domenica 15 marzo 2020

Meschinità, grettezza e piccoli egoismi umani in Dubliners: ci ricorda qualcosa?

Gente di Dublino
di James Joyce
Einaudi, 2015

Traduzione di Franca Cancogni

pp. 214
€ 11 (cartaceo)
disponibile gratuitamente su Kindle Unlimited



James Joyce inizia a dedicarsi alla stesura di Gente di Dublino intorno al 1904 quando un amico, a conoscenza dello stato di indigenza dello scrittore, lo informa che il giornale The Irish Homestead cerca racconti "semplici, rurali, patetici" e soprattutto "che non scandalizzino i lettori".
Nonostante gli avvertimenti, però, i quindici racconti che Joyce scrive nel giro di un paio di anni vengono rifiutati da numerosi editori fino al 1915: ritenuti troppo "ideologici", descrizioni troppo vivide dei peccati e delle piccolezze dei dublinesi. Fin da subito, il giovane Joyce disegna la struttura di Dubliners ispirandosi al tripartitismo della Divina Commedia: tre filoni di racconti dedicati alle stagioni della vita (infanzia, adolescenza e maturità) e un quarto alla vita pubblica della città (nelle tre accezioni: culturale-artistica, politica e religiosa).

La simmetria è la regola aurea all'interno della raccolta e ispira le tematiche affrontate: simmetria come concetto d'ordine, che aiuta a semplificare e dona coerenza a una forma di narrazione di per sé eterogenea, ma simmetria anche come forma estetica, sinonimo di bellezza e profondità e spessore dell'impegno letterario.
Recensire un classico della letteratura mondiale, prima ancora che irlandese, senza cadere nella mera descrizione di banalità non è semplice; per questa ragione è bene limitarsi alle suggestioni, a offrire scorci di possibili interpretazioni, a mettere in luce gli invisibili legami che si sono colti come strade percorribili per conservare un messaggio che vada oltre il momento della lettura e contagi (questo verbo così difficile da utilizzare, in tempi come questi) le nostre riflessioni a lungo.
Si parte dalla fine, allora: I morti, l'ultimo racconto della raccolta, è anche l'ultimo ad essere stato scritto da James Joyce. Un racconto che è romanzo a sé, che esce dalla struttura tripartitica per farsi narrazione indipendente che riprende e riassume tutti i temi della raccolta (la politica, l'amore vissuto come rimpianto, come sentimento di superficie, le piccole grettezze e gli egoismi individuali) e compie un passo ulteriore, una sorta di giudizio complessivo, definendo implicitamente come "morti" le tante figure che affollano la sala da ballo delle sorelle Morkan e "vivi" quei cadaveri che si fanno ricordo e indelebile rimorso, inquinando per sempre le relazioni umane.
Allo stesso tempo, l'ultimo racconto di Dubliners è un rimando al primo, Le sorelle, se non altro in questa ripresa di due anziane sorelle come protagoniste. La fine, dunque, si lega all'inizio e, con più rimandi, all'opera per intero.
Di fatto, Dubliners è la minuziosa descrizione delle grettezze e dei minuscoli egoismi dell'uomo: ma quell'insieme di bassezze che aveva tanto spaventato gli editori irlandesi, quel raccontare un orgoglio politico-ideologico di superficie, come viene fatto ne Il giorno dell'Edera, non sono tratti peculiari del popolo dell'Isola di Smeraldo, bensì sono propri di ognuno di noi, e forse specialmente di noi italiani che con gli irlandesi condividiamo l'essere stati a lungo sotto dominio straniero.
Joyce tuttavia non generalizza mai i comportamenti descritti: essi sono sempre ben circostanziati nella cornice d'un esistenza individuale, senza alcuna pretesa di renderli universali e nemmeno tratti sociali. D'altronde:
L'arte e la letteratura restavano sempre al di sopra della politica. (p. 181, I morti)
E compito dello scrittore non può essere quello di denunciare direttamente una stortura sociale, sembra dirci, ma, al limite, ispirare riflessioni narrando di singoli fatti. Accanto al lato "intellettuale" della lettura, però, nel concentrarsi sui singoli egoismi, sulle volgarità e le meschinità dell'animo umano, Joyce offre descrizioni che riescono anche a toccare le corde dell'emozione:
Avanzò d'un passo verso la porta e agguantò la mazza da passeggio che vi stava appoggiata.
- T'insegnerò io - ripeté rimboccandosi la manica per aver libero il braccio.
Il ragazzo gridò - Oh, pa'! - e corse piagnucolando intorno al tavolo ma l'uomo lo rincorse e lo agguantò per la giacca.
(...)
- Lo lascerai spengere un'altra volta? - diceva l'uomo menando colpi con forza. - Prendi to', animale! (p. 91)
A leggerla d'un fiato, questa scena finale di un racconto intitolato emblematicamente Contropartita, in cui un uomo viene ripetutamente umiliato dal capo e poi dagli amici all'osteria e sfoga la sua rabbia sul figlio che lo aspetta a casa, non è facile contenere il disagio e la commozione.
E se Dubliners è la prima opera in cui Joyce adotta in maniera matura l'escamotage letterario dell'epifania, quell'improvvisa illuminazione spirituale che raggiunge i protagonisti attraverso momenti di apparente ordinarietà, gesti consueti, oggetti comuni, è vero allo stesso tempo che i racconti di questa raccolta si offrono al lettore come altrettanti strumenti utili a provare la medesima sensazione, quello sguardo sul quotidiano che permette di ottenere una maggior consapevolezza sull'esistenza.

Un'illuminazione che mi è parsa profetica, in questi primi giorni di isolamento in zona rossa, mentre ascolto le notizie del TG e penso che quest'epidemia giunga col perfetto tempismo di un prezioso motore di riflessione per ognuno di noi.

Barbara Merendoni



   

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《Era una rigida giornata d'autunno ma, nonostante il freddo, per quasi tre ore girarono in su e in giù lungo i viali. Furono d'accordo sulla necessità di rompere la loro relazione. Un legame, egli disse, è sempre un legame di dolore》 . A James Joyce ci vollero oltre dieci anni per riuscire a pubblicare "Dubliners", la raccolta di racconti che per prima presenta all'Irlanda e al mondo intero la poetica del celebre scrittore. Forse perché gli irlandesi erano, come qualcuno gli aveva suggerito, lettori da "non scandalizzare", abituati a storie "rurali, semplici, patetiche". Non il genere di Joyce, che in 14 racconti più uno ("I morti" è a sé in molti modi, seppur legato agli altri in altrettante maniere) mette a nudo le piccole manie e superficialità di individui che divengono, agli occhi del lettore attento, simboli di un'intera società. . @babe_mer ne parlerà presto sul nostro sito! . E voi avete letto "Gente di Dublino"? Qual è il racconto che preferite? #jamesjoyce #dublin #dublino #dubliners #gentedidublino #letteraturairlandese #classici #classicidaleggere #criticaletteraria #igbooks #joyce #leggereclassici
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