lunedì 2 dicembre 2019

The Irishman: dal cinema al romanzo il passo (non) è breve


The Irishman
di Charles Brandt
Fazi Editore, 2019

Traduzione di Giuliano Bottali e Simonetta Levantini

pp. 469
€ 18 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)


Partiamo subito da un presupposto: negli ultimi dieci anni il fenomeno, fino a quel momento praticamente inedito, dei "romanzi tratti da film" (e non il contrario, come prima era solito avvenire) è stato sempre più presente nelle trame dell'industria dell'intrattenimento. Tuttavia, per questo The Irishman di Charles Brandt siamo proprio nel versante opposto, ovvero quello più classico. E classico sarà la parola guida per questa nostra recensione. Già perché il "racconto di mafia" di Brandt, da cui è stato tratto il film diretto da Martin Scorsese con i "magnifici tre" Robert De Niro, Al Pacino, Joe Pesci, Harvey Keitel finalmente riuniti a recitare insieme, è un romanzo "classico che più classico non si può". E, ahinoi, non è un bene questo, anzi.
Brandt, l'autore del libro che raccoglie le memorie, la vita e, verrebbe da dire, "le opere" di Frank Sheeran, detto l’Irlandese, che, come ci ricorda il sito di Fazi Editore, vanta il non invidiabile primato di essere stato "uno degli unici due non italiani nella lista dei ventisei personaggi di maggior spicco della criminalità organizzata americana stilata da Rudy Giuliani", non è uno scrittore di professione, ma un brillante avvocato con la passione per i libri e la letteratura in genere. E questo si avverte praticamente in ogni pagina di The Irishman, nonostante la meritoria opera di traduzione di Giuliano Bottali e Simonetta Levantini. Infatti, laddove uno "scrittore scrittore" di una certa levatura avrebbe, magari, optato per una scelta stilistica o narrativa più innovativa o comunque più leggera, Brandt, invece, sceglie la classicità: si descrive tutto, tutto ciò che passa per la testa di Sheeran, sempre però con quella sorta di diaframma "moralistico" che lo scrittore, onnisciente per antonomasia, frappone ogni volta tra sé e il lettore. 

Ecco, questa distanza, questo scarto non viene mai eliminato per tutto il prosieguo del corposo romanzo, che non può essere considerato "noioso", perché, anche se dal "lato sbagliato della strada", la vita del protagonista è qualcosa di incredibile ma che non può essere definito come "ottimamente riuscito" dal punto di vista letterario. Purtroppo, al netto delle situazioni davvero incredibili che si possono trovare sulle pagine, la lettura di un romanzo, tutto sommato, "semplice" avanza a fatica e spesso e (mal)volentieri il lettore si trova ad arrancare di capitolo in capitolo.

Se "classico" come attributo di per sé non va inteso negativo sempre e comunque, in questo caso è davvero molto difficile darne un'accezione positiva. Qualche esempio? La narrazione prosegue in maniera cronologica senza guizzi, senza lampi e Charles Brandt adopera una materia incendiaria con le mani e l'attitudine del pompiere di professione, ovvero spegnendo ogni possibile fiammella di interesse e nel lettore e nella narrativa. Nonostante il protagonista abbia attraversato praticamente l'intero Novecento americano, citiamo ancora dalla biografia del sito di Fazi: "figlio della Grande Depressione, fu soldato in Italia durante la seconda guerra mondiale e, una volta tornato in patria, divenne uno dei più fidati sicari della Cupola di Cosa Nostra. Basandosi sulle sue parole, la penna di Brandt dà vita a un racconto epico, che si conclude con delle scottanti rivelazioni inedite sul coinvolgimento della mafia nell’assassinio dei Kennedy", lo Sheeran letterario è davvero un pallido esempio di quello cinematografico. E qui sta l'ultima grande questione del nostro pezzo.

Questo libro dimostra come il passaggio dal romanzo al cinema non sia breve, anzi, e quanto debba essere abile uno sceneggiatura a cucire su un media differente un vestito inizialmente pensato e realizzato per un'altra sede. E questo lavoro dev'essere condotto ancora di più in maniera decisa se, com'è in questo caso, il romanzo è un classico troppo classico, lineare fino allo sfinimento e, praticamente, senza mai una trovata che possa destare nel lettore quel quid in più di interesse che non sia, banalmente, l'eccezionale vicenda su pagina. Insomma, al netto di un volume che si presenta bello, nella sua veste di "oggetto letterario" e con una traduzione (quasi) magistrale, The Irishman versione libro è un passaggio a vuoto. Peccato ma in fondo ci rimane sempre il sublime film di Scorsese da rivedere tutte le volte che vogliamo, no?

                                                                                                                                         Mattia Nesto