martedì 18 giugno 2019

Una monumentale lettera d'amore all'Italia: "Il rumore del mondo" di Benedetta Cibrario


Il rumore del mondo
di Benedetta Cibrario
Mondadori, 2018

pp. 756

€ 22,00 (cartaceo)
€ 10,99 (ebook)



Un grande cliché quando si parla di romanzi storici, specie quelli d’ampio respiro, è l’uso di un lessico rubato al mondo delle arti visive, specie della pittura. Diciamo, quasi senza pensarci, che l’autore ha dipinto un grande quadro di questo o quel contesto storico e culturale. Se vogliamo essere ancora più specifici, commentiamo la qualità delle pennellate – rapide, impressionistiche o perfettamente amalgamate – e la palette di colori scelti. Come lettori, lo facciamo perché un libro è sempre un’esperienza sinestetica. Un buon romanzo è una buona storia scritta ad arte; un grande romanzo è questo ma è anche un turbine di colori, suoni, sapori ed esperienze tattili capace di insegnarci qualcosa di più sul genere umano. Il rumore del mondo di Benedetta Cibrario è tutto questo, e anche di più. Questo romanzo è un progetto ambizioso che ha l’imponenza di una cattedrale e l’intima delicatezza di una conversazione tra amici.

Quando nel 1838 Anne Bacon, fresca di nozze, parte dalla sua Londra per raggiungere il marito Prospero a Torino, tutto ha il delizioso sapore del futuro e della possibilità. Bastano poche pagine, però, per scoprire che è accaduto l’irreparabile: durante il viaggio, Anne è stata contagiata dal vaiolo e, sebbene sia sopravvissuta, il suo viso è stato irreparabilmente sfigurato dalle cicatrici. Non è, e non sarà mai più, la ragazza in fiore di cui un nobile torinese si è innamorato tra una visita a un club e l’altra. Quando, al suo arrivo in Italia, Prospero e Anne si incontrano per iniziare finalmente la loro vita da marito e moglie, qualcosa si è già irrimediabilmente avvizzito. Parte da questo dramma in sordina, microscopico nella sua domesticità, un romanzo stupendamente manzoniano nel migliore dei modi possibili; con quel tocco di malinconia che, però, chi come me ha amato Il Gattopardo potrà riconoscere e apprezzare. La vita di Prospero e Anne incarna perfettamente lo sterotipo tolstoiano secondo cui ogni matrimonio è infelice a modo proprio; sullo sfondo di questo topos narrativo prevedibile e ben eseguito, però, si svolge la storia.


Tanti dei pregi di Il rumore del mondo potrebbero essere definiti, senz’ombra di dubbio, di marca manzoniana. L'aggettivo potrebbe suonare pretenzioso, ma la dichiarazione della stessa Cibrario, in una rivelatrice nota di metodo finale, è scopertamente tale e non si può non commentare:
La storia allestisce uno spettacolo in cui figure scomparse si rivelano, se non per quello che sono state, almeno per quello che hanno rappresentato. In un romanzo possiamo coglierle anche per quello che ci suggeriscono. Accanto a coloro che sono stati lievito al mondo, recitano quelli che tentano di annientarlo; ma il numero più grande è rappresentato dalla folla di comparse silenziose che entrano ed escono di scena in punta di piedi.
Il rumore del mondo è un romanzo sulla Restaurazione e ribollire storico che ha condotto ai moti del Quarantotto e, più avanti, al Risorgimento («Risorgimento è un nome che sa di speranza, non credi?», scrive Anne a sua sorella Grace). La Cibrario ci regala una magistrale e accurata rappresentazione di questo ribollire raccontandoci le vite non di eroi, re idealisti o condottieri, ma di uomini e donne che animano la storia - che sono il stati il lievito del mondo - senza deciderne la direzione: mercanti di seta, piccola nobiltà, governanti. Le battaglie e i combattimenti, se ci sono, avvengono in lontananza. Hanno più peso i giudizi che i nostri personaggi hanno di questi combattimenti e delle scelte politiche che li hanno causati. Quando Anne commenta le agitazioni torinesi e la povertà della città, sembra davvero di ascoltare il racconto attutito, filtrato, di chi non combatte sulle barricate ma vive una vita privilegiata, che piange la povertà ma non l’ha mai conosciuta, che guarda le sommosse da dietro il vetro della finestra di casa propria. Proprio per questo la storia e i personaggi di Benedetta Cibrario sembrano tanto più autentici. E il vetro di quella finestra è già sul punto d'infrangersi.

Un altro aspetto squisitamente manzoniano è la messe di documenti che pullula in questo romanzo. Il rumore del mondo è un solido romanzo dalla struttura tradizionale, e nonostante questo (mi correggo: forse proprio per questo) contiene una quantità considerevole di missive e corrispondenze epistolari. A un certo punto c’è persino una lista di crediti. Le lettere e gli spezzoni di diario sono, a mio avviso, i punti in cui il talento della Cibrario raggiunge l’apice. Il diario di viaggio di Theresa Manners e la corrispondenza finale tra Anne e Grace Bacon sono delle gemme di concreta bellezza, ed è un doppio piacere – quello del voyeur, senz’ombra di dubbio: ma siamo lettori, e tutti i lettori sono un po’ voyeur – vedere la trama accelerare tra queste righe private, problemi, novità, piccole e grandi tragedie di cui vorremmo sapere di più e che di fatto ci costringono a fare un po’ il mestiere dello storico, colmando vuoti, immaginando eventi o missive non riportate e così via. La freschezza di questi approcci così diversi, che vanno da una narrativa di stampo tradizionale a sezioni puramente epistolari, con una sicura padronanza dei punti di vista di ciascun personaggio, fa sì che le centinaia di pagine che compongono questo romanzo monumentale filino via senza alcuna fatica. In tante pagine, tutte intime e domestiche benché intimamente tessute di storicità, mi è capitato di rado di sbuffare per qualche scelta infelice (ad esempio, l’incertezza di Prospero «nella confusione del suo sentire»).
Non c’è dubbio che questo sia un romanzo di capitale importanza per la letteratura italiana degli ultimi anni, e un romanzo destinato a rimanere tra letture consigliate per anni e a ottenere la qualifica di libro «senza tempo». Fa certo riflettere, e in positivo, che oggi si torni a parlare – e con un romanzo di questo calibro – di moti, Restaurazione e Risorgimento. «Tutto è politica», pensa tra sé e sé Casimiro, il padre di Prospero, mentre sta spolverando una vecchia parrucca ammuffita per andare a incontrare il re, e non riesco a non pensare che anche questo romanzo sia un bellissimo atto politico e una monumentale lettera d'amore all'Italia. La scelta di raccontare una fase della nascita del nostro Paese dalla prospettiva di una giovane straniera e della sua integrazione nella Torino della prima metà dell’Ottocento è carica di significato. Una Torino, va la pena dirlo, in cui l’élite preferisce  ancora il francese all’italiano. Quasi letteralmente, noi lettori arriviamo in Italia insieme ad Anne Bacon, e insieme ad Anne Bacon dobbiamo cominciare ad amare, nonostante tutto, questa «Italia giovane e confusa».


Laura Ingallinella