo della sua sagacia e che (si?) racconta in modo non convenzionale quell'età della vita, per mezzo di un registro narrativo pungente, intimo, che guarda al discorso indiretto libero di matrice austeniana e si avvicina ora a Mrs Palfrey ora alla collettività degli ospiti e che non cede mai al sentimentalismo.

Con una voce che sa farsi carico tanto del dato più concreto e tangibile quanto di tratteggiare le emozioni più sfuggenti, Taylor con i suoi ritratti della middleclass inglese sa divertire con intelligenza e garbo, in quella fusione di humor e dramma che ne contraddistingue l’opera tutta e che dietro l’apparente semplicità del plot o dei sentimenti evocati rivela la profondità di sguardo e la grazia che le valsero tanti riconoscimenti di critica e lettori. Una scrittura elegante e misurata, a tratti fuori dal tempo, che solo gli occasionali riferimenti a certi mezzi di trasporto e di comunicazione ricollocano a un’altezza cronologica precisa, a un contesto sociale e culturale, ma che dialogano ancora perfettamente con ognuno di noi, vicini o meno alla vecchia Inghilterra, alla sagacia dei suoi individui, perché vi riconosciamo dinamiche e sentimenti comuni, universali. Tra quei riferimenti al contesto in cui si muove la storia di Mrs Palfrey, se facciamo attenzione possiamo tuttavia scorgere la Londra degli anni Settanta, il fermento culturale. Vietato morire qui, titolo scelto per questa edizione e monito cui gli “abitanti” del Claremont si aggrappano con tenacia, nonché, nel finale, lo stesso titolo scelto da Ludo per il suo romanzo: perché lì, appunto non si può morire, lì si trascorrono anni di autonomia, di comunità, chiacchiere e pettegolezzo, rituali, abitudini; per la morte c’è ancora tempo, per la decadenza finale c’è lo spettro dell’ospizio.

Curioso come in questi tempi nostri, in cui invecchiare – soprattutto per una donna – è uno degli ultimi tabù, le narrazioni su quella fase della vita umana popolino con successo scaffali delle librerie e sale cinematografiche. Curioso, ma forse non così strano e, alla luce delle derive violente del nostro contemporaneo, la vecchiaia appare come un dono, l’essere sopravvissuti al tempo, l’essere vivi nonostante tutto. Della vecchiaia, soprattutto, Taylor racconta la sorprendente capacità dell’individuo di mutare, a qualsiasi età, aprirsi al cambiamento: ecco, dunque, che la sua Mrs Palfrey sa accogliere le incertezze della vita, i mutamenti, i cambi d’opinione, sa perfino in qualche modo cambiare sé stessa, crescere, provando ad affrancarsi da quell’abitudine comune a tante donne del suo tempo – ma non solo – di definirsi in base all’immagine che di noi ci restituiscono gli altri, in base a un ruolo, a un legame famigliare. Grazie all’incontro con Ludo o, più probabilmente, all’incontro con sé stessa.

Da giovane, aveva un'immagine di sé da mostrare innanzitutto al marito, che ammirava; in secondo luogo a sé stessa, e poi agli indigeni («Sono un'inglese»). Ora che non c'era nessuno a rimandargliela, quell'immagine sembrava indebolita: aveva perso due terzi del valore (niente marito, niente indigeni). (p. 17)

C’è un certo grado di ambiguità nel rapporto tra i due, sottile e volutamente tenuta tale dalla penna accorta di Taylor che offre al lettore una parte attiva nell’inserirsi tra le pieghe della storia. Ludo e Mrs Palfrey – tra l’altro portati sullo schermo nel 2005 da Ruper Friend e Joan Plowright – ma anche Harold e Maude, personaggi di un’altra storia di amicizia tra un ragazzo e una donna anziana, in quel caso più apertamente riconosciuta come amore. La penna di Taylor tratteggia le sfumature, le ambiguità, spinge a confrontarci con la vecchiaia da punti di vista non stereotipati e la voce, quella tensione più volte menzionata tra ironia e dramma, è la più adatta a esplorarne le pieghe, anche quelle meno convenzionali. Sì, ogni volta che pronunciamo il nome di Elizabeth Taylor saremo costretti a specificare “la scrittrice”: ma quel nome, quella specificazione, mi auguro lo pronunceremo sempre più spesso, con il piacere dell’ironia che la contraddistingueva.

Debora Lambruschini