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Donna, islamica, ribelle e palestinese: Asmaa Alghoul grida la sua voglia di libertà, di vivere e amare tra l’intolleranza di Hamas e le bombe di Israele

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La ribelle di Gaza
di Asmaa Alghoul e Sélim Nassib
e/o edizioni, 28 febbraio 2024

Traduzione dal francese di Alberto Bracci Testasecca

pp. 208
€ 16,50 (cartaceo)
€ 11,99 (eBook) 

Uno ammazza per mantenere il potere alla famiglia, l’altro ammazza in nome di un’interpretazione distorta dell’islam, il terzo ammazza in nome di una terra cosiddetta promessa… E i missili cadono sempre sulla testa degli stessi, quelli che non hanno il potere, quelli che dormono credendosi al sicuro, che hanno la sfortuna di trovarsi nel posto sbagliato, che non hanno la religione consona, che preparano il caffè prima di uscire… In fondo tutto diventa religioso in questa regione. E tutti quelli che hanno il potere di uccidere lo esercitano a loro piacimento. La guerra è guerra, porta via la gente come un’inondazione. (p. 184)

Se volete una narrazione alternativa e autentica scritta da chi ha realmente vissuto «ogni possibile oppressione del mondo arabo» (p. 10), senza sfociare nel vittimismo e nella facile retorica, questo libro fa al caso vostro. Se avete necessità di scoprire la storia dell’origine del conflitto israelo-palestinese, consiglio decisamente di rivolgersi a qualche saggio storico, perché i fatti qui narrati partono dal 1987, anno della prima intifada, e si fermano al 2014, data della fine della narrazione degli eventi. Questo libro è infatti una testimonianza scritta a quattro mani: Asmaa Alghoul è la protagonista delle vicende realmente accadute e narrate in arabo a Sélim Nassib, che le ha tradotte e pubblicate in francese nel 2016 col titolo L’insoumise de Gaza per Calman-Lévy. I due autori, come entrambi raccontano nella Prefazione l’uno, e nell’Introduzione l’altra, si sono conosciuti al Cairo, dove la giovane soggiornava temporaneamente per sfuggire alle minacce di morte per essersi opposta pubblicamente allo zio Said, dirigente militare di Hamas. Si tratta di due giornalisti molto attivi, infatti Alghoul scrive per il quotidiano online «Al Monitor» che tratta tematiche sul Medio Oriente e Nassib è giornalista per il francese «Libération».

Asmaa è una giovane ribelle, indomita, rifiuta di coprirsi interamente la testa con l’hijab «perché nel Corano non ha mai letto niente che lo imponga» (p. 11), rifiuta le ipocrisie moraliste dell’islam repressivo di suo zio, si dichiara dalla parte degli umili, della gente comune, vere vittime delle “occupazioni” culturali minori di al-Fatah, di Hamas e del fronte popolare e dell’occupazione più aggressiva e continua rappresentata da Israele.

Come ci informa sin dalle prime pagine della sua storia, Asmaa è nata e vissuta per i primi cinque anni della sua vita nel povero e arido campo profughi di Rafah, dove i suoi nonni e i suoi genitori erano stati costretti a scappare cacciati dalla Palestina dai soldati israeliani. Quel campo profughi è davvero ingrato per i giovani e i bambini: mancano spazi verdi, si vive - quando ci sono - dei sussidi delle associazioni umanitarie. L’infanzia di Asmaa è comunque felice, perché la bambina ha le persone che ama vicino, nonostante venga picchiata quasi ogni giorno per il suo carattere “da correggere”. Non sopporta di dover giocare solo alle bambole con le femmine, ogni tanto prende brutti voti a scuola a causa della sua insubordinazione; insomma, non si comporta come ci si aspetterebbe da una bambina araba. «Non ho un ricordo della mia infanzia senza soldati» (p. 31), ricorda Asmaa raccontando della sua infanzia e adolescenza, quando a ogni ora del giorno e della notte ha vissuto con il timore che potesse succedere qualcosa a lei e ai suoi cari: le case dei palestinesi sono sempre aperte, è facile intrufolarsi sia per chi chiede aiuto e protezione sia per i soldati israeliani. Ogni madre si rivolge a Dio pregando che i propri figli si rechino a scuola e tornino a casa sani e salvi, ma purtroppo il dolore e le violenze sono all’ordine del giorno.

Guardiamo il mondo attraverso la sottile rete di ferro, tremiamo, ci risuonano in testa le raffiche dei mitra. Siamo a scuola, sentiamo le macchine frenare bruscamente e i passi dei soldati che occupano il quartiere, poi gli spari. Piangiamo, ci raduniamo intorno alla maestra che è completamente smarrita, si sente responsabile dei bambini, ci sono soldati dappertutto. La maestra ci dice di rimanere in cortile, ma non la ascoltiamo più, usciamo per strada piangendo dalla paura. Cammino, vedo feriti a terra, penso che sia la fine, che morirò anch’io. (p. 33)

Solo chi ha vissuto sulla propria pelle quei momenti terribili può capire cosa si prova. Se pensiamo che non è un film, se solo pensiamo a come ci sentiremmo noi se dovessimo mandare a scuola i nostri figli col pensiero che potremmo non rivedere più il loro sorriso, le loro voci! Ciò che fa più rabbia leggendo le pagine di questa testimonianza unica - unica perché Asmaa è stata coraggiosissima a uscire da quell’inferno e volerne narrare - è che i massacri non sono stati episodi sporadici, ma da decenni la popolazione di quella “prigione a cielo aperto(p. 11) sotto gli occhi indifferenti di un Occidente liberale e democratico, subisce le umiliazioni più crudeli, viene uccisa e privata della propria dignità. Come ormai siamo abituati a sentire dai giornalisti freelance ora che il massacro ha raggiunto proporzioni mai viste, poi anche dai TG più asserviti al potere, sono i civili indifesi, in primis i bambini a pagarne le conseguenze con la stessa vita. È in questa situazione di estremo pericolo, umiliazione e vessazioni che forze alternative come Hamas, che in quegli anni successivi alla prima intifada è riuscita a irretire anche i seguaci di al-Fatah fondata da Yasser Arafat, prende sempre più piede e si insinua tra i vari strati della popolazione.

All’epoca Hamas era popolare, aveva conquistato il cuore della gente, anche perché i suoi primi comunicati erano notevoli: bella lingua araba, versi poetici, versetti del corano…Erano molto bravi a fare comunicazione. Per esempio organizzavano spettacoli teatrali all’interno delle moschee per un pubblico esclusivamente femminile. Sul palcoscenico improvvisato donne e ragazze interpretavano indifferentemente  ruoli femminili e maschili, compresi quelli dei soldati israeliani. […] Riuscite a immaginare donne in una moschea che recitano una pièce organizzata da Hamas? Oggi non vedremmo mai una cosa del genere! All’epoca erano intelligenti, quelli di Hamas. (p. 35)

L’idillio dura poco. Dopo la prima intifada, infatti, la famiglia di Asmaa si sposta negli Emirati arabi, ma il sogno di tornare in Palestina è sempre vivo e così a sedici anni la nostra narratrice va a vivere coi suoi a Gaza, passando così dalla padella della pesante cappa moralista degli Emirati alla brace di Hamas. L’onorabilità di una famiglia è legata anche e soprattutto  all’obbedienza delle donne, al loro silenzio, chi non indossa correttamente il velo può essere picchiata. Una ragazza araba in bicicletta è, per i rigoristi  islamici, una poco di buono che prova a sedurre gli uomini. A Gaza i femminicidi sono all’ordine del giorno e non vengono denunciati. «Nel 2014 tra la Cisgiordania e Gaza sono state uccise quattordici donne. Qualcuno ha pagato per quei delitti? Quasi tutte le ragazze assassinate in quei cosiddetti delitti d’onore erano vergini. Viene da piangere». (p.104)

Per una ragazza anticonformista come lei l’islamismo rigido e la presenza in famiglia di esponenti di Hamas sono un cappio al collo e così Asmaa per un po’ di tempo lascia Gaza e viaggia. Durante le sue soste in Egitto e in Corea conosce persone nuove, si confronta con nuove culture che le insegnano quanto Gaza e la sua gente siano uniche al mondo. «Il centro del mondo non è la Kaaba della Mecca, come sostengono i sauditi, ma Gaza, il paese di Sansone e Dalila» (p. 99): l’ospitalità e il calore degli abitanti di quella striscia di terra è croce e delizia per la nostra, perché la Palestina è calorosa e familiare, ma sa anche essere soffocante. Ciò che però aiuta Asmaa a non sentirsi più una profuga anonima e povera è la letteratura, la lettura di opere di grandi autori europei e non solo. Ed è proprio nell’apertura che una cultura più variegata e tollerante offre che la scrittrice indica la strada alle generazioni dei giovani palestinesi:

Ho capito cose importantissime come i libri, il cinema, e la musica siano estranee ai figli di Gaza. Eppure sono le cose che trasformano la gente, le cose che hanno trasformato me! Come possiamo giudicare quelli che non hanno mai potuto usufruirne? Non c’è un solo cinema pubblico in tutta la striscia! In generale i giovani hanno la scelta tra drogarsi di Tramadol o unirsi alle brigate al-Qassam, diventare soldati. […] L’unica cosa che gli manca è un buon libro. Di questo ha bisogno Gaza, di questo e nient’altro! Né di governo di unità nazionale né di riconciliazione né di merda né di Hamas né di guerra, questo territorio ha solo bisogno di aprirsi al mondo, e a vietarlo è l’assedio imposto da Israele, Hamas, al-Fatah ed Egitto mentre gli Stati Uniti e l’Europa guardano altrove. (p. 179)

Asmaa si è fatta strada da sola grazie al suo coraggio, coi suoi articoli scomodi e graffianti pubblicati su diverse testate giornalistiche che hanno apprezzato il suo lavoro e il suo carisma. È una donna che è riuscita a evitare la morte e a fare ciò che voleva della sua vita. Col suo carattere esuberante e ribelle ha affascinato diverse persone: ha due divorzi alle spalle e un figlio, non si è mai fermata di fronte alle calunnie e all’ottusità di chi sa solo distinguere ciò che è peccato da ciò che è lecito senza usare il proprio cervello. Ora come allora la sua testimonianza va letta e riletta, perché fa toccare con mano quanto sia realmente complicata la situazione all’interno della stessa Palestina, in questi mesi rasa al suolo e distrutta dalle bombe israeliane, con perdite umane enormi, soprattutto di bambini. È riduttivo puntare il dito solo su Israele; bisogna prima curare il male interno:

Credo che i nostri veri occupanti siano occupanti interni, Hamas, al-Fatah, i partiti…c’è poi la grande occupazione, quella di Israele. Non possiamo sbarazzarci della grande se non ci sbarazziamo prima delle piccole. La verità è che siamo sottoposti a un assedio mentale molto più imponente dell’assedio alle frontiere. (p. 10)

Che l’esempio e il messaggio di Asmaa possano incoraggiare e illuminare altre giovani vite palestinesi, affinché il dolore e la morte che oggi distrugge le loro vite non si trasformino in bieco desiderio di vendetta, ma ricerca di strade alternative alla violenza e al terrore.

Marianna Inserra