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Distese ghiacciate, sogni, solitudini, ma anche storie di amicizia in “Safari artico” di Jørn Riel, uno degli scrittori danesi più amati

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Safari artico
di Jørn Riel
Iperborea edizioni, 25 marzo 2026

Traduzione di Silvana Lucia Convertini

pp. 192
€ 17,50 (cartaceo)

La primavera artica. Anton si scompigliò i capelli confuso e si guardò intorno. Il suo sguardo cadde sulle impronte dello zigolo. Sottili fili neri, una filigrana, un disegno senza senso. Fissò quelle impronte e vi lesse la sua propria vita. Si ricordò dei suoi sogni. Il sogno dell’eroe polare, sogno di fuga. Il sogno del sogno. In quelle orme Anton trovò una specie di coerenza. […] cominciò a capire cosa aveva portato l’uccello fin lassù. Avvertì di colpo la fantastica attrazione che suscitava quel deserto. Voltò le spalle al mare coperto di lastre di ghiaccio e lasciò lo sguardo vagare sulla terra. Ancora una volta il suo animo si riempì di infinito. Le montagne occupavano l’intero campo visivo. In basso erano nascoste da enormi cumuli di neve, rotondi, seducenti, di una morbidezza quasi femminile. Lunghe ghirlande brune correvano sulle pendici, dove la neve si era sciolta e, nella parte più alta, le cime svettavano come guglie contro il cielo luminoso. Il suo sguardo si fece distante, ed egli partì in viaggio. Per la prima volta nella vita, Anton viaggiava dentro di sé. Era da qualche parte al di fuori del suo corpo, da qualche parte tra tra il fondo della valle e l’immensa volta del cielo. (pp. 33-34)

Che cosa accade allo sguardo quando si misura per mesi, per anni, con uno spazio che suggerisce l’infinito? E cosa accade a chi quello spazio lo abita restando così a lungo lontano quasi da ogni forma di socialità? Anton, un diciannovenne che sogna di diventare un cacciatore dell’Artide, è il primo personaggio che il lettore incontra in apertura del romanzo Safari artico dell’apprezzato autore danese Jørn Riel, che ci ha lasciato qualche anno fa. Il giovane si imbarca pieno di aspettative e di entusiasmo all’idea di vivere a contatto con un ambiente così estremo, salvo poi ripensarci e soffrire di nostalgia, incapace di sopportare che i giorni scorressero tutti uguali, senza le avventure esaltanti che aveva immaginato. Anton sta per cedere a questa nostalgia, fino a quando la primavera artica non lo sorprende con il suo zigolo.

Il lettore incontrerà altri personaggi indimenticabili per le loro peculiarità e stranezze, ma tutti estremamente umani e solidali tra loro. Sono figure solitarie, come Herbert, che si lega ad Alexander che gli farà compagnia nei suoi momenti più profondi di riflessioni e speculazioni filosofeggianti. Peccato che Alexander sia… udite, udite: un gallo italiano!, «con una spessa cresta scarlatta, due piume dondolanti sulla coda e gli occhi cerchiati d’un bel color arancio» (p. 39). Herbert tra i ghiacci polari cercava persone dall’animo come il suo, ossia

gente che sa riflettere sulle cose e ha gli occhi per la bellezza. (p. 45)

Vi sono altri personaggi che sono protagonisti o comprotagonisti di altri capitoletti del libro, i quali si presentano come una sorta di racconto che mescola umorismo, ironia, elementi paradossali a momenti di grande lirismo. Come dimenticare il tatuatore, il signor Joenson? Un uomo vestito di tutto punto, in nero, con cappello di feltro, «una caffettiera smaltata nella mano sinistra e una borsa da viaggio di tela nella destra» (p. 75), che aveva viaggiato tanto, aveva accumulato tante storie e aneddoti, oltre a possedere un fascino non comune.

Ma la caratteristica più peculiare del signor Joenson non era tanto il suo modo di vestire, i suoi racconti esotici o la sua disarmante inadeguatezza all’ambiente naturale. Quello che più di tutto contribuì alla sua reputazione e all’ammirazione di cui divenne l’oggetto sulla costa fu il suo straordinario talento di tatuatore, nella piccola borsa da viaggio grigia aveva portato con sé dei flaconi di colore, aghi, martelli e arnesi vari per imprimere le sue opere d’arte sule braccia della gente, o ovunque desiderassero. (pp. 77-78)

Ed ecco che qualcuno si fa tatuare la parola «mamma» sull’avambraccio, qualche altro addirittura un vistoso drago sputafuoco sulla schiena. 

In mezzo a una così grande solitudine, c’è chi sogna di riabbracciare la madre, chi la fidanzata o, in assenza di entrambe, una donna che sa di frittella e a cui viene dato anche un nome, Emma. Questo sogno morbido e profumato diventa l’ossessione di diversi uomini tanto che, per avere il diritto di sognarla nel proprio letto, i cacciatori artici arrivano a vere e proprie contrattazioni di beni, come cartucce o arnesi da caccia.

Sospirò incantato e lasciò Emma emergere del tutto davanti all’occhio della sua mente. E poi raccontò quel che vedeva. «Emma, è come se fosse fatta di nient’altro che di frittelle. Tutta quanta. Sedere, seno, guance, tutto. Nient’altro che frittelle, amico mio. E nel bel mezzo di quest'opera di pasticceria, gli occhi azzurri come il cielo e una boccuccia rossa. (p. 117)

L’autore ha voluto con questo libro presentarci diverse declinazioni di una stessa condizione: quella di un’esistenza ai margini del mondo abitato, dove l’isolamento dilata l’immaginazione e trasforma i desideri in forme imprevedibili. Nel loro insieme, le storie che compongono Safari artico si inseriscono in una tradizione narrativa di matrice orale, vicina allo spirito delle skrøner danesi: racconti brevi, autonomi, spesso attraversati da ironia e paradosso. Jørn è riuscito a trasformare l’esperienza dell’isolamento in occasione di racconto condiviso, dove le storie dei vari personaggi si traducono in una riflessione più profonda sulla condizione umana, al di là della presenza dei ghiacci e della vastità del paesaggio artico. Safari artico è una lettura piacevole, si legge agilmente. Lo stile diretto, le situazioni grottesche inframmezzate a riflessioni profonde sull’uomo, sul sentimento della natura sanno tenere ben desta l’attenzione del lettore.

Marianna Inserra