mercoledì 4 marzo 2020

"L'uomo che guardava passare i treni": il fascino ambiguo della normalità

L'uomo che guardava passare i treni
di Georges Simenon
Adelphi, 1991 (prima edizione: Adelphi, 1986)

Traduzione di Paola Zallio Messori
Prima edizione: Gallimard, 1938

pp. 211
€ 10 (cartaceo)
€ 4,99 (ebook)

In fondo, forse, era sempre stato un attore, e per quindici anni si era compiaciuto di trovarsi di fronte un'immagine dignitosa e impassibile, quella di un buon olandese sicuro si sé, della propria onorabilità e virtù, della prima qualità di tutto quanto possedeva (pp. 38-39). 
Ho conosciuto "letterariamente" Georges Simenon solamente pochi anni fa, quando per caso posai gli occhi su La camera azzurra (Adelphi, 2003 prima edizione Presses de la Cité, 1964) e lessi avidamente questa bellissima storia di amori, bugie, passioni e intrecci noir.
Da allora il numero delle opere dello scrittore belga (universalmente conosciuto per aver ideato il commissario Jules Maigret) è via via aumentato nella mia libreria, tanto da spingermi a leggere almeno uno dei suoi titoli ogni mese.
L'ultimo che ho avuto il piacere di approfondire è stato L'uomo che guardava passare i treni (Adelphi, 1991), ma prima di passare alle considerazioni in merito a questo titolo è utile conoscere qualcosa di più della vita di Georges Simenon.


Georges Joseph Christian Simenon nacque nel 1903 a Liegi, figlio del contabile Désiré e della casalinga Henriette. Se il rapporto col padre fu improntato quasi alla venerazione, con la madre ebbe maggiori difficoltà, definendola una donna "morbosamente emotiva, ma insensibile alle emozioni degli altri".

Scrittore precocissimo, ad appena 16 anni iniziò la carriera di cronista per la Gazette de Liège, e già a 18 pubblicò il suo primo romanzo.
Il suo talento venne subito riconosciuto e gli consentì di ottenere un rapido successo economico e nel 1929, in una serie di novelle scritte per la rivista Dètective, fece per la prima volta la sua comparsa il commissario Maigret, protagonista di 75 romanzi e 28 racconti.
Un'immagine dello scrittore belga Georges Simenon

Simenon fu un prolifico autore, tanto che si stima che la sua produzione letteraria (tra romanzi, racconti, memorie, raccolte di articoli, scritti vari) ammonti a oltre 400 opere, comprese quelle scritte sotto svariati pseudonimi (si dice che egli fosse in grado di scrivere anche 80 pagine al giorno). Di queste oltre 100 riguardano le inchieste del commissario Maigret, mentre molti altri sono i cosiddetti "romanzi duri".

Dopo questo breve inquadramento, possiamo iniziare col raccontare qualcosa in più a proposito de L'uomo che guardava passare i treni: la storia viene raccontata in prima persona dal protagonista Kees Popinga, un impiegato piccolo borghese che vive nella cittadina olandese di Groninga, scialbo, imprigionato in una vita matrimoniale che non gli appartiene.
Questo trentottenne che potrebbe essere definito un'"acqua cheta" (più volte Simenon associa a Popinga il colore grigio, che ben lo rappresenta) osserva passare i treni e immagina le vite dei passeggeri di quei convogli, sognando di dare una svolta alla sua vita mediocre.

L'occasione per questo sleale giocatore di scacchi si presenta quando il suo datore di lavoro, che lo irride e lo considera un buono a nulla, gli rivela che l'azienda per la quale lavora è sull'orlo del tracollo finanziario. Così Popinga asseconda l'impulso di salire su uno di quei treni notturni che tanto lo affascinano e parte alla volta prima di Amsterdam e poi di Parigi. Sarà proprio a Parigi che troveranno sfogo tutti gli istinti più bassi di questo narcisista represso, folle, megalomane, di questo "satiro" che non si sene compreso nemmeno dai giornalisti che versano fiumi di inchiostro per descrivere tutte le sue malefatte.
Si parte da un dettaglio qualsiasi, talvolta di poco conto, e senza volerlo si giunge a scoprire grandi principi (p. 113).
Le persone che credevano di conoscerlo tentano di delineare i contorni della sua follia, e la moglie si spinge ad affermare che forse il consorte è rimasto vittima di un'amnesia.
Popinga, però, con un'analisi fredda e lucida spiega le motivazioni che lo hanno condotto a compiere i gesti dei quali si è macchiato, scrivendo una sorta di memoir delle sue "gesta":
«Dunque, non sono né pazzo né maniaco! Solo che a quarant'anni ho deciso di vivere come più mi garba senza curarmi delle convinzioni né delle leggi, perché ho scoperto un po’ tardi che nessuno le osserva e che finora sono stato gabbato (…). Per quarant'anni mi sono annoiato. Per quarant'anni ho guardato la vita come quel poverello che col naso appiccicato alla vetrina di una pasticceria guarda gli altri mangiare i dolci. Adesso so che i dolci sono di coloro che si danno da fare per prenderli» (p. 140-141).
Con un ritmo serrato e uno stile asciutto Georges Simenon dà vita a un personaggio che affascina il lettore più che per le vicende che gli accadono (a tratti davvero inverosimili) per la descrizione credibile e realistica del suo profilo psicologico, un profilo che si delinea lentamente lungo tutto l'arco narrativo.
In quest'uomo è fin troppo facile ritrovare le caratteristiche magistralmente analizzate da Hannah Arendt nel suo saggio più noto, La banalità del male (Feltrinelli, 1963), ove la politologa, storica e filosofa tedesca formula la teoria in base alla quale il male compiuto dal gerarca nazista Adolf Eichmann - come dai moltissimi tedeschi che presero parte all'eccidio nazista della Shoah - sarebbe potuto essere perpetrato da ciascun essere umano.

Quello che accomuna Popinga ai tanti personaggi che popolano la finzione letteraria e la realtà di tutti i giorni con la quale ci scontriamo è la normalità, la sconcertante banalità alla quale facevamo cenno poco sopra, è quella vita ordinaria che incasella molti di noi, è una routine per certi versi confortante che assomiglia a dei binari ferroviari sui quali corre un treno che però potrebbe deragliare in un istante. Ed è proprio quell'istante che Simenon è riuscito a descrivere così bene, è quella linea sottilissima tra bene e male che Popinga ha oltrepassato sino a spingersi in un abisso di perdizione.

L'uomo che guardava passare i treni condensa in poche pagine tutti i temi cari all'autore, come la rottura con il proprio ambiente d'origine, l'analisi del profilo psicologico dei personaggi, la ribellione ad un'esistenza piccolo-borghese...
In questo noir è centrale il punto di vista del colpevole, e in molti degli aspetti che incarna Popinga ci sono anche i tratti di un altro celebre romanzo, Il fu Mattia Pascal di Luigi Pirandello (prima edizione: 1904): c'è la follia e c'è il rifiuto per una società che costringe all'omologazione.

In questo piccolo romanzo, che induce il lettore a continuare a scoprire l'universo letterario di Simenon, ci sono tante di quelle tematiche che possono essere apprezzate appieno solamente leggendolo: in particolare c'è la prospettiva perversa di Popinga che, come in un gioco di specchi, costringe il lettore a chiedersi dove realmente il bene si tramuti in male, e a domandarsi se il nostro punto di vista sia davvero quello più giusto, sia il migliore per comprendere il mondo, lasciandoci un'ultima, inquietante domanda:
«Non c'è una verità, ne conviene?» (p. 211).
Ilaria Pocaforza