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Quello strano essere chiamato Tempo: la difficile arte di Antonio Tabucchi di convivere con l'orologio in “Che ore sono da voi?”

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Che ore sono da voi?
di Antonio Tabucchi
Feltrinelli, dicembre 2020

Racconti scelti da Paolo Di Paolo


pp. 256
€ 17 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)


Tutti conosciamo Antonio Tabucchi per il suo eterno romanzo Sostiene Pereira: una testimonianza (edito da Feltrinelli nel 1994; il sottotitolo è fondamentale per capire il testo ma molto spesso viene tralasciato), libro che immortala la dignità umana e il senso civico di fronte alle violenze di un regime dittatoriale e che simboleggia l’amore che l’autore provava per quella finestra sull’Atlantico, pregna di nebbia e saudade che è il Portogallo. Al grande romanzo se ne affiancano altri – tra i più conosciuti e affascinanti ricordiamo Piazza d’Italia (Bompiani 1975, poi Feltrinelli 1993), Notturno indiano (Sellerio 1984), Requiem (Feltrinelli 1992), La testa perduta di Damasceno Monteiro (Feltrinelli 1997), Tristano muore (Feltrinelli 2004) – che vanno a creare, tassello dopo tassello, quel mondo che esplode in una polifonia di voci provenienti da ogni angolo del pianeta, caratterizzato dal gioco del rovescio di identità che deriva dalla passione e devozione per uno degli scrittori più misteriosi e affascinanti di tutti i tempi: Fernando Pessoa. Da Pessoa, Tabucchi ha imparata a non essere solamente uno, unico e indivisibile, ma essere tante cose contemporaneamente, come molteplice è l’anima di Pessoa che si scompone in vari eteronimi che osservano costantemente la realtà da mille punti di vista diversi. Per questo motivo la letteratura di Tabucchi si compone di tanti Io quante sono le storie che sono uscite dalla testa dell’autore, richiamando le famose parole di Pessoa: «Non sono niente. / Non sarò mai niente. / Non posso voler essere niente. / A parte ciò, ho in me tutti i sogni del mondo.» 

Tutti conosciamo, dunque, il Tabucchi dei grandi romanzi che oscillano tra fantasmi italiani e allucinazioni portoghesi. Ma di fianco a questa indimenticabile produzione ne esiste un’altra dedicata a una diversa forma del narrare: quella della prosa breve, della novella, del racconto, della short story. Ed è proprio per rivalutare questo filone a cui Tabucchi teneva molto che Paolo Di Paolo seleziona e raccoglie una serie di racconti dell’autore, dando vita alla raccolta Che ore sono da voi? edita da Feltrinelli. Differentemente dal romanzo, Tabucchi sostiene che
Il racconto è un appartamento in affitto: se lei se ne va non è più suo. È una lotta contro il tempo, è una misura; va fatto in quel momento lì, sennò si perde. Il racconto è come il sonetto in poesia, è scandito dal tempo. A me piace molto misurarmi con il racconto, perché c’è una tensione molto forte… Il romanzo accetta una certa trasandatezza, il racconto no: ha bisogno di uno stile che stia lì, con l’occhialino…” (p. 11)
In virtù di ciò, Di Paolo compone questa raccolta selezionando racconti comparsi in altri libri di Tabucchi, quali Il gioco del rovescio (Feltrinelli 1981), Piccoli equivoci senza importanza (Feltrinelli 1985), L’angelo nero (Feltrinelli, 1991) e Il tempo invecchia in fretta (Feltrinelli 2009). Che ore sono da voi? si trasforma così in un grande condominio con sedici storie che si trasformano in appartamenti affittati da personaggi che provengono da Berlino, Lisbona, Inhambane, Buenos Aires, Mar del Plata, Casablanca, Parigi, paesini liguri e cittadine toscane; alcuni sono più morti che vivi, altri vivono infestati da fantasmi. Abitano tutti sotto lo stesso tetto ma provengono da epoche diverse: dai tempi dei regimi dittatoriali europei, dal colonialismo, dagli anni Cinquanta italiani, dalla Guerra fredda e dalle inquietudini della nostra contemporaneità. La malta che tiene in piedi l’edificio? Il tempo, da intendere non come categoria fissa e immobile, ma come un’entità che vive, respira, ringiovanisce e invecchia, che non segue i ticchettii dell’orologio, lo scorrere del giorno solare o le pagine del calendario. Un tempo che ha vita propria e che noi rincorriamo a perdifiato senza che esso se ne accorga minimamente.

I sedici racconti che si susseguono si trasformano in bellissimi appartamenti, arricchiti e adornati dalla ricchezza narrativa che incarna pienamente il mondo di Tabucchi che ci porta a rivivere tempi passati e storie oniriche attraverso il suo affascinante filtro visuale e imaginifico. Ecco che Tabucchi si fa osservatore fin nei minimi dettagli e, stringendo al naso il pince-nez da mastro orologiaio, inizia a riparare il tempo dal peso del mondo. Così, in Capodanno Tabucchi ci presta gli occhi di un ragazzino che, durante la Seconda guerra mondiale, riflette sul rapporto con suo padre, uomo del regime, vedendolo come un eroe che non sarà, e che alla fine consegna sé stesso alla tragica possibilità di un suicidio esistenziale. Così, in Lettera da Casablanca Tabucchi ci fa recapitare una lettera da Giosefine, alla ricerca disperata della sua identità sessuale e di far pace con le sofferenze del passato. 

I racconti di Tabucchi tengono insieme storia, tempo ed emozioni. Lo scrittore non si limita a interpretare; al contrario, decide di “esiste” dento al tempo, cercando di convivere con gli eventi della storia e provarne la paura, la disperazione e l’ipocrisia, come lucidamente rivela Di Paolo nella prefazione: «Perché la letteratura, per Tabucchi, è essenzialmente “una visione del mondo differente da quella imposta dal pensiero dominante, o per meglio dire dal pensiero del potere, qualsiasi esso sia”» (p. 13). Il suo compito diventa allora quello di colmare le lacune che sono state create attraverso le relazioni asimmetriche di potere e di restituire, attraverso la letteratura, la dignità a chi è stato sommerso dal proprio tempo. Ecco allora che Tabucchi re-visiona il senso della storia dopo la caduta del regime sovietico nel racconto Fra generali, oppure si cala nei panni del terrorista che potrebbe, o che forse ha realmente ucciso il commissario Calabresi negli anni di piombo italiani in Il battere d’ali di una farfalla a New York può provocare un tifone a Pechino?

Poi non può mancare il suo grande amore per il Portogallo. In Il gioco del rovescio Tabucchi ci riporta tra le ruas lisboetas, ci fa mangiare i piatti tipici in ristorantini dell’Alfama, mentre il fado si scioglie tra gli accordi della chitarra portoghese, e ci spiega le regole del gioco identitario messo in atto da Pessoa. Ricrea l’atmosfera del regime di Salazar conducendoci a vivere con i protagonisti del racconto Notte, mare o distanza un condensato di violenze che caratterizzano il quotidiano dell’Estado Novo salazarista. Lisbona poi si trasforma in una città-labirinto, dove due vecchi amanti, in Any where out of the world, comunicano attraverso un codice cifrato pubblicato nelle pagine di un giornale locale che si trasforma in talismano per il loro amore. 

Sostiene Tabucchi che per comprendere i grandi eventi della storia non si può ricorrere agli annali che massificano giudizi e convinzioni, come se le vicende degli uomini fossero involucri senz’anima. Parla in questi termini del genocidio della Shoah, raccontando in Che ore sono da voi? – racconto prima d’ora inedito e che fa del volume una pubblicazione preziosa a livello bibliografico - la semplice storia di un orologio che si è fermato alle otto meno cinque del diciotto gennaio del 1944, giorno in cui la famiglia della voce narrante è stata deportata a Auschwitz-Birkenau. Da quel giorno, per lei sono sempre le otto meno cinque del diciotto gennaio del 1944. Tabucchi sostiene dunque che se la storia vive è il che tempo uccide i suoi figli, come nel mito greco di Crono. Nel racconto incompiuto E finalmente arrivò il settembre sostiene infine Tabucchi, rifacendosi ai versi di Sophia de Mello Breyner, che per rinascere «mi riprendo la voglia di un paese libero, di una vita pulita e di un tempo giusto» (p. 244).

Ma di quale “tempo giusto” parliamo? Tabucchi sembra voler dimostrare che il tempo non esiste come categoria, ma come essenza. E per questo il Tempo di Tabucchi ha vita propria: scorre all’indietro, ringiovanisce, invecchia in fretta, si accartoccia su sé stesso, si ferma alle otto meno cinque del diciotto gennaio del 1944, si fa circolare come il tempo della saudade, si scollega dal ritmo delle azioni umane, si smorza lentamente dopo il primo accordo in mi minore di un musicista di fado. Un tempo che è proprio di ognuno di noi e che alle volte si sincronizza con il pulsare del nostro cuore, alle volte con il fluire dell’universo. Perciò, da voi che ore sono adesso?

Nicola Biasio