Colpevolezza
di Bruce Holsinger
Edizioni e/o, 2026
Traduzione di Dario Diofebi
pp. 410
€ 21,00 (cartaceo)
€ 12,99 (ebook)
Dobbiamo sempre assumerci la responsabilità dei nostri errori. Ma in questa nuova era di macchine intelligenti, dobbiamo assumerci anche la responsabilità dei loro. (p. 159)
Mi sono trovata, nel leggere Colpevolezza di Bruce Holsinger, romanzo al centro di un acceso dibattito e da poco tradotto in italiano per e/o, a provare un senso di dejà-vu. Tematiche molto simili erano già state affrontate infatti in un testo più vicino a noi, almeno dal punto di vista della componente autoriale, ovvero Le api non vedono il rosso di Giorgio Scianna. Pubblicato nel 2021, quel libro anticipava molte delle tematiche etiche che appaiono anche in questo: anche in quel caso, un’automobile a guida autonoma veniva coinvolta in un incidente e provocava vittime innocenti; anche in quel caso, la riflessione sulla responsabilità (contesa – o piuttosto rimbalzata – tra intelligenza artificiale, individuo che ne fa uso, e mente che l’ha progettata) si associava al dramma di una famiglia. Se in Scianna il guidatore dell’auto e l’ingegnere informatico erano figure diverse, e proprio su quest’ultimo si concentrava la narrazione, in Holsinger la tensione è accresciuta dal fatto che invece i ruoli parzialmente si sovrappongono.
A insistere per comprare un’auto dotata di un sistema
di guida autonoma all’avanguardia è stata infatti Lorelei Shaw, ricercatrice e
luminare di fama mondiale nel campo della morale
computazionale, filosofa esperta nelle ricerche sui progressi dell’AI. Con
lei, sull’auto, il giorno dell’incidente, ci sono il marito Noah, voce narrante
del romanzo, e i tre figli, Izzy, Alice e il diciassettenne Charlie, che siede
al posto di guida. Mentre gli adulti del gruppo sono impegnati a lavorare sui
rispettivi dispositivi elettronici, il minivan su cui si trovano entra in
collisione con una utilitaria su cui viaggia una coppia di anziani, i Drummond,
che muoiono sul colpo.
Lo scontro fa deflagrare
la vita apparentemente perfetta dei Cassidy-Shaw, tutti ugualmente chiamati
(chi dalle autorità, chi dai segreti che accuratamente custodisce) a
interrogarsi sulle proprie
responsabilità nell’accaduto. Il titolo ci preannuncia, anzi, che la
riflessione si pone già oltre questo campo, per virare verso quello dell’accertamento di una colpevolezza.
Se due persone perdono la vita, non è possibile
nascondersi troppo a lungo dietro alibi
rassicuranti o autoassolutori. E se l’intelligenza artificiale ha gli
strumenti per registrare la successione degli eventi (una sorta di scatola nera
in cui sono annidate le verità più indicibili), ma non ha scrupoli che la
portino a interrogarsi e rimettersi in discussione, la stessa fortuna (e
verrebbe voglia di aggiungere per fortuna)
non è data ai soggetti umani coinvolti. Anche loro sono scatole nere, sempre
con un fondo di inconoscibilità che
li separa dagli altri, incapaci di
liberarsi dalle informazioni, spesso scomode, che tengono celate al fondo
della propria coscienza.
Negli ultimi cinque anni, l’utilizzo dell’AI è dilagato nei più svariati settori e ha toccato
in maniera diretta o indiretta quasi ogni aspetto del nostro vivere. Il romanzo
di Holsinger affronta quindi una tematica
che, se già non lo era prima, è divenuta ora incandescente, e ci fa sentire coinvolti
con un’urgenza che forse, quando è uscito il testo di Scianna, non
avvertivamo.
Ecco perché Colpevolezza funziona, e funziona da
subito. La tragedia famigliare diventa thriller, con una componente legal, perché tutti i protagonisti
vengono messi sotto osservazione – e
il primo sguardo giudicante è il loro.
È una scelta intelligente, dal punto di vista
narrativo, adottare il punto di vista dell’unico componente non eccellente, né
eccezionale, della famiglia. Noah incarna infatti il prototipo dell’«uomo qualunque», un padre affettuoso, ma
che se può evita gli scontri, un avvocato mediocre, uno che osserva dalle
retrovie i successi professionali della moglie, il «genio assoluto» di casa, o quelli sportivi del figlio maggiore, o
che nota nelle ragazze il temperamento brillante della madre. Lui è quello che oppone alla filosofia di Lorelei uno spirito pragmatico, ma non sempre
si rivela all’altezza degli eventi. Non riesce a interpretare correttamente
quel che gli capita intorno, non nota le nuvole di tempesta in avvicinamento,
non ha soluzioni magiche da sfoderare al momento giusto, e fa le domande scomode, goffe, che potremmo fare tutti noi. I suoi
occhi sono il nostro filtro
interpretativo, in tutti i sensi. Con lui, osserviamo come la verità viene
rimasticata, come incide sulla lingua nell’attribuzione
reciproca, a tratti passivo-aggressiva, delle colpe: dal noi al voi, dal lei (dell’AI) al tu.
Di fatto, mentre tra le pagine sembra delinearsi una catena ineluttabile di eventi,
l’interrogativo su chi – o cosa – li
abbia innescati si fa sempre più pressante. E risulta interessante notare
che, in fondo, nessuno accusa davvero l’intelligenza artificiale. A essere indagata è sempre la componente
umana.
Per far emergere l’iniziale polarizzazione, ma anche il suo superamento, il testo sfrutta materiali compositi: a inframezzare i capitoli compaiono pagine di un saggio che si immagina scritto proprio da Lorelei , Anime di silicio: la colpevolezza delle menti artificiali, in cui viene presentata la riflessione etica sull’impiego dell’AI e i pericoli ad esso connessi; inserti di interviste e articoli di giornale che riportano testimonianze di usi industriali o militari; pagine delle conversazioni in cui Alice si sfoga e chiede consiglio a un chatbot, che lei chiama Blair e tratta alla stregua di una migliore amica in carne ed ossa. Nessuna esistenza, ci suggerisce l’autore, è libera da condizionamenti. L’intelligenza artificiale non è più una prospettiva futura, ma una tangibile realtà del presente, in cui tutti sono implicati, con cui tutti sono compromessi. Ben lontano dal volerla demonizzare, Holsinger desidera però problematizzarne l’uso, accendere un riflettore sui rischi potenziali – che nascono più da noi che da lei. Siamo noi a essere stati creati liberi e mandati nel mondo, dove, in quanto creature senzienti, siamo responsabili di ogni nostra azione. Lo stesso però non vale per la macchina.
Una macchina è responsabile di tutto ciò che fa? Ovviamente no. Siamo noi i responsabili delle conseguenze della stessa libertà che concediamo a questi oggetti di nostra creazione. È questo che toglie il sonno agli studiosi di etica. Nel concedere autonomia a un algoritmo non stiamo condannando la macchina a essere libera. Stiamo condannando noi stessi. (p. 296)
La moralità della macchina è il riflesso di quella umana. «Gli algoritmi hanno un ruolo, e sarà sempre più grande. Ma anche le persone devono migliorare» (p. 368), commenta Lorelei, quando tutto è concluso, o almeno così sembra. Se il processo di sviluppo dell’AI e la sua integrazione nella vita quotidiana sono inarrestabili, è fondamentale che prima di tutto le persone sappiano cosa aspettarsi, come leggere il loro presente.
Nonostante quanto scritto finora, va specificato che
la forte componente riflessiva non
prevale mai sulla trama all’interno del romanzo, ma ne diventa elemento
complementare e chiave di lettura.
Soprattutto nella seconda parte, l’intreccio
si fa dinamico e il ritmo diventa veloce, quasi convulso.
L’ambientazione si è spostata, già dalle prime pagine,
in una villa al mare presa in affitto dai Cassidy per allontanarsi dal caos
della città e dare il tempo a tutti i membri della famiglia di guarire, a livello fisico e mentale,
dai postumi dell’incidente. Qui però, in un Eden che appare presto contaminato
(dagli ecomostri che hanno deturpato la baia, quanto dalla colpa di cui loro
sembrano essere portatori), i loro passi incrociano quelli del misterioso
Daniel Monet, ricco imprenditore, azionista nell’ambito dell’high-tech e della cybersecurity, che pare legato a Lorelei in qualche modo
indefinito, ma che certamente preoccupa Noah. Nel frattempo, i nodi della giustizia si iniziano a
stringere intorno alla famiglia, perché appare chiaro che un torto è stato inflitto
e qualcuno dovrà pagare. Pur ponendo
importanti questioni etiche, il romanzo di Bruce Holsinger non risulta quindi
mai pesante o pedante, ma intriga proprio per gli interrogativi che suscita mentre trascina il lettore in una girandola di eventi la cui portata non
risulta chiara fin da subito.
Anche se il target di riferimento è il pubblico adulto, la presenza tra i protagonisti di due adolescenti che giocano un ruolo attivo negli accadimenti e il tema, attualissimo, dell’intelligenza artificiale rendono la lettura proponibile anche in ambiente scolastico. Data la lunghezza del testo e la complessità della riflessione, si può pensare a un triennio avanzato, magari nel contesto di un approfondimento sul tema della cittadinanza digitale, come previsto dal curricolo di educazione civica.
Carolina Pernigo
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