L’inverno della levatrice
di Ariel Lawhon
NeriPozza, febbraio 2026
Traduzione di Massimo Ortelio
pp. 485
€ 22 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)
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La vita di Martha Ballard ha innumerevoli meriti, ma quello che oggi colpisce di più è sicuramente la sua capacità di non adagiarsi alle convenzioni sociali che imponevano ruoli silenziosi alle donne.
Siamo nel Maine di fine Settecento. Martha, stimata levatrice e guaritrice del villaggio di Hallowell, assiste instancabilmente la propria comunità, facendo nascere ogni bambino che sia legittimo o meno: per lei non esistono distinzioni, non si pone domande e, soprattutto, non giudica («Questo è il lavoro femminile nella sua forma primordiale. Qui non c’è posto per gli uomini, non hanno il diritto di esserci», p. 16) La sua esistenza scorre operosa fino a quando nel fiume Kennebec non è scoperto un cadavere. Se in un primo momento il ritrovamento non sorprende Martha, abituata ormai alla durezza del luogo, ben presto si scopre che il corpo appartiene a un noto personaggio locale: Johannes Burgess. L'uomo era tristemente famoso per l'arroganza e, soprattutto, per aver abusato di Rebecca Foster, la moglie del pastore; un caso che aveva turbato questa cittadina, non mancando di dare motivo a numerosi pettegolezzi.
Chiamata a esaminare il corpo, Martha si getta a capofitto in un'indagine che travalica il singolo caso di omicidio per toccare l'intera comunità di Hallowell: ognuno, infatti, avrebbe avuto un buon motivo per eliminare Burgess. L’indagine, che Martha porta avanti con numerose difficoltà, ha modo di raccontare anche alcune dinamiche sociali comuni all’epoca. Se da una parte, infatti, c’è sicuramente la raccolta di indizi e testimonianze da parte della levatrice, dall’altra s’intreccia quella giudiziaria che non riguarda solo questa morte misteriosa, bensì altre accuse e conferme che erano comuni negli USA a metà del Settecento, come quella del riconoscimento della paternità («Una donna nubile ha nominato il padre di suo figlio, e mi corre l’obbligo di riferirlo a questa corte perché venga messo agli atti», p. 456)
Martha si ritrova, talvolta a suo malgrado, coinvolta, perché, essendo la levatrice del paese, è anche custode non solo dei corpi femminili ma anche di quelle confidenze che emergono solo nel momento delicato del parto. È una donna rispettata e temuta insieme, poiché conosce i segreti di tutti. La vita di una levatrice è dura, costellata di attacchi e ricatti ( «non sono disposta ad arrendermi così facilmente», p. 390), ma ciò che oggi emoziona maggiormente è il rapporto con il marito: un uomo che, in controtendenza rispetto alla mentalità del tempo, supporta la moglie e la aiuta nella ricerca della verità. La loro complicità emerge dalle pagine del diario di Martha, un anello narrativo fondamentale che la donna compila con precisione per tenere traccia degli eventi e della propria storia.
L'inverno della levatrice ha il sapore del giallo storico — l'autrice è abilissima nel mantenere alta la tensione — ma tocca temi ben più vasti: dalla condizione femminile (una donna nel Maine non poteva testimoniare senza una figura maschile) alla nascita degli Stati Uniti, ancora in cerca di una struttura legale e sociale definita. Ariel Lawhon racconta una donna realmente vissuta che fece tutto ciò che era in suo potere per aiutare le altre a sopravvivere in un mondo dominato dagli uomini. Come ricorda l'autrice nella nota finale, l'eredità di Martha fu tale che la sua pronipote fonderà la Croce Rossa statunitense. Il romanzo intreccia memoria e Storia, seguendo il ritmo delle stagioni.
[...] e il sole invernale è nascosto dietro un velo di nuvole grigie. La luce, fioca e malaticcia, pare filtrare da una vecchia stamigna. Attraverso il bosco in groppa a Brutus e arrivo alla radura [...]. A destra scende verso il mulino, da cui sento provenire i colpi secchi dell’ascia di mio marito [...]. (p. 41)
L'Inverno del titolo non è solo un riferimento a quello rigidissimo del 1789, ma è anche un inverno simbolico: è nel gelo di quella stagione che la comunità di Hallowell è scossa dal ritrovamento di un corpo, vedendo crollare le proprie fragili certezze che, spesso, coincidevano con i pregiudizi e stereotipi talmente radicati che erano la norma. L’autrice ha saputo donare al lettore la sensibilità e l’empatia della protagonista grazie allo stile: una scrittura delicata ed evocativa, capace di trasportare il lettore nel freddo pungente del Maine ma senza tralasciare i dettagli storici precisi che però non rallentano mai il ritmo del racconto e offrono una voce autentica, quella della protagonista, forse lontana da noi nei tempi ma non nelle dinamiche.
Giada Marzocchi

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