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#PilloleDAutore: credere nella primavera che arriva. La vita che sboccia nelle lettere dal carcere di Rosa Luxemburg

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Un ardente desiderio di primavera
di Rosa Luxemburg
Edizioni Casagrande, 2025 

A cura e traduzione di Danilo Baratti e Patrizia Candolfi

pp. 184 
€ 20 (cartaceo)


A lungo Rosa Luxemburg è rimasta imprigionata in una definizione che la semplificava fino a deformarla. “Rosa la sanguinaria”: un’etichetta efficace e comoda. 
A partire dagli anni Sessanta del Novecento, grazie a nuove pubblicazioni, biografie e studi critici, ha preso avvio una riscoperta più onesta e profonda della sua figura. 
Non più soltanto l’icona della rivoluzione, ma una donna complessa, attraversata da passioni, fragilità, desideri, capace di tenere insieme, senza scinderle, la dimensione politica e quella personale. 
Teorica del socialismo e rivoluzionaria, Luxemburg viene riletta oggi nel nesso inestricabile tra vita e pensiero, come anticipatrice di temi urgenti anche nel presente: il pacifismo, il rapporto tra essere umano e natura, la critica alla disparità delle condizioni di lavoro, una sensibilità che dialoga anche con il femminismo contemporaneo. 
Circa quattro anni della sua vita li ha trascorsi in prigione, incarcerata per le sue idee politiche. 
Eppure, anche dietro le sbarre, non ha mai smesso di pensare e progettare: continuava a leggere, a riflettere sul corso della storia, a scrivere. Soprattutto, proseguiva a dialogare con le persone che facevano parte della sua vita, sostenendole e sostenendosi attraverso una fitta corrispondenza e dei saluti pieni di sole. Le lettere diventano così uno spazio di resistenza quotidiana, un luogo in cui la prigionia non riesce ad avere la meglio. Edizioni Casagrande propone un volume che raccoglie venti lettere di Luxemburg scritte tra il 1914 e il 1918. Il sottotitolo, "Erbe, animali e cieli nelle lettere dal carcere", chiarisce subito il filo conduttore della raccolta: la presenza costante dell’elemento naturale. Anche nella cella, la natura entra con forza: il volo degli uccelli, i fiori ricevuti e quelli ricordati, il colore del cielo, la forma delle nuvole intravista tra le sbarre. Sono frammenti di mondo e di vita che si affacciano come gesto vitale per restare ancorata all’esistenza. 
Luxemburg era una donna dalle tante passioni: la lettura, la scrittura, la musica, la pittura. In questa corrispondenza emerge con chiarezza il suo orizzonte culturale, le fondamenta che la sorreggevano. Accanto a queste, spicca un amore profondo per le scienze naturali e per la botanica, intesa non solo come disciplina, ma come arte dello scoprire e del catalogare. 
Nella sua vita ha realizzato diciassette quaderni di un erbario, più un diciottesimo con appunti di sistematica botanica e geologia. L’attività di erborizzazione non si interrompe nemmeno durante la detenzione; il suo è un Herbarium amatoriale: non presenta sempre la struttura rigorosa della botanica scientifica, né i riferimenti completi, ma è proprio qui che risiede il suo valore. L'erbario è un luogo vivo, abitato; le piante contano per ciò che significano per lei. Un vero e proprio catalogo sentimentale, talvolta accompagnato da disegni a matita della stessa Luxemburg e presenti anche in questa raccolta.
L'erbario, giunto fino a noi in circostanze ancora in parte misteriose, offre una via privilegiata per accedere alla vita interiore di Luxemburg e ha anche una rilevante dimensione storica poiché dialoga strettamente con le lettere e con le vicende della sua vita. 

I riferimenti politici non mancano in questo libro, ma non ne sono il cuore pulsante. 
La rivoluzione di Luxemburg affiora tra le righe: nei commenti sull’evoluzione della storia (il "turbine della storia mondiale" menzionato in una lettera del 1915), nelle parole rivolte ai compagni di lotta - vicini e lontani nello spirito - nella fiducia ostinata in una primavera della natura che aspira a essere anche una primavera dell’umano
Lo sguardo che emerge dal carcere è sempre attraversato dalla speranza, anche quando è fiaccato dal silenzio, dall’isolamento e dal peso dei ricordi. In ogni lettera c’è comunque un soffio di libertà, un desiderio costante di essere altrove: nei campi, tra le piante — il cipollaccio stellato, la pulsatilla, il caglio zolfino, il garofano rosso, la mahonia, l’inula, la verga d’oro canadese... — in compagnia degli animali, sotto un cielo che continua a mutare. 
Le lettere di Luxemburg ardono, ma con come un fuoco invernale, più come il soffio di una primavera precoce suggerito dalle cinciallegre: in questi testi c'è una tensione continua all'essere fuori, sana e salva, a fare la propria parte nel mondo. 
Ciò che emerge è la convinzione di una connessione profonda tra tutti gli esseri viventi, una visione che non è separata dalla sua fede politica, ma che la sostiene e la alimenta. 

A Mathilde Jacob,
9 aprile 1915
Cara signorina Jacob [...]
Un grazie tutto speciale per i fiori. Lei non sa quanto bene mi ha fatto. Infatti posso di nuovo occuparmi di botanica, che è la mia passione e il modo migliore per rilassarmi dopo il lavoro. Non so se le ho già mostrato i quaderni del mio erbario, nei quali ho inserito circa 250 piante a partire dal maggio 1913, tutte perfettamente conservate [...] Sono contenta per lei che possa vedere tante cose; per me sarebbe una punizione se dovessi visitare musei e simili. Mi viene l'emicrania e ne esco a pezzi. Per me l'unica ricreazione consiste nel gironzolare o sdraiarmi sull'erba al sole, dove osservo i più minuscoli insetti e contemplo le nuvole. 

A Luise Kautsky,
18 settembre 1915
Lulu amata! 
Oggi ti scrivo di nuovo per una piccola ricorrenza: non è un compleanno, ma sono esattamente sette mesi da quando sono "in gabbia". La tua lettera con la tua piccola foto è stata in questi giorni la mia più grande gioia. Così vivace, calda e spumeggiante di vita! Ecco la mia Lulu, quella che conosco e amo [...] Due anni fa - di questo non sai nulla - mi è venuta un'altra mania: a Südende mi ha preso la passione per le piante e ho cominciato a raccogliere, pressare, erborizzare. Per quattro mesi non ho fatto letteralmente nient'altro che vagabondare per i campi o mettere in ordine e classificare quello che avevo portato a casa dalle mie scorribande. Ora ho un erbario di dodici quaderni ben pieni e mi oriento molto bene nella "flora indigena", per esempio nel cortile dell'infermeria del carcere, dove prosperano un paio di arbusti e rigogliose erbacce per la gioia mia e delle galline. Così io devo avere sempre qualche cosa che mi prenda dalla testa ai piedi, per quanto poco ciò convenga a una persona seria dalla quale - per sua fortuna - ci si aspetta qualcosa di intelligente. 

A Mathilde Jacob,
7 febbraio 1917
Cara Mathilde! [...]
Oggi ho ricevuto la sentenza per aver insultato il funzionario della polizia criminale: 10 giorni di prigione più le spese [...] Oh Mathilde, quando potrò starmene di nuovo con lei e Mimi a Südende e leggervi Goethe? Ma oggi voglio subito recitarle a memoria una poesia che mi è venuta in mente stanotte, Dio sa perché. È una poesia di Conrad Ferdinand Meyer, un autore svizzero a me caro, che ha scritto anche Jürg Jenatsch. Si sieda, prenda in grembo Mimi e faccia quel caro musino da pecorella assorta che fa sempre quando le leggo qualcosa. Allora silenzio:

La confessione di Hutten

Ecco che cammino sulla mia tomba. 
Ehi Hutten, vuoi fare la tua confessione?
È un'usanza cristiana. Mi batto il petto. 
Non deve forse un uomo essere cosciente
delle proprie colpe?
Mi pento di aver capito troppo tardi il mio compito. 
Mi pento perché il mio cuore è arso di una fiamma troppo tiepida. 
Mi pento di non aver agito nelle lotte che
ho sostenuto
con colpi più taglienti e azioni più ardite. 
Mi pento di essere stato bandito solo una volta. 
Mi pento di aver conosciuto spesso la paura. 
Mi pento di ogni giorno che non ha inferto ferite.
Mi pento di ogni ora passata senza armatura.
Mi pento, lo confesso, con animo contrito, 
di non essere stato tre volte più ardito. 

Questo finale dovrà farlo scrivere sulla mia tomba... Mi ha preso sul serio, Mathilde? Suvvia, ci rida sopra. Sulla mia tomba, come nella mia vita, non ci saranno frasi magniloquenti. Sulla mia lapide ci potranno essere solo due sillabe: zvi-zvi. È il richiamo delle cinciallegre, che io imito così bene da farle accorrere subito. E pensi che in questo zvi-zvi, che finora brillava chiaro e acuto come un ago d'acciaio, da qualche giorno c'è un piccolissimo trillo, una minuscola nota di petto. E sa, signorina Jacob, cosa significa questo? È il primo leggero fremito della primavera in arrivo: malgrado la neve, il gelo e la solitudine, noi - le cinciallegre e io - crediamo alla primavera che arriva. E se per troppa impazienza non la dovessi vivere, non si dimentichi che sulla mia lapide non deve esserci niente altro che zvi-zvi... 

A cura di Claudia Consoli