martedì 25 giugno 2019

"Paradiso e inferno" di Jón Kalman Stefánsson, un romanzo fatto di parole meravigliose:

Paradiso e Inferno
di Jón Kalman Stefánsson
Iperborea, 2015

Traduzione di Silvia Cosimini

pp. 256 
€ 17 (cartaceo)
€ 8,99 (ebook)

Ci sono parole che hanno il potere di cambiare il mondo, capaci di consolarci e asciugare le nostre lacrime. Parole che sono palle di fucile, come altre sono note di violino. Ci sono parole che possono sciogliere il ghiaccio che ci stringe il cuore, e poi si possono anche inviare in aiuto come squadre di soccorso quando i giorni sono avversi e noi forse non siamo né vivi né morti. (p. 63)
Di parole meravigliose, è fatto questo romanzo, Paradiso e Inferno. Una lettura ricchissima, stratificata, lirica e fuori dal tempo, che si apre a molteplici spunti e chiavi interpretative, capace di toccare le corde più intime del lettore. Romanzo di formazione, avventura iniziatica, una storia fatta di tante storie: è viaggio in una terra lontana, l’Islanda selvaggia e struggente, racconto di un’amicizia assoluta, di perdita, di morte e di vita, di solitudine, di incertezze e desiderio.
Una piccola perla, pubblicata per la prima volta in italiano da Iperborea nel 2011, che personalmente ho scoperto un po’ per caso e letto insieme al gruppo di lettura che coordino, certa che avrebbe suscitato un dibattito interessante, che il romanzo fosse piaciuto o meno. Perché lì, nella storia del Ragazzo e del suo amico Bárour, pescatori di merluzzo ma nell'animo poeti, ho trovato momenti di grazia e lirismo assoluti, capaci di trascendere il tempo e lo spazio.
Una vita che si spezza per la sbadataggine di un attimo, un’altra che si smarrisce nel dolore, un viaggio fisico e metaforico, la ricerca di sé, il passaggio all’età adulta, la poesia e la quotidianità in un luogo remoto e fuori dal tempo. Non è un romanzo perfetto, nella seconda parte qualcosa sembra perdersi e l’autore a tratti si dilunga senza ragione, ma nonostante qualche difetto formale e strutturale, resta una storia intensa, che spinge il lettore a confrontarsi con la parte più intima di sé, porsi domande complesse. E incantare, con la grazia delle parole.
Numerosi spunti di riflessione, si diceva e alcune chiavi di lettura mi hanno colpita in modo particolare: in primo luogo la riflessione sulla scrittura, sul potere della letteratura e della poesia, il confronto con il dolore, la morte che si intreccia alla vita, l’età incerta tra adolescenza e maturità, e il racconto di un’amicizia assoluta e intensa come probabilmente solo in quella fase della vita può esistere. Quello di Stefánsson è innanzitutto un inno alla poesia, al potere salvifico della letteratura, a quell’urgenza con cui forse mai più da adulti abbiamo sentito davvero la parola farsi viva, all’intensità del sentimento che suscitano certi versi, che sembrano toccarci dentro e cambiare la percezione che abbiamo del mondo. I confini si dilatano, la forza della letteratura è tale da trascendere il tempo e lo spazio ed ecco che il canto di Milton può arrivare in tutta la sua meraviglia fin lassù, ai confini del mondo, sciogliere qualcosa nell’animo di un giovane uomo per il quale «a ogni lettura il mondo dentro di lui si amplia, si dilata», compiendo un piccolo miracolo. I libri, la poesia, aprono mondi, spingono i due ragazzi a interrogarsi su loro stessi, su identità, desideri e aspirazioni; più che risposte, tra le pagine essi trovano altre domande, e grazia e luce.
Bárour e il ragazzo sono più perplessi degli altri. Sono giovani e hanno letto anche troppo, il loro cuore pompa più incertezze rispetto a quello degli altri, e i dubbi non riguardano solo Dio, perché il ragazzo è incerto anche riguardo alla vita, e in particolare al suo ruolo e al suo compito nell’esistenza. (p. 59)
E le parole sono tutto ciò che resta, per colmare una distanza, per colmare un vuoto.
Forse non abbiamo bisogno di parole per sopravvivere, ne abbiamo bisogno per vivere. (p. 64) 
Qualcosa si spezza, nel momento in cui il ragazzo perde l’amico, il dolore si fa lacerante, pare annientarlo, e la narrazione si apre alla riflessione su vita e morte, l’una inevitabilmente intrecciata all’altra: sono pagine difficili con cui confrontarsi, portano con sé considerazioni velate di malinconia e tristezza, nel ricordo di chi abbiamo perduto, ma su cui talvolta proprio per questo è necessario soffermarsi.
La gente vive, ha il suo momento, i suoi baci, le risate, gli abbracci, le sue parole dolci, le sue gioie e i suoi dolori, ogni vita è un universo che poi crolla su se stesso e non lascia niente dietro di sé se non pochi oggetti resi preziosi e attraenti dalla scomparsa del proprietario, diventano importanti, a volte sacri, come se un frammento di quell’esistenza che è sparita si fosse trasferita nella tazza del caffè, sulla sega, sulla spazzola, sulla sciarpa. (p. 42)
Negli oggetti, negli odori, nei luoghi, il ricordo si fa forma, ritroviamo chi abbiamo amato. E nella caducità dell’uomo, proprio lì, sta la vita. Una vita che per il Ragazzo sembra priva di senso dopo la perdita dell’amico e lo spinge a compiere un viaggio, reale e metaforico, per adempiere a una tacita promessa, nel tentativo di tenerlo ancora per un attimo accanto. Il viaggio, per quelle terre selvagge e dentro di lui, alla ricerca di un significato difficile da afferrare. Del proprio posto nel mondo, della propria individualità.

Seguiamo il ragazzo alla scoperta di sé, temiamo per lui, ci addentriamo nell’oscurità di un cuore sofferente; poi, quel solitario pellegrinaggio si apre su un mondo popolato di persone e vite e colori e voci e racconti, che forse lo salveranno da sé stesso o forse no, non è questo il luogo per dirlo e, dopotutto, non importa: conta il viaggio che il Ragazzo, Bárour, la poesia, ci hanno spinto a fare, una pagina dopo l’altra, dentro noi stessi.

Di Debora Lambruschini

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