sabato 2 novembre 2019

#SpecialeMERIDIANI - Festeggiamo i 50 anni dei Meridiani sfogliando il volume di Eugenio Montale

Si prova un grande piacere nel poter sfogliare tutta l'opera del proprio poeta preferito in un solo volume, prezioso già alla vista e poi al tatto, ma soprattutto prezioso per il contenuto. Ecco la sensazione che molti di noi provano nel collezionare i Meridiani, volumi da sfogliare con una sorta di ammirazione rituale per ciò che è riportato nelle pagine, per il lavoro dei curatori e, quando si parla di letteratura straniera, dei traduttori. 
Abbiamo deciso di celebrare i 50 anni di questa famosa collana mondadoriana portandovi a leggere le nostre pagine preferite dei Meridiani che abbiamo a casa: nelle prossime settimane, durante il weekend sfoglieremo insieme i volumi che i nostri redattori hanno scelto dalla loro libreria. 

Ognuno di noi ha il suo volume preferito, e io mi ritrovo spesso a sfogliare quello delle poesie di Montale; ho pensato molto a quali poesie proporvi quest'oggi: sarebbe stato facile scegliere qualcosa dagli Ossi di seppia o dalle Occasioni, magari qualche mottetto, ma ho preferito portarvi in territori meno esplorati. Ecco allora  che ho trascritto qualche componimento dal Diario del '72, per scoprire nell'ultimo Montale gli echi di chi è stato, ma anche la trasformazione a cui l'ha portato l'età matura. Per dirla col grande poeta, «nell'anno settantacinquesimo e più della mia vita / sono disceso nei miei ipogei e il deposito / era là intatto. Vorrei spargerlo a piene mani / in questi sanguinosi giorni di carnevale» (da Il terrore di esistere). E dunque buona lettura, che spero sarà piacevole e anche sorprendente, quando scoprirete il ritorno di una delle figure femminili più note del giovane Montale... 


PRESTO O TARDI
Ho creduto da bimbo che non l'uomo
si muove ma il fondale, il paesaggio.
Fu quando io, fermo, vidi srotolarsi
il lago di Lugano nel vaudeville
di un Dall'Argine che probabilmente
in omaggio a se stesso, nomen omen,
non lasciò mai la proda. Poi mi accorsi
del mio puerile inganno e ora so
che volante o pedestre, stasi o moto
in nulla differiscono. C’è chi ama
bere la vita a gocce o a garganella;
ma la bottiglia è quella, non si può
riempirla quando è vuota.

LE FIGURE
Estasiato dalla sua ipallage
il poeta trasse un respiro
di sollievo ma c'era un buco nel poema
e lo scagliò nella cantina dove
si mettono le trappole per i tropi.
Di lui nulla restò. Solo qualche Figura,
scruta obsoleta, disse meglio così. 

Gli uomini si sono organizzati
come se fossero mortali;
senza di che non si avrebbero
giorni, giornali, cimiteri, scampoli
di ciò che non è più.
Gli uomini si sono organizzati
come se fossero immortali;
senza di che sarebbe stolto credere
che nell'essente viva ciò che fu. 

Non era tanto facile abitare
nel cavallo di Troia.
Vi si era così stretti da sembrare
acciughe in salamoia.
Poi gli altri sono usciti, io restai dentro,
incerto sulle regole del combattimento.
Ma questo lo so ora, non allora,
quando ho tenuto in serbo per l'ultimo atto,
e decisivo, il meglio delle mie forze.
Fu un atto sterminato, quasi l'auto
sacramental dei vili nella scorza
di un quadrupede che non fu mai fatto. 

ANNETTA
Perdona Annetta se dove tu sei
(non certo tra di noi, i sedicenti
vivi) poco ti giunge il mio ricordo.
Le tue apparizioni furono per molti anni
rare e impreviste, non certo da te volute.
Anche i luoghi (la rupe dei doganieri,
la foce del Bisagno dove ti trasformasti in Dafne)
non avevano senso senza di te.
Di certo resta il gioco delle sciarade incatenate
o incastrate che fossero di cui eri maestra.
Erano veri spettacoli in miniatura.
Vi recitai la parte di Leonardo
(Bistolfi ahimè, non l’altro), mi truccai da leone
per ottenere il ‘primo’ e quanto al nardo
mi aspersi di profumi. Ma non bastò la barba
che mi aggiunsi prolissa e alquanto sudicia.
Occorreva di più, una statua viva
da me scolpita. E fosti tu a balzare
su un plinto traballante di dizionari
miracolosa palpitante ed io
a modellarti con non so quale aggeggio.
Fu il mio solo successo di teatrante
domestico. Ma so che tutti gli occhi
posavano su te. Tuo era il prodigio.
Altra volta salimmo fino alla torre
dove sovente un passero solitario
modulava il motivo che Massenet
imprestò al suo Des Grieux.
Più tardi ne uccisi uno fermo sull’asta
della bandiera: il solo mio delitto
che non so perdonarmi. Ma ero pazzo
e non di te, pazzo di gioventù,
pazzo della stagione più ridicola
della vita. Ora sto
a chiedermi che posto tu hai avuto
in quella mia stagione. Certo un senso
allora inesprimibile, più tardi
non l’oblio ma una punta che feriva
quasi a sangue. Ma allora eri già morta
e non ho mai saputo dove e come.
Oggi penso che tu sei stata un genio
di pura inesistenza, un’agnizione
reale perché assurda. Lo stupore
quando s’incarna è lampo che ti abbaglia
e si spenge. Durare potrebbe essere
l’effetto di una droga nel creato,
in un medium di cui non si ebbe mai
alcuna prova.

PER FINIRE
Raccomando ai miei posteri
(se ne saranno) in sede letteraria,
il che resta improbabile, di fare
un bel falò di tutto che riguardi
la mia vita, i miei fatti, i miei nonfatti.
Non sono un Leopardi, lascio poco da ardere
ed è già troppo vivere in percentuale.
Vissi al cinque per cento, non aumentate
la dose. Troppo spesso invece piove
sul bagnato. 

Selezione a cura di Gloria M. Ghioni