martedì 3 dicembre 2019

Le tante vite di Lucia Berlin, raccontate dalla sua voce mai retorica né tentennante: "Welcome home"

Welcome home. Un memoir con fotografie e lettere scelte
di Lucia Berlin
Bollati Boringhieri, 2019

Curatela e prefazione di Jeff Berlin
Traduzione di Manuela Faimali

pp. 190
€ 20 (cartaceo)
€ 12,99 (ebook)



Tante, tantissime vite in una sola: leggendo Welcome home, passando da un lacerto di memoria a una fotografia, si ha proprio l'impressione che Lucia Berlin abbia vissuto un'esistenza poliedrica, con sorti alterne, in numerosissime città, cercando radici che sembrano non arrivare mai davvero. 
Fin da bambina, la famosa scrittrice americana nota per i suoi racconti è stata abituata a spostarsi con la madre, il padre e i fratelli tra i vari siti minerari dove il lavoro paterno portava tutta la famiglia. Case senza riscaldamento in legno, inverni rigidi, vicini di casa strani e degni di memoria sono solo alcuni degli elementi più ricorrenti nell'infanzia di Lucia Berlin. E soprattutto, storie. Dettagli osservati e impressi nella memoria di una bambina già promettente, che nelle foto scattate guarda in modo curioso e impertinente l'obbiettivo, mostrando ogni volta la sua predisposizione a osservare il mondo. 
Certo, quel che viene da pensare, leggendo la prima parte del memoir, è che Lucia non avesse chissà quali amici, perché l'essere tanto poco in un luogo non ha mai favorito frequentazioni assidue, se non con i membri della sua famiglia. Eppure non si legge mai di un tentennamento o di un momento nostalgico: viaggiare, spostarsi e ricominciare sono probabilmente talmente tanto un'abitudine da non generare ansie o rimpianti.
E la cosa continua, anche quando Lucia diventa adolescente e poi una ventenne in cerca d'amore e di una propria famiglia. Nei rapporti amorosi la scrittrice è una rabdomante in cerca di una sicurezza che non arriva mai: i suoi mariti saranno sempre uomini interessanti, ma al tempo stesso - e per ragioni diverse - irraggiungibili. Dediti al loro lavoro artistico, o dipendenti dalla droga, i compagni di Lucia Berlin hanno forti personalità che privilegiano sempre scelte egocentriche ed egoistiche, mettendo al secondo piano Lucia e i bambini. Basti pensare che il primo marito di Lucia lascerà la donna con un bimbo piccolo, alla notizia di una nuova gravidanza, "semplicemente" perché non ce la faceva e doveva pensare alla sua scultura.
Lucia non recrimina, non punta il dito: altrettanto "semplicemente", si rimbocca le maniche e si adatta a lavorare in qualsiasi campo, senza disdegnare niente, pur di crescere i suoi figli. Ecco, è questa estrema capacità di rimboccarsi le maniche, di mettersi in secondo piano che a volte lascia sbalorditi, e a tratti viene da pensare che fosse inevitabile per lei cadere vittima dell'alcolismo, come fuga da una realtà tutt'altro che facile. In altre pagine, invece, la forza della sua voglia di vivere emerge con prepotenza, davanti a un nuovo amore, a una nuova città,... I successi personali sono sempre guardati quasi con timidezza, senza auto-glorificazioni; gli insuccessi, invece, vengono esplorati per dettagli, a folgorazioni, proprio come Lucia Berlin è abituata a fare con i suoi racconti.

Quando si pensa di aver compiuto un bellissimo percorso fino al 1965, in un memoir che la scrittrice ha preparato a partire dai tanti racconti della sua infanzia che aveva raccontato ai figli, si arriva invece a una selezione di lettere. Come ci ricorda il figlio Jeff nella prefazione, Lucia Berlin ha scritto centinaia di lettere, se non addirittura migliaia: anche in quelle agli amici Helene e Ed Dorn si percepisce lo stesso piglio dei suoi racconti, con la stessa sventata e serena autoanalisi che guarda  alla sua realtà e a sé spietatamente - perché l'autoanalisi si fa oggettiva, senza sconti.

La bellezza di questo volume sta tutta nella capacità di dosare bene gli elementi: foto ed elementi privatissimi si alternano a sintesi che ci ricordano distintamente che a tenere le fila - e molto sapientemente - è una scrittrice consapevole, mai vittima del suo stesso racconto, ma creatrice instancabile. E l'effetto della lettura è quello di gettare nuova luce su tutto, anche sull'approccio ai suoi scritti: pur tenendo biografia e opere distinte, è però necessario riconoscere l'osmosi perenne tra la scrittrice e la donna, ovvero la Lucia Berlin che, mentre i bambini guardavano il loro spettacolo preferito in tv, si vuotava un bicchiere di bourbon e riempiva nuovi quaderni a spirale con le sue penne a sfera, o ticchettava ogni sera sulla macchina da scrivere.

GMGhioni



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Tante, tantissime vite in una sola: leggendo Welcome home, passando da un lacerto di memoria a una fotografia, si ha proprio l'impressione che Lucia Berlin abbia vissuto un'esistenza poliedrica, con sorti alterne, in numerosissime città, cercando radici che sembrano non arrivare mai davvero. Fin da bambina, la famosa scrittrice americana nota per i suoi racconti è stata abituata a spostarsi con la madre, il padre e i fratelli tra i vari siti minerari dove il lavoro paterno portava tutta la famiglia. Case senza riscaldamento in legno, inverni rigidi, vicini di casa strani e degni di memoria sono solo alcuni degli elementi più ricorrenti nell'infanzia di Lucia Berlin. E soprattutto, storie. Dettagli osservati e impressi nella memoria di una bambina già promettente, che nelle foto scattate guarda in modo curioso e impertinente l'obbiettivo, mostrando ogni volta la sua predisposizione a osservare il mondo. Sul sito, oggi trovate la recensione di @gloriaghioni! #BollatiBoringhieri #CriticaLetteraria #instalibri #instabook #LuciaBerlin #book #libro #autobiografia #memoir #daleggere #inlibreria #novità
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