domenica 3 novembre 2019

#SpecialeMERIDIANI - Rileggendo Giorgio Caproni

Una cosa che incuriosisce subito del Meridiano caproniano è la foto selezionata per la custodia in cartone. Un maturo ometto emaciato che, con uno sguardo concentrato su un vicino altrove, sembra che stia cercando di origliare conversazioni, voci o segnali che però sono così tenui e sfuggenti da avvicinarsi alla soglia dell’inesistenza. In un'immagine c’è come racchiusa molta della poetica di un poeta che più passa il tempo, più assume maggior importanza nella storia letteraria del Novecento.
D’altronde per chi è appassionato di Caproni, il Meridiano delle sue poesie è un volume che non può mancare nella propria libreria. I motivi sono vari: l’introduzione di Pier Vincenzo Mengaldo, la presenza di un apparato critico che mostra l’evoluzione creativa di molte poesie, l’attenzione alla volontà dell’autore portata avanti dal curatore Luca Zuliani, ma soprattutto la presenza di centonovantaquattro poesie disperse o inedite. Credo anche che, per le stesse ragioni, l’opera sia molto apprezzabile anche a chi si stia appassionando al poeta: in un unico libro si trova un intero itinerario letterario. Un percorso che si mostra nel suo percorso edito e nascosto, esplorabile a salti e in maniera cronologica ma sempre ricco di piacevoli sorprese.
Ecco dunque una selezione delle poesie imprescindibili, da correre a (ri)leggere. 


Da Il franco cacciatore

LUI

No, il paese non è
spopolato
Sono
tutti nel bosco.
Tutti
alla battuta.

Dicono
che solo ritorneranno
a opera fatta.

È un anno,
più d’un anno, ormai.

Quello che ritroveranno,
non se l’aspettano: lui,che loro hanno ucciso, qui
più vivo e più incombente
(più spietato) che mai.
(p. 401)

TELEMESSA

Gridava come un ossesso.
«Cristo è qui! È qui!
LUI! Qui fra noi! Adesso!
Anche se non si vede!
Anche se non si sente!»

La voce, era repellente

Spensi.
Feci per andare al cesso.

Ci s’era rinchiuso LUI,
a piangere.

Una statua di gesso.
(p. 405)

Vi sono casi in cui accettare la solitudine può significare attingere Dio. Ma v’è una stoica accettazione più nobile ancora: la solitudine senza Dio. Irrespirabile per i più. Dura e incolore come un quarzo. Nera e trasparente (e tagliente) come l’ossidiana. L’allegria ch’essa può dare è indicibile. È l’adito – troncata ogni speranza – a tutte le libertà possibili. Compresa quella (la serpe che si morde la coda) di credere in Dio, pur sapendo – definitivamente – che Dio non c’è e non esiste.
(p. 421)

Da Il Conte di Kevenhüller

DISPERANZA

Mi buttai un’altra volta
a capo in giù.
All’avventura.

Nel mio folle ansare,
bruciai il fiume.
La volta
del bosco.
L’aratura.

Mi fiaccai il collo.

Invano.

Invano tentai di sfondare
il muro della paura.

(p. 564)

RIFLESSIONE

Fu anche detto: «Noi
viviamo su un mostro
».

Ecco un motto che tutti
potremmo far nostro.

(La Bestia che bracchiamo,
è il luogo dove ci troviamo.)
(p. 571)

Da Res Amissa

GENERALIZZANDO

Tutti riceviamo un dono.
Poi, non ricordiamo più
né da chi né che sia.
Soltanto, ne conserviamo
– pungente e senza condono –
la spina della nostalgia.
(p. 768)

Gabriele Tanda