mercoledì 4 marzo 2020

Le "nere spelonche" della mente: le micronarrazioni di Livio Santoro


Piccole apocalissi
di Livio Santoro
Edicola, 2020

pp. 78
€ 11,00 (cartaceo)

Ritrovarsi fra le mani un volumetto di appena 78 pagine può essere straniante: cosa si può mai raccontare in 78 pagine, ci si chiede.
Ritrovarsi fra le mani un volumetto di appena 78 pagine contenente ben 48 racconti pone tutt’altra domanda: è veramente possibile? E soprattutto: le storie portate al lettore hanno un senso?
Il racconto è un’arte (nel senso originario di ars, di tecnica: saper fare) complicata, difficile. Chiunque vi si sia avvicinato ne sa qualcosa: come approfondire un singolo tema in poche pagine senza risultare superficiali? Come dare spessore a dei personaggi che rischiano di restare bozze? Quali parole usare, quali tagliare? È un atto di creazione che fa del labor limae momento fondamentale: un racconto ben strutturato è un piccolo capolavoro.
È con curiosità e scetticismo, dunque, che mi sono avvicinato all’esordio di Livio Santoro. La curiosità chiedeva: è possibile? Lo scetticismo sentenziava: non è possibile.
Invece è possibile. Alcuni racconti, a dire il vero, si avvicinano, anche per struttura, più alla poesia che alla prosa. Prendiamo il racconto Tautologia ferroviaria a p. 46:

Un binario.
Due rotaie.
Tre no.

È difficile definirlo un racconto, persino all’interno di un libro di micronarrazioni. Sono proprio questo due o tre racconti così brevi forse il punto debole della raccolta: è che si avvicinano più alla poesia, appunto, o all'aforisma, a qualcosa che  mancando di una vera e propria narrazione – faccio fatica ad associare alla forma racconto. È l’unico, tuttavia, e salta fuori se proprio vogliamo cercare il famoso pelo nell’altrettanto famoso uovo.
Perché poi, qualche pagina prima, troviamo un esempio magistrale di suggestione letteraria. Già dal titolo sappiamo di avere a che fare con qualcosa di bello. Si intitola Dove si ritrovano i mostri ed è composto dalla straordinaria cifra di 649 caratteri: 
Laggiù, al centro del groviglio sotterraneo delle nere spelonche, ammassati uno sull’altro come bestie da macello, senz’aria né spazio per muovere gli arti, stavano afflitti tutti i mostri.
Per quale motivo siete qui, in questa misera grotta ristretta che nemmeno c’entrate?, chiesi all’Orco che si trovava davanti a tutti, dopo aver visto con mia stessa mestizia i mostri a quel modo assiepati. Per quale motivo non ne uscite? Fuori c’è posto, e molto!, dissi.
L’Orco chinò infelice la testa, e non mi rispose.
Ma in quei recessi, giù in fondo, sfruttando il favore dell’ombra un grugnito si fece portavoce del gruppo: Perché ci fate tantissima paura. (p. 21)
Livio Santoro ha questa capacità di sfruttare le parole per creare immagini potentissime con la massima economia. E con “sfruttare le parole” non intendo solo attraverso il loro significato, ché quella è la base della narrativa: parlo proprio del loro suono, di come le lettere, messe una accanto all’altra, si uniscono per formare qualcosa che, alla vista prima e all’orecchio poi, emerge con prepotenza dalle pieghe della realtà. Prendiamo «groviglio sotterraneo delle nere spelonche»: cinque parole, 42 battute, e siamo già fuori, in un luogo indefinito e oscuro, un luogo fiabesco che appartiene a un altro tempo. Siamo lì, in quel luogo, ma anche altrove, nei recessi di una mente spaventata e curiosa, quale può essere quella di un adulto che non ha mai smesso di avere paura dei mostri che sognava da bambino e che facevano parte di un immaginario collettivo. Siamo fuori, siamo altrove, siamo all’interno di noi stessi. Immagini esplodono ed è impossibile fermarle.
Com’è intuibile dal racconto riportato, non è il realismo che Livio Santoro ricerca, né l’attendibilità delle storie. Il suo intento è scardinare la prospettiva del lettore, condurlo in luoghi onirici, immortalare il suo stupore attraverso uno scatto fotografico e mostrargli quel suo spaesamento attraverso una polaroid sfocata.
Farlo in meno di mille battute è un lavoro sporco, ma qualcuno deve pur farlo.

David Valentini




Il racconto è un’arte difficile nella già complessa arte della narrazione. È una questione chirurgica, di precisione millimetrica: una parola fuori posto può far sciogliere l’intera statua di ghiaccio. A maggior ragione tutto questo vale quando abbiamo a che fare con le micronarrazioni: poche parole, a volte poche battute, sono gli unici strumenti a disposizione dello scrittore. L’esordio in narrativa di Livio Santoro raccoglie proprio questa sfida, e lo fa sfruttando l’immaginario del fantastico e dell’onirico. Piccoli gioielli per piccole apocalissi. Di questo volumetto di appena 78 pagine ci parlerà a breve il nostro @darvax. #libri #books #instabooks #bookstagram #lettura #inlettura #reading #nowreading #bookshelf #bookporn #bookreading #booksofinstagram #igersitalia #iger #snapseed #libridaleggere #librichepassione #booklover #bookreader #criticaletteraria #racconti #shortstories
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