martedì 26 novembre 2019

#CriticARTE – Se a Van Gogh si nega il colore: "L'odore assordante del bianco"


L’odore assordante del bianco
di Stefano Massini
regia di Alessandro Maggi

con Alessandro Preziosi

 Teatro Nuovo (Verona)
19-24 novembre 2019





Che cosa ne è di Van Gogh, se gli si toglie il colore? Rimane solo il bianco, soffocante, stordente come una prigione, come la stanza asettica dell'ospedale psichiatrico di Saint Paul in cui il pittore venne ricoverato nel 1889 e in cui ogni sfumatura sembra risucchiata via dalla ricerca di una totale sterilità, degli ambienti come dei sentimenti. Una stanza, quella in cui è ambientata la rappresentazione, in cui anche i petali dei fiori sono candidi, e che contrasta penosamente con le tonalità calde di un'altra stanza, la stanza gialla, emblema di tutte le speranze deluse di Vincent. Intorno al vuoto di colore, al vuoto di calore, ruota la pièce, diretta con grande intelligenza da Alessandro Maggi. Il bianco, di cui l'efficace sinestesia del titolo ci dice l'"odore assordante", sembra un concetto univoco, ma diventa variegato nelle infinite realizzazioni sceniche, che muovono uno spazio altrimenti statico con accurati cambi di intensità e toni (a tratti la luce è abbacinante, freddissima, a tratti invece più tenue, opaca; in taluni casi invece intima, lieve). All'inizio dell'opera, mentre un Van Gogh trentaseienne rotola e si contorce sul pavimento preda dei suoi fantasmi, una voce bambina ci dice della sua reclusione, del suo delirio.
Alessandro Preziosi è straordinario nella parte, nel suo dar voce alla solitudine, alla confusione, alla rabbia, alle mille ragioni dell'arte. La visita del fratello Theo, a cui l'autore era legatissimo, come ci rivela il ricco e poetico epistolario che ci hanno lasciato, diventa l'occasione per presentare il personaggio e rivelarne il carattere, attraverso metafore di incredibile efficacia, come quella del filo spezzato, che diventa presto motivo conduttore dell’opera. Quando si impara a leggere, spiega Vincent a Theo nella chiara trasparenza della sua follia, diventa impossibile non farlo: ogni volta che si vedranno le lettere, non appariranno più "moscerini schiacciati nel latte", ma sempre parole compiute, indipendentemente dalla propria volontà. E così è con la mente umana: una volta che la ragione avrà fallito, che ci avrà ingannato, saremo sempre vittime del dubbio, non saremo mai più in grado di guardare al mondo senza metterlo in discussione, senza sospettare la beffa. Viene così reso labile il confine tra realtà e immaginazione, tra certezze e visioni, in quello che è lo stato patologico del pazzo, ma anche quello del pittore – nei suoi occhi infatti la realtà viene trasfigurata, eppure lui solo riesce a coglierne la vera essenza. 
Lo spettacolo diventa così un enigma, un gioco di ombre in cui anche lo spettatore è coinvolto, chiamato a dubitare. E nello stesso tempo viene messo a parte di un dolore, una sofferenza, che trascina dentro la scena nonostante la relativa staticità dei personaggi. Tutto quello che è il personaggio di Van Gogh viene tradotto da Stefano Massini in un testo di grande efficacia e delicatezza, che riesce a riflettere anche su tematiche diverse, dallo statuto dell'artista nella società di massa alla realtà parigina del tardo Ottocento che già si affaccia sul nuovo secolo, ai rapporti tra gli artisti. 

Portare gli studenti di quinta superiore a vedere questo spettacolo è una scelta vincente, perché sulla scena si ritrovano agganci con il programma dell'intero anno: c’è l’indagine dell’inconscio; ci sono le ombre di Pirandello, le divagazioni ondivaghe di Enrico IV; nella riflessione disperata di Vincent sulla sua emarginazione, sulla necessità della comunità di espellere il diverso, colui che "fa marcire l'aria al suo passaggio", si ritrova tutto lo spietato determinismo di Émile Zola, ma ancor più del nostro Verga. 
I ragazzi ascoltano avvinti, sospesi, la ricerca di un senso da parte del pittore, che disperatamente ha cercato di farsi accettare, ma non è mai riuscito, poiché parlava una lingua diversa, dipingeva quadri diversi (non certo il paesaggio innevato, o il Ritratto di mia madre, dell'arrogante, stolido dottor Lazàre). Antagonista di Vincent, specchio di una medicina cieca e sorda, Lazàre non ascolta, giudica e condanna. La sua figura si incista nelle viscere di Vincent, che ne coglie l'essenza e deve a un tratto sputarla, vomitarla, fuori, incastrarla sulla tela, anche se questo significa violare le regole del manicomio. Perché il pittore non è nulla senza i suoi colori, senza la sua arte. Privato di quelli, privato di tutto, l'uomo si rivela il peggior nemico di se stesso, almeno finché qualcuno – un dottore più illuminato, affascinato da studi che già presentono quello che a breve teorizzerà Sigmund Freud – non lo aiuterà a scendere al fondo di se stesso, a ritornare alle origini del suo male. 
Mentre dal fondale emerge la trama di Campo di grano con volo di corpi, drammatico epilogo artistico ed esistenziale per il pittore, che si sarebbe suicidato da lì un anno, la storia sembra riavviarsi su se stessa, riportandoci al punto di partenza. Eppure qualcosa è cambiato, nella follia lucida di Vincent si apre un varco: così la voce che ripete la frase dell'esordio è adesso una voce adulta, e la stanza può finalmente essere inondata dal colore, un giallo finalmente caldo, finalmente intenso, che riesce a ridare vita persino ai petali dei fiori. 

Carolina Pernigo