di Laila Lalami
Come vi sentireste se al ritorno da un viaggio a Londra vi fermassero in aeroporto e vi dicessero che un algoritmo ha stabilito che siete un pericolo per il vostro partner tanto da farvi internare in un centro di detenzione?
Questo è quello che succede a Sara Hussein, la protagonista di questo romanzo distopico e psicologico. Sara è un'archivista, vive negli Stati Uniti, a Los Angeles, ed è sposata con Elias, da cui ha avuto due gemelli, Mohsin e Mona, di soli due anni. La stanchezza dell'essere una neomamma le ha sconvolto la vita, tanto da renderla più sbadata e meno affidabile. Sara infatti non riesce mai a riposare e alla lunga questa mancanza la logora. Inizialmente è riluttante all'idea di farsi installare un dispositivo sottocutaneo che le controlli il sonno e le migliori la qualità del suo riposo, ma visto il successo riscontrato dal marito, già aderente al sistema Dreamsaver, si convince che questo possa rivelarsi un aiuto prezioso per il suo benessere e per quello della sua famiglia.
Inizialmente infatti, il dispositivo le permette di sentirsi più attiva e più riposata. Anche le sue prestazioni a lavoro tornano a essere performanti come prima e l'accudimento dei figli ne giova, perché Sara ha più energie per prendersi cura di loro. Perfino il suo umore nei confronti del marito è migliore, perché la mancanza di sonno e il senso costante di frustrazione facevano scatenare in Sara un forte risentimento nei confronti del consorte. Un atteggiamento comprensibile e umano, ma nel futuro prossimo (e mai definito) in cui è ambientata la storia, questo non è ammissibile. Le persone, infatti, vengono perennemente controllate e sorvegliate, e sono qualificate in base al loro punteggio di rischio per la collettività o per un singolo individuo, come nel caso della protagonista.
Ma come possono i sogni essere ritenuti crimini? Secondo l'azienda creatrice del sistema Dreamsaver, i sogni possono diventarlo e quindi devono essere controllati. Come? Attraverso l'analisi dei dati di milioni di iscritti, processati da un'intelligenza artificiale in grado di valutarne l'effettivo livello di pericolosità. Un'AI in grado di riconoscere se la persona che sogni, al suo risveglio, sarà un assassino o meno.
«L'algoritmo sa che cosa pensi di fare prima ancora che tu lo faccia. È una verità scientifica. La detenzione è per il tuo bene, t'impedisce di agire seguendo il tuo impulso». (p. 89)
Questa è la spiegazione surreale che viene fornita a Sara, la quale incredula, cerca invano di ribellarsi, ma il suo opporsi alle regole non fa che peggiorare il suo livello di detenzione. Se infatti all'inizio la pena da scontare sembra assurda ma ancora accettabile (le avevano detto che sarebbe stata trattenuta per soli ventuno giorni), in realtà la donna scoprirà presto a proprie spese che ogni minimo atto di ribellione coinciderà con un prolungamento della pena. Molto spesso saranno anche gli atti di bullismo degli agenti della DVR (divisione di valutazione dei rischi) a far aumentare i giorni di prigionia.
L'unica nota positiva all'interno di questa prigione interamente al femminile è proprio la presenza di altre donne. Conosciamo quindi la compagna di stanza Emily, una fumettista che sogna di tornare dalla sua fidanzata, la giovane Marcela e la più anziana Lucy, due donne diversissime ma che sembrano profondamente affezionate nonostante le età lontane, e Toya, con cui Sara condivide l'inizio della reclusione. Donne diversissime e dalle personalità più disparate, ma tutte con un unico desiderio: uscire da lì. Con l'arrivo di una nuova detenuta, Sara sentirà questa possibilità più plausibile, anche se i suoi giorni di detenzione aumenteranno sempre di più e la sua famiglia sembrerà pian piano dimenticarsi sempre più di lei.
Che cosa le ha insegnato la detenzione in questi ultimi mesi? Che il mondo intero può rimpicciolirsi sino a ridursi a una stanza. Che il tempo è il dio di tutte le cose. Che non è necessario che le regole abbiano senso. Che per quanto il sistema sia ingiusto, lei deve sottostarvi per dimostrare che merita di liberarsi dal suo controllo. (p. 133)
Questo romanzo ha apparentemente le linee tratteggiate di un thriller e qualche colpo di scena in effetti c'è, ma ciò che ho apprezzato maggiormente è la capacità dell'autrice di far slittare il piano onirico in quello reale e viceversa. Spesso sembra di ritrovarsi nella realtà parallela di Inception (2010), il bellissimo film di Nolan con protagonista Leonardo Di Caprio. Oppure in uno degli agghiaccianti episodi premonitori della serie britannica Black Mirror. Sicuramente i richiami alla settima arte non mancano, la trama ha molto in comune anche con il Minority report (2002) con protagonista Tom Cruise, film tratto a sua volta dall'omonimo romanzo di Phillip K. Dick. Insomma le ispirazioni sono tante, ma ciò che emerge maggiormente sono il senso di abbandono e solitudine che accompagnano la protagonista durante tutto il suo soggiorno forzato.
Sara, a differenza dei protagonisti delle pellicole appena menzionate, è una protagonista che vorrebbe agire, ma che non può farlo. Paradossalmente la sua condizione di donna neo-madre che non dorme e si consuma ha un parallelismo nella dimensione di detenuta che non ha commesso alcun crimine ma che si ritrova schiacciata da un sistema che la umilia e abusa della sua sanità mentale e psicologica. Una dimensione inquietante che la fa sprofondare in un'angoscia abissale. La distanza con la famiglia, l'avvocato non troppo presente, il marito che deve sostenere la loro vita da solo e non ha tempo per lei, il padre ansioso che sembra che la giudichi. Tutto questo è troppo da sopportare e il cibo scadente, l'ostentazione del colore bianco, la fissazione per la pulizia e il forte odore di detersivo per pavimenti rende questo centro di detenzione più che un Dream Hotel un incubo che ci auguriamo non diventi mai realtà.
Lalami sembra volerci rivelare una verità ingombrante e difficile da accettare per una generazione che vede nella tecnologia una necessità irrinunciabile e nell'intelligenza artificiale più una confidente che uno strumento di supporto.
La scrittura è incalzante ma lenta, si ha come la sensazione che il tempo sia sospeso, e spesso si fa fatica a capire se la narrazione racconti la realtà o la dimensione onirica. Il sadismo del personale, racchiuso soprattutto nella figura carceriera di Hinton, non fa altro che ampliare la frustrazione e la rabbia di Sara ben trasferendola al lettore, che si sente anche lui impotente dinanzi alla violenza psicologica subita. In quest'opera non ci si devono aspettare grandi eroi e colpi di scena ad affetto. La verità è che questo romanzo e la storia che racconta non fanno più tanto paura, perché qui i veri mostri siamo noi e questo scenario non è affatto così fantascientifico e lontano come possiamo pensare.
Carlotta Lini
.png)
Social Network