domenica 30 dicembre 2018

#Pillole d’autore – “Così va la vita”. Nel mattatoio con Billy Pilgrim

Non si può leggere a cuor leggero Mattatoio n. 5, nonostante il tono fluido, discorsivo, con cui il narratore ci accompagna attraverso la storia possa indurci in inganno. Perché la questione è della massima serietà, e non riguarda tanto Billy Pilgrim e i suoi viaggi nel tempo, non riguarda il suo rapimento da parte degli alieni del pianeta Tralfamadore e la verità che essi hanno da rivelarci sul tempo e sull’esistenza, sulla fluidità e la reversibilità della vita e della morte. Ha a che vedere piuttosto con la tragedia grottesca e incomprensibile che è stata la Seconda guerra mondiale, con il fatto che Dresda ha potuto essere rasa al suolo con tutti i suoi civili, che un uomo di nome Edgar Derby, professore di liceo quarantaquattrenne di Indianapolis (o un altro come lui), sopravvissuto alla barbarie del fronte, alla prigionia e ai bombardamenti, ha potuto essere fucilato per aver raccolto una teiera dalle macerie della città devastata.
È pertanto ardua l’impresa del narratore, che ci fornisce subito una chiave interpretativa per i contenuti della vicenda, che sono quasi reali: 
È tutto accaduto, più o meno. Le parti sulla guerra, in ogni caso, sono abbastanza vere. Un tale che conoscevo fu veramente ucciso, a Dresda, per aver preso una teiera che non era sua. Un altro tizio che conoscevo minacciò veramente di far uccidere i suoi nemici personali, dopo la guerra, da killer prezzolati. E così via. Ho cambiato tutti i nomi.Io ci tornai veramente a Dresda, con i soldi della Fondazione Guggenheim (Dio la benedica), nel 1967. Somigliava molto a Dayton, nell'Ohio, ma c'erano più aree deserte che a Dayton. Nel terreno dovevano esserci tonnellate di ossa umane. […] Non vi dirò quanto mi è costato, in soldi, tempo e ansietà, questo schifoso libretto. Ventitré anni fa, quando tornai a casa dalla Seconda guerra mondiale, pensavo che mi sarebbe stato facile scrivere della distruzione di Dresda, dato non avrei dovuto fare altro che riferire ciò che avevo visto. E pensavo anche che sarebbe stato un capolavoro o per lo meno che mi avrebbe fatto guadagnare un mucchio di quattrini, dato che il tema era così forte. Ma allora non mi venivano molte parole da dire su Dresda, o almeno non abbastanza da cavarne un libro. E non me ne vengono molte neanche ora, che sono diventato un vecchio rudere con i suoi ricordi e le sue Pall Mall e i figli grandi. (pp. 11-12)
Per dire l’indicibile è necessario in qualche modo allontanarsi dagli eventi, prenderne le distanze (così almeno deve fare Kurt Vonnegut, i cui ricordi diretti sono trasposti nel romanzo e rielaborati in chiave romanzesca). L’esito sarà uno scritto
breve, confuso e stonato, […] perché non c’è nulla di intelligente da dire su un massacro. Si suppone che tutti siano morti, e non abbiano più niente da dire o da pretendere. Dopo un massacro tutto dovrebbe tacere, e infatti tutto tace, sempre, tranne gli uccelli. E gli uccelli cosa dicono? Tutto quello che c’è da dire su un massacro, cose come “Puu-tii-uiit?” (p. 27).
Protagonista di quello che è in realtà un dramma pieno di attori è Billy Pilgrim, incarnazione dell’americano medio, dalle scarse ambizioni e la vita mediocre, che solo una serie di circostanze fortuite (più subìte che attivamente ricercate) pone nella condizione di raggiungere un insperato successo. Billy non è un eroe, Billy è l’antieroe per eccellenza: è definito “ridicolo”, un “pagliaccio”, ma di quelli tristi, che si trascinano pietosi e goffi nei loro indumenti sproporzionati. Persino la sua sopravvivenza alla guerra è casuale. Lui riesce ad attraversare, passivo e relativamente indenne, momenti terribili di cui non pare pienamente consapevole, anche perché non sempre resta presente a sé stesso per tutta la durata degli eventi. Billy Pilgrim è infatti “spastico nel tempo”: basta un’intermittenza della coscienza per farlo viaggiare nelle maglie della Storia, per riportarlo a un altrove, nel passato o nel futuro. Anche per questo, quando verrà rapito dagli alieni di Tralfamadore e messo in uno zoo per il diletto dei locali, riuscirà a comprendere senza fatica la loro idea “quadridimensionale” dell’esistenza: il fatto che un uomo sia vivo in ogni istante in più luoghi e in più momenti, e che pertanto la morte non è che un semplice intervallo, dato che chi è mancato qui e ora è in realtà vivo in un altro luogo e in un altro tempo. Per questo, di fronte alla morte, per quanto dolorosa possa essere, non si può che commentare: “Così va la vita”, osservazione che non è per i tralfamadoriani frutto del cinismo, ma di una più piena consapevolezza del reale. 
Il problema è che l’essere umano non ha la saggezza degli abitanti di Tralfamadore, né può viaggiare nel tempo, e la guerra non è un bel posto in cui permanere. Non c’è nulla di eroico, nella guerra, a combatterla sono sempre giovani impreparati (da qui il sottotitolo del romanzo, “La crociata dei bambini”), e la creazione del mito intorno ai fatti bellici, la tendenza a non raccontare la verità – e il sangue, e il dolore –, a rielaborare ed edulcorare narrativamente i fatti, fa sì che le guerre si rinnovino, si perpetrino. Le cose invece vanno diversamente, e in più punti Mattatoio n. 5 ce lo mostra, crudo e diretto, senza preoccuparsi di idealizzare gli americani e sminuire i tedeschi, ma mostrando di tutti un’uguale miseria e un’uguale umanità:
I tedeschi e il cane erano impegnati in un’operazione militare che aveva un nome spassosamente esplicativo, un’attività umana che di rado viene descritta nei particolari e il cui nome, riportato nei giornali o nei libri di storia, dà a molti entusiasti della guerra una sorta di appagamento post-coitale. È, nell’immaginazione degli appassionati della guerra, quello svagato gioco amoroso che segue all’orgasmo della vittoria. Si chiama “rastrellamento”.Il cane, il cui abbaiare era parso tanto feroce nelle distese invernali, era un pastore tedesco, una femmina. Tremava. Aveva la coda tra le gambe. Era stato preso a prestito quel mattino da un contadino e non era mai stato in guerra. Non sapeva a che gioco si stesse giocando. Si chiamava Principessa.Due dei tedeschi erano ragazzi di neanche vent’anni. Due erano vecchi malconci e bavosi, sdentati come carpe. Erano degli irregolari, armati e vestiti approssimativamente con roba tolta ai soldati appena morti. Così va la vita. […] Il loro comandante era un caporale di mezza età con gli occhi rossi, magro, duro come un pezzo di carne secca e stanco della guerra. Era stato ferito quattro volte, ricucito e rimandato al fronte. Era un ottimo soldato, ma voleva mollare, e stava cercando qualcuno a cui arrendersi. (pp. 56-57)
È a Dresda, “la più bella città che la maggior parte degli americani avesse mai visto”, con il suo “profilo […] intricato, voluttuoso, incantato e assurdo, […] un quadro del paradiso da scuola domenicale” (p. 139) che si coagulano le sorti dei protagonisti: l’autore-narratore, che soltanto saltuariamente si ricorda di dire “io”, tutto teso a seguire i vagabondaggi spazio-temporali di un altro; Billy stesso, con i suoi compagni di prigionia, ed Edgar Derby, unico che, in mezzo a creature piatte e infelici, riesca a tratti a farsi pienamente personaggio, forse anche in considerazione della sua sorte tragica, conosciuta dal lettore fin dal principio:
Quasi non ci sono personaggi, in questa storia, e quasi non ci sono confronti drammatici, perché la maggior parte degli individui che vi figurano sono malridotti, sono solo trastulli indifferenti in mano a forze immense. Uno dei principali effetti della guerra è, in fondo, che la gente è scoraggiata dal farsi personaggio. Ma il vecchio Derby diventò un personaggio in quel momento. (pp. 151-152)
Anche se poi, in fondo, non serve essere personaggi per sopravvivere (e infatti Derby morirà, e non da eroe), e Billy e il narratore sopravvivranno, nascosti nel seminterrato del mattatoio (e non per merito), e la loro vita sarà segnata indelebilmente dalla guerra in generale, e dal bombardamento di Dresda in particolare. Kurt Vonnegut riesce nell’intento di creare un’opera che, senza esprimere giudizi espliciti e rifuggendo ogni moralismo, andando a spogliare più che impreziosire la sua narrazione, riesce a esprimere un profondo, radicato rifiuto per ogni forma di bellicismo.
Lui era giù nel deposito della carne, la notte che Dresda venne distrutta. Sopra si sentivano come dei passi di giganti: erano grappoli di bombe ad alto potenziale che cadevano. I giganti non la smettevano più di camminare. Il deposito della carne era un rifugio sicurissimo. Là sotto cadeva solo, di tanto in tanto, una pioggia di polvere d’intonaco. C’erano gli americani, quattro delle loro guardie, alcune carcasse di animali e nessun altro. Le altre guardie, prima che cominciasse il bombardamento, erano tornate al calduccio delle loro case a Dresda. Sarebbero rimaste tutte uccise insieme alle loro famiglie.Così va la vita.Anche le ragazze che Billy aveva visto nude stavano morendo, in un rifugio molto meno solido, in un altro punto del macello.Così va la vita.Ogni tanto una guardia andava in cima alle scale a vedere cosa stava succedendo là fuori, poi tornava giù e bisbigliava qualcosa alle altre. C’erano degli incendi, fuori. Dresda era tutta una sola, grande fiammata. Quell’unica fiammata stava divorando ogni sostanza organica, ogni cosa capace di bruciare.Non fu prudente uscire dal rifugio fino a mezzogiorno dell’indomani. Quando gli americani e le loro guardie vennero fuori, il cielo era nero di fumo. Il sole era una capocchia di spillo. Dresda ormai era come la luna, nient’altro che minerali. I sassi scottavano. Nei dintorni erano tutti morti.Così va la vita. (pp. 163-164)


Carolina Pernigo



Edizione di riferimento: Kurt Vonnegut, Mattatoio n. 5 (Slaughterhouse-Five, trad. di Luigi Brioschi), Milano, Feltrinelli, 2018. 




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