mercoledì 13 marzo 2019

#PagineCritiche - Le riflessioni di Davide Rondoni sull'Infinito di Leopardi

E come il vento – L'Infinito, lo strano bacio del poeta al mondo
di Davide Rondoni
Roma, Fazi, 2019

pp. 166
€ 15,00 (cartaceo)
€ 8,99 (cartaceo)



L'ho mormorato in sale e piazze dove c'era casino e si è fatto silenzio. Le teste si sono girate, le labbra socchiuse, Una volta, una signora non più giovanissima, dopo che avevo concluso una piccola lettura di mie poesie recitando a memoria l'Infinito, si è avvicinata. I suoi occhi dicevano molte cose, avevano la terribile eloquenza degli occhi delle donne e del tempo. E mi ha stretto le mani. «Grazie per avermi ricordato l'infinito…». E si capiva che intendeva sia il titolo della poesia sia qualcosa che ha toccato la sua esistenza. (p. 22)
Davide Rondoni, poeta e fondatore del Centro di poesia contemporanea dell'Università di Bologna, pubblica per Fazi un libro sul famoso componimento leopardiano. Un lungo monologo diviso in tre parti: una prima in cui l'autore si lascia andare ad una serie di riflessioni sull'Infinito, un intermezzo, in cui viene riportato l'appunto in prosa da cui Leopardi sviluppò il componimento, e infine un'ultima sezione intitolata Lettura dell'Infinito, in cui si analizza puntualmente il testo poetico. Rondoni, sicuro del suo dettato poetico, si concede spesso una scrittura evocativa, spesso sentenziosa, in cui alle riflessioni sull'Infinito si alternano considerazioni generali sulla poesia.

L'ultimo capitolo è certamente quello più centrato sul componimento leopardiano e le riflessioni sulle parole utilizzate o sulle immagini inserite dal poeta recanatese sono intervallate dai versi della poesia e da brani dello Zibaldone utili al discorso. L'intenzione di Rondoni, almeno così pare, è quella di fornire al lettore una lettura diversa della poesia, un punto di vista nuovo, meno filologico e più divulgativo. Un libro che, quindi, è infiammato atto d'amore per quell'Idillio che ha colpito per secoli migliaia di lettori, con la sua forza struggente. Proprio in virtù di questo forte sentimento, tuttavia, il discorso in certi punti si fa più duro, colpendo severamente la ricezione scolastica di Leopardi:
I professori, i critici dicono cose interessanti. E cose ovvie. E cose insensate pur di addomesticare il grande magnete. Pur di indebolirne la forza dolce e violenta. Dicono: Foscolo, Metastasio, Guidi, Monti. E in certi punti dicono: Saffo. Dicono che “comparare” (la voce e l'infinito silenzio… chissà di che voce sta parlando…) non è paragonare due cose differenti ma semplicemente metterle vicine. Però poi citano esempi che li smentiscono. I professori dicono. Cose argute, cose spesso inventate. Dicono: i polisillabi della seconda parte del testo sono la nascita fonetica della sensazione di infinito. Dicono stupidaggini, per imbrigliare il mite gigante di questo testo. Per chiudere con le palpebre ammezzate della loro noia gli occhi di diaspro del testo che mormora: infinito… Per distrarre il ragazzo, per ingannarlo, per farlo “diventare” come loro. (p. 77)
Viene da chiedersi se questa generalizzazione possa valere davvero per tutti i critici, per tutti i professori, per tutte le scuole. Quanti professori e studiosi si rapportano al testo in maniera autentica e approfondita, sincera e diretta, comunicando a colleghi e studenti il messaggio leopardiano in tutta la sua bellezza? All'interno delle pagine di Rondoni pare che il dettato poetico non possa vivere autenticamente all'interno delle aule scolastiche, in cui il messaggio originale dello scritto poetico verrebbe svilito e tradito.
Ma i ragazzi non sono mai come i professori li vogliono. E il ragazzo che mormora “infinito” non è come vogliono loro. Certo, era colto e loro (a volte) sanno svelare i cunicoli più nascosti della sua cultura. Ma lui tremava, piangeva. Lui, come tutti i poeti, pativa quello di cui parlava. E i ragazzi di oggi si annoiano con molti prof che non accettano che il poeta sia quel che è, si annoiano tanto con loro almeno quanto tremano con lui. (p. 78)
Un'apertura, tuttavia, viene concessa nelle parole che precedono questo paragrafo, in cui Rondoni invita “gli insegnanti di italiano a farsi monaci e guerrieri. A cambiare, a rischiare”. (p. 78)
In ogni caso, la lettura del libro, nel suo complesso, ha il merito di portare alla luce nuovi e inconsueti aspetti del poeta recanatese, perlopiù legati all'esperienza personale di Rondoni. Quello che emerge dalla lettura del testo, infatti, è una lettura personale e privata dell'Infinito leopardiano: le risorse filologiche - come l'appunto in prosa, per esempio - vengono citate e riportate ma non sono mai oggetto di un'analisi sistematica; esse vengono lette e subito messe da parte, dando un maggiore spazio a divagazioni e riflessioni dell'autore sulla poesia, su Leopardi, sull'Infinito. Perciò il lettore non si aspetti un saggio di stampo filologico-letterario, poiché resterebbe deluso. Il libro è fortemente centrato sull'esperienza del suo autore, il quale, per tutto il libro, resta padrone del discorso poetico, facendo convergere le argomentazioni perlopiù sul proprio incontro poetico con Leopardi.
Concludendo, si può dire che il testo possiede delle peculiarità interessanti, vissute all'insegna di un concetto posto nelle prime pagine del libro:
Me lo ripeto spesso: le poesie non si capiscono, si comprendono. Si prendono con sé e per tutta la vita ci parlano, ci stupiscono, ci chiamano. (p. 21)
Valentina Zinnà