domenica 10 novembre 2019

#SpecialeMeridiani - Le tragedie di Shakespeare, fra nostalgia e riletture appassionate

Come tanti bibliofili, ho anch’io una piccola, modesta, collezione di Meridiani Mondadori. Volumi dalla veste grafica bellissima, con apparato critico e bibliografico davvero ben curato e che fanno bella mostra di sé nella mia libreria. Ce n’è uno, però, a cui sono particolarmente affezionata ed è anche quello che, più degli altri, appare maggiormente vissuto, sfogliato, letto e riletto nel tempo. È il Meridiano dedicato alle Tragedie di William Shakespeare.
Sono un’anglista e ricordo perfettamente quando mi è stato regalato quel volume: avevo appena sostenuto il mio primo esame di Letteratura Inglese all’università, un piccolo traguardo che arrivava dopo anni di incertezze sulla direzione da far prendere ai miei studi, di lavoro, di dubbi e tentativi, finché non ero approdata con soddisfazione al corso di Letterature e civiltà moderne dell’università di Genova. Avevo già studiato l’opera del drammaturgo inglese in diverse occasioni, ovviamente, ma credo sia stato in quell’aula, con una docente che sarebbe poi diventata anche il mio relatore per la tesi magistrale e una persona che negli anni mi ha saputa sempre stimolare e spronarmi a dare il massimo, anche quando le cose della vita si sono fatte un bel po’ complicate fuori dalle aule, ecco, credo proprio sia stato lì che ho scoperto davvero Shakespeare, la letteratura inglese, fino ad approdare a quella angloamericana, fino a quel momento letta quasi solo per passione personale. Ho superato quell’esame e i miei genitori, che più di me hanno creduto sarei stata in grado prima o poi di trovare la mia strada, mi hanno fatto trovare a casa, in un bel pacchetto, quel volume dei Meridiani. Ci sono sempre i libri legati ai miei ricordi personali più belli.

Il volume delle tragedie, che contiene Romeo and Juliet, Othello, King Lear e Macbeth, è curato da quello che forse ancora oggi resta il massimo studioso dell’opera shakespeariana, Giorgio Melchiori, che con la sua prosa elegante, puntuale, mai eccessivamente accademica, appassionata, guida il lettore dentro l’opera del Bardo, presentata nei testi originali inglesi (dall’edizione del 1623 curata da Heminge e Condell, autori del celebre “in folio” fondamento del canone shakespeariano) affiancati dalle traduzioni di Salvatore Quasimodo, Agostino Lombardo e Melchiori stesso. Non sono state poche le notti passate sui testi critici – tra cui, il bel manuale “Shakespeare. Genesi e struttura delle opere”, curato appunto da Melchiori – per preparare l’esame, non sempre con piacere è ovvio, ma una volta superato, ciò che rimane ancora oggi è la meraviglia per la parola, la perfezione del blank verse, la straordinaria capacità di Shakespeare di trascendere il tempo e lo spazio, sentimenti, passioni, vizi, dell’uomo che prendono ogni volta vita in teatro e sulla pagina. Ecco, su queste pagine eleganti, rilegate con cura e curate nell’apparato critico e bibliografico, a distanza di tempo torno ancora con piacere e curiosità di volta in volta rinnovati.

Sono a Verona – nota a margine: passeggiare per la prima volta per quelle stesse strade, visitare la casa e la tomba di Giulietta è stata davvero un’emozione – con i due sfortunati, tragici, amanti: 
L’azione si svolge nella bella Verona, dove fra due famiglie di uguale nobiltà, per antico odio nasce una nuova discordia che sporca di sangue le mani dei cittadini. Da questi nemici discendono i due amanti, che, nati sotto contraria stella, dopo pietose vicende, con la loro morte, annientano l’odio di parte. Le tremende lotte del loro amore, già segnato dalla morte, l’ira spietata dei genitori, che ha fine soltanto con la morte dei figli […]. (dal prologo a Romeo e Giulietta, traduzione di Salvatore Quasimodo)
E poi alla volta di Venezia e Cipro, per partecipare alla gelosia di Otello, la sete di vendetta e la crudeltà di Iago che trama alle spalle del suo padrone, la tragica fine di Desdemona: 
[…] E direte di un uomo che amò da forsennato, non geloso per sua natura, che, istigato continuamente da un malvagio, arrivò all’estrema follia; d’un uomo che gettò via la perla più rara fra i suoi terosi, come può fare un barbaro pellerossa. Dite che i miei occhi, vinti dal dolore, non abituati a commuoversi tanto facilmente, lasciano cadere lacrime fitte come le gocce di resina dagli alberi d’Arabia. (Otello, monologo finale prima di togliersi la vita)
Le passioni, la violenza, la crudeltà, la sete accecante di potere, sono temi che tornano di frequente nell’opera shakespeariana e che si ritrovano ovviamente anche nelle due opere che chiudono il volume, King Lear e MacBeth. Una nota approfondita guida il lettore alla scoperta delle fonti storiche che sono alla base della storia di Lear immaginata da Shakespeare che crea un mondo – sociale e personale – totalmente sconvolto, dominato dal caos e dalla follia, un re, ma soprattutto un padre, che non sa riconoscere la verità:
Mio buon signore, da voi fui generata, allevata, ed amata. Io ripago quei debiti al loro giusto valore: vi obbedisco, vi amo, vi onoro sopra tutto. (Cordelia, in risposta alle domanda del padre su chi fra le figlie l’ama di più)
Al MacBeth si lega anche un altro ricordo personale, una serata al teatro Carlo Felice di Genova per assistere al melodramma sulle musiche di Verdi… e la constatazione che amo tanto il teatro quanto poco invece l’opera. Però la forza del testo di Shakespeare, qui tradotto da Lombardo – che ha curato anche un testo fondamentale per inquadrare questo dramma, “Lettura di MacBeth” appunto – rimane immutata a ogni rilettura e trasposizione, tra cui la recente versione per il cinema. Una tragedia che si fonda su potenti antitesi: bello e brutto, luce e oscurità, paradiso e inferno. Sopra a tutto, la magnifica, tragica, figura di Lady MacBeth, che sussurra all’anima già corrotta del consorte:
Temo tuttavia la tua natura: è troppo piena dell’umana bontà per prendere la via più breve. Tu vorresti essere grande, non sei privo di ambizione, ma non vuoi che il male la accompagni. Ciò che desideri ardentemente , lo vorresti santamente. Non vuoi barare, eppure accetteresti di vincere con l’inganno. […] Vieni presto, affinché io possa versare il mio coraggio nel tuo orecchio e domare col valore della mia lingua tutto ciò che ti tiene lontano dal cerchio d’oro con cui il fato e un aiuto metafisico sembrano volerti incoronare. (Lady MacBeth)
Il desiderio di potere avvelena il cuore dei protagonisti, che lentamente scivolano nella pazzia, tra visioni di pugnali e mani sporche di sangue. Ma, «what’s done is done» e, dalle pagine pregiate di questa edizione Meridiani, Lady MacBeth come uno spettro si aggira, sussurra, preda di incubi e una colpa che non potrà essere cancellata.

E il tempo, della concezione dell’opera, della rappresentazione teatrale, lo spazio, si annullano, perché le passioni di quegli uomini e quelle donne, i peccati, i desideri più profondi, e l’amore, sono ancora così simili a quelli del tempo nostro.

Di Debora Lambruschini