martedì 15 dicembre 2020

«M – L'uomo della Provvidenza», il secondo volume di Antonio Scurati sulla vita del Duce del fascismo


M – L’uomo della Provvidenza
di Antonio Scurati
Bompiani, 2020

pp. 625
€ 23 (cartaceo)
€ 14,99 (ebook)


È uscito poco più di due mesi fa il secondo volume di quella che doveva essere la trilogia – e che invece probabilmente sarà una tetralogia – di Antonio Scurati sulle gesta del Duce del fascismo, intitolato M – L’uomo della provvidenza (edito da Bompiani, segue M – Il figlio del secolo, del 2018). In altre circostanze, Critica Letteraria avrebbe dovuto ammettere, di fronte ai suoi lettori, di presentarsi all’appuntamento quasi fuori tempo massimo – a causa della mancanza di chi scrive, giusto precisarlo –, ma fortunatamente, in questo caso specifico, vengono in nostro aiuto alcune importanti attenuanti. Il progetto di Scurati infatti esonda il perimetro delle normali dinamiche editoriali ed è affrancato dalla crudelissima morsa del marketing librario: il carisma dell’autore, l’ambiziosità e l’ampiezza dell’opera, l’interesse della critica, hanno già assicurato ai vari episodi della saga – quelli che già sono e quelli che verranno – una lunga e fortunata permanenza sugli scaffali delle librerie e tra le pieghe del dibattito letterario. Ed è alla polifonia di quest’ultimo che cerchiamo adesso di associarci, entrando in punta di piedi e cercando un posto rimasto ancora libero in una delle file di mezzo.

   

Il secondo volume della tetralogia, riprende esattamente da dove il primo si interrompeva, ovvero dai giorni concitati e nervosi del 1925 che seguirono il ritrovamento del cadavere Matteotti. Più precisamente dai giorni successivi al primo discorso al parlamento dell’anno 1925, momento in cui il Duce del fascismo, da molti ritenuto un politico ormai sconfitto, disarcionato in corsa dal ritrovamento della salma del suo più acerrimo avversario politico, sfidò apertamente i suoi colleghi parlamentari a impugnare contro di lui il codice. Nessuno all’interno dell’emiciclo osò. E quel silenzio decretò l’inizio della dittatura fascista. 

Eppure, il Mussolini che troviamo in apertura di questa seconda parte non è affatto l’uomo altezzoso e incontenibile che avevamo lasciato. È invece un uomo distrutto, piegato in due dal dolore e dal senso di colpa, tormentato dall’ulcera duodenale. Passa le giornate a vomitare sangue e a cercare di lenire la sofferenza intestinale. Quest’aspetto, più che a mettere in luce la fedeltà ai fatti e agli eventi più volte rivendicata da Scurati, ci consente di soffermarci su un altro elemento centrale nella trilogia/tetralogia: il sapiente lavoro di intramazione attraverso cui l’autore converte l’enorme massa di materiale documentario e di fonti d’archivio, in una narrazione che sottostà perfettamente alle regole dello storytelling più efficace. La sfida è estremamente ardua da un punto di vista narratologico: rendere interessante una vicenda di cui in molti conoscono già l’epilogo, creare suspense laddove gli snodi principali sono ben noti. Ed è in questo muoversi lungo sottili traiettorie liminari, che si consuma la qualità maggiore della scrittura di Scurati: nello stare in equilibrio tra storia e racconto, tra saggio e romanzo, verità e invenzione, precisione annalistica e letterarietà vigorosa, agiografia rigorosa e satira ironica, tra fedeltà ai fatti e alle proprie intenzioni. Lo scrittore gioca con il materiale raccolto e con i lettori, concedendosi e nascondendosi, eludendo le loro aspettative e spesso, inconsapevolmente, anche le sue stesse. 

L’uomo della provvidenza racconta i fatti che vanno dunque dal 1925 fino alla Mostra della Rivoluzione Fascista del 1932, quando Mussolini è ormai il deus ex machina della politica italiana e l’intera nazione si è prostrata al suo volere. Attraversa il concepimento e la promulgazione delle leggi fascistissime, la riorganizzazione della struttura di partito, la progettazione e ratifica dei patti lateranensi, l’opera di colonizzazione della Libia. Da un punto di vista di scelte narratologiche e di espedienti romanzeschi, il libro ricalca perfettamente il testo che l’ha preceduto. In entrambi, Scurati recupera e rimodella fonti primarie di ogni sorta, che vanno dai verbali agli articoli di giornale, dagli scambi epistolari alle relazioni parlamentari, dai diari personali ai rapporti di polizia. I capitoli del racconto si alternano poi a brevi intermezzi in cui lo scrittore include stralci di materiale originario e, così facendo, offre una pezza d’appoggio per la sua ricostruzione storica da un lato, e svela – metanarrativamente, potremmo dire – il suo metodo e il suo modo di procedere, dall’altro. 

Per ragioni di spazio, non possiamo qui scendere troppo in profondità e offrire un’analisi letteraria che renda giustizia all’enorme mole di elementi in ballo – bisognerebbe partire da molto lontano e si correrebbe il rischio di arrivare con il fiato cortissimo. Possiamo soffermarci su alcune delle caratteristiche che fanno di questi testi – o sarebbe meglio dire di questo testo, trattandosi di un unico grande romanzo in più puntate – uno degli esperimenti più interessanti degli ultimi anni – anche grazie, e non a scapito, delle sue lacune e dei passaggi a vuoto. 

Con M, Scurati raggiunge forse un’area di sosta – chissà se permanente –, nel lungo tragitto da lui compiuto in qualità sia di scrittore che di critico. In un certo senso, con questo testo prende forma la sua lettura più complessa di quel “romanzo della dopostoria” che lui stesso aveva teorizzato. La conclusione in parte già nota è che, nella nostra epoca dell’inesperienza e della cronaca sapere, conoscere e scoprire sono gesti possibili solo in secondo grado, che devono sempre passare per una trasmutazione mediatica. Un libro che rappresenti il fascismo è allora il modo che ci resta per riappropriarci di quella stagione, per ritradurla e darle un significato. 

Lungo questo binario – ci perdonerà l’autore se la poniamo in termini così netti – scorre il valore e il senso politico dell’intero progetto. In un contesto culturale – come quello post–mutazione – in cui il tempo è diventato una dimensione del tutto sincronica e quindi in cui il presente e il passato (ma così anche il futuro) sono schiacciati l’uno sull’altro, muoversi in verticale tra le epoche sarebbe un gesto scarico ed inefficace. Per questo Scurati allaccia lo ieri e l’oggi orizzontalmente, appiattendoli ed avvicinandoli l’uno all’altro, lasciando che si parlino apertamente l'uno con l'altro. Il racconto di quegli anni è un racconto in presa diretta, fatto di costanti deissi e mimetismi linguistici. Lo scrittore prende in prestito le dinamiche della cronaca e lascia che le varie vicissitudini si disvelino al lettore nella loro successione. Nel fare questo, sfrutta le potenzialità offerte dalla narrativa, alternando alla focalizzazione interna e all’indiretto libero, momenti in cui il narratore onnisciente approfitta del suo ruolo privilegiato e – spesso con ironia – punta il dito, giudica, legge con il senno di poi. 

Nella sua lotta personale per una verità sfuggente, che cambia ed evolve mentre ancora cerchiamo di inquadrarla nel nostro obiettivo, Scurati mostra dunque di preferire il romanzo della storia alla storiografia vera e propria. Pertanto, la reazione alle obiezioni mossegli da Ernesto Galli della Loggia che lo accusava di impropria manipolazione dei fatti, con cui lo scrittore rivendicava invece la piena libertà del romanzo di riadattare la materia narrata colmandone vuoti e le lacune, ci risulta assolutamente solida e credibile. 

Resta però in chiusura una domanda. Una domanda personale che sappiamo già essere senza risposta, ma che sfugge comunque al nostro controllo. Se una tale fiducia è riposta nel romanzo e se esso è, come dice anche Guido Mazzoni, il genere in cui si può raccontare qualsiasi storia in qualsiasi modo, perché ricorrere allora a un così rimarcato sfoggio di rigore documentario? Perché la foga di affastellare documenti, fonti e testimonianze? Non è forse questo un modo per dare fiducia al genere sì, ma solo e soltanto con la dovuta riserva e con le necessarie precauzioni? 

Potrebbe però in fondo non essere questa la giusta sede per domande così annose.


Emiliano Zappalà