lunedì 17 maggio 2010

Piccoli equivoci senza importanza


Piccoli equivoci senza importanza
di Antonio Tabucchi
Milano: Feltrinelli, 1985

Piccoli equivoci senza importanza è una raccolta di undici racconti (di cui il primo dà il titolo all'intera raccolta) uniti dal filo rosso della riflessione sul significato della vita, e in particolare di come la nostra vita sia determinata da eventi casuali o da equivoci, appunto, che sebbene sembrino di poca importanza, diventano poi, per citare il primo racconto, «senza rimedio». In un primo momento la decisione di assumere come nucleo fondamentale della raccolta l'interrogarsi senso della vita può sembrare una scelta scontata e poco originale. Tabucchi invece riesce a creare piccoli ritratti postmoderni in cui dubbi, timori e nostalgie affiorano in modo non banale. Ogni racconto ci presenta un personaggio e la sua storia; varia è l'estrazione sociale e l'età dei protagonisti e vario il loro grado di cultura. Le storie, poi, non sono mai scontate, e si dipanano per la maggior parte in modo non lineare. Notevoli sono infatti i salti temporali, che alternano narrazione presente, a volte anche in prima persona, ricordi e memorie, eventi immaginari, sogni. Tutti i racconti giocano inoltre sulla sovrapposizione di piani narrativi diversi, che in un primo momento ingannano il lettore, e che solo più avanti nel testo verranno chiariti dal narratore. In “Cinema”, ad esempio, la scena si apre con un dialogo alla stazione fra una ragazza e un partigiano, interrotta solo dopo alcune pagine, e senza stacchi narrativi, da un «“Stop!”, gridò il ciak», che riporta tutta la sequenza ad una scena di un film. Questi giochi narrativi sono presenti in tutti i racconti, ed emergono soprattutto nella tendenza a non introdurre graficamente le battute di discorso diretto, creando un primo momento di smarrimento nel lettore. Elementi di postmodernità si trovano anche nei continui rimandi intertestuali; si va da Machado a Ponson du Terrail (scrittore francese di romanzi popolari vissuto nell'Ottocento), dal Marchese di Carabas del Gatto con gli stivali a Chamisso. Il gioco intertestuale può essere esplicito, come nel caso del personaggio che si crea la finta identità di «Peter Schlemihl, […] invenzione di Chamisso», oppure sottilmente camuffato nei nomi dei personaggi.

La piacevolezza della scrittura di Tabucchi è poi rafforzata dalla notevole presenza di metafore sulla vita, sempre efficaci nel focalizzare un particolare aspetto di ogni personaggio, e che pervadono ogni racconto. Un ulteriore punto di contatto è dato dalla difficoltà nel prendere decisioni. Nella maggior parte dei racconti i personaggi non prendono attivamente una decisione, ma sono per lo più passivamente guidati dagli eventi, dalle casualità. Anche quando c'è un forte desiderio di cambiamento, il finale riporta all'abitudine, alla passività, alla storia già scritta che non si riesce a infrangere (“Cinema”). La riflessione di Tabucchi non si esaurisce però in una condanna di queste mancate azioni, che possono poi sfociare in nostalgia e rimpianto. Quando il protagonista prende la sua decisione, infatti, come quella di lasciare il lavoro per laurearsi e poi lottare per un posto di valore nell'Università (“Il rancore e le nuvole”), la sua vita viene scandita da “vittorie”, e questa eterna rincorsa del successo si trasforma in una perdita di contatto e compassione verso gli altri.

Nonostante la raccolta si chiuda su una nota di rassegnazione (l'attore che voleva infrangere il copione per portare la vita reale nel film rinuncia infatti al proprio proposito di rottura dato il parere contrario del regista), è comunque significativo che Tabucchi affidi il suo messaggio a un personaggio che, a differenza di altri, ha quantomeno tentato di svincolarsi dalla rete degli “equivoci” che la vita ha intrecciato.