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#PLPL18 - Lui odia internet, e tu? Intervista a Jarett Kobek

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Jarett Kobek ha origini turche e mi sono chiesta, sin dalle prime pagine del suo libro Io odio internet (Fazi Editore, 2018), se non fossero proprio le sue origini a permettergli di guardare con distacco la società americana in cui adesso si trova completamente immerso e che critica con uno spirito analitico incredibilmente lucido. Prima di intervistarlo, ho partecipato alla presentazione del suo libro a cura di Roberto Staglianò e una cosa mi ha colpito: la serenità con cui Kobek ha risposto a qualunque domanda chiarificatrice sul libro che lo stesso giornalista de la Repubblica ha definito come la lettura più illuminante del 2018. A dimostrazione che quando le cose si comprendono profondamente e con convinzione, si è inattaccabili da qualunque critica. Per questo sono riuscita a dialogare con lui senza ipocrisie: la sua verità è la verità che tutti dovremmo avere la forza di accettare. Il fatto che non ci riusciamo, poi, è un altro paio di maniche.

Nel tuo libro dici che «Jack Kirby è il protagonista di questo romanzo, un libro estremamente confuso con un protagonista che non compare mai». Il famoso fumettista, quindi, è stato il punto di partenza o l’ispirazione è venuta da qualcos’altro?
Beh, tutto è molto divertente perché l’altra protagonista del libro, Adeline, in realtà era la protagonista di un libro non pubblicato che facevo circolare sul web e che racconta degli abitanti di New York tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta. Quando ho lasciato San Francisco e ho deciso di scrivere un libro su quanto internet stesse diventando spiacevole, mi sono accorto che tra gli artisti più colpiti dal suo collasso ci fossero proprio i fumettisti, gli stessi che animavano la cultura americana tra gli anni Ottanta e Novanta. Se ci pensi, infatti, un fumettista attivo in quegli anni proveniva da un’epoca in cui il successo dipendeva principalmente da recensioni delle proprie opere. Queste stesse persone, poi, si sono trovate catapultate in una dimensione, a partire dagli anni 2000, in cui la percezione delle opere d’arte è cambiata totalmente. Ecco perché Kirby: mi è sembrato il personaggio perfetto per raccontare questo paradosso. Però se mi chiedi il momento esatto da cui è nata l’idea di questo libro, non so dirtelo. Semplicemente, ho cominciato a scrivere. E nonostante dopo avere scritto le prime pagine mi fossi detto “Cosa diavolo stai facendo, Jarett?”, in realtà mi sono reso conto che non poteva esistere un altro modo per raccontare di internet: esattamente nello stesso stile in cui le informazioni vengono fruite sul web.

Alla fine del libro c’è una splendida, ironica immagine che paragona l’establishment di tutte le grandi aziende della Silicon Valley a un moderno Monte Olimpo. Da dove è nata?
Una ragione sta nel fatto che questi individui vengono effettivamente considerati dalla gente comune come delle divinità in terra. La premessa dell’altro motivo è che ho iniziato ad apprezzare veramente Steve Jobs dopo la sua morte e non quando era ancora vivo. All’indomani della sua scomparsa è iniziata una serie di celebrazioni in suo onore a San Francisco: la gente si riuniva e parlava di questo genio di Cupertino per onorarlo e ricordarlo. Qualche giorno, in uno dei parchi della città è apparsa un’enorme installazione in onore di Steve Jobs, come si fa nel Giorno dei Morti in Messico, per intenderci, con persino vecchi Macintosh originali. Quell’immagine mi scioccò a tal punto che pensare a un Olimpo mi è venuto perfettamente naturale.

Adeline, l’altra protagonista del libro, riceve gli insulti del web semplicemente per aver detto la sua opinione di fronte a un gruppo di persone che la riprendono e non la pensano come lei. Perché, tra molte “colpe moderne” hai scelto di raccontare proprio questa?
Se è vero che il mio libro vuole fare luce sulle contraddizioni di internet nel XXI secolo, è anche vero che ho pensato di raccontare la società contemporanea. E mentre scrivevo succedeva molto spesso, soprattutto alle donne, di ricevere una valanga di insulti sotto i loro profili o sui loro account. E dato che questo è un fenomeno che non accenna a diminuire, mi sembrava ovvio parlarne. Adeline è ispirata a Laura Albert, una scrittrice che ha ricevuto e continua a ricevere insulti nonostante i suoi libri fossero di finzione. Eppure le persone si sono comunque arrabbiate moltissimo e hanno iniziato a dare il peggio di loro nei suoi confronti.
Io odio internet - Fazi Editore, 2018

Nel romanzo sono presenti molti scrittori che tu presenti come modelli positivi della letteratura contemporanea, come Zadie Smith o Cory Doctorow. Ce n’è qualcuno che consideri un modello per te?
Il primo che mi viene in mente è Byron Craword, un autore che autopubblica tutti i suoi libri su Amazon Creator Space e che scrive da quindici anni di musica hip hop pur non amando la musica hip hop. Mi piace per due motivi: il primo è che è un grande scrittore; il secondo è che risulta impubblicabile nell’editoria tradizionale. Non c’è letteralmente posto per lui nel modo tradizionale di scrivere libri. La cosa è triste, perché se fosse stato attivo trent’anni fa quando chi scriveva di musica aveva comunque un suo posto nel mondo della cultura, sarebbe stato un nome noto. Adesso invece è conosciuto solo da pochi appassionati (e da me).

Quella dell’«eumelanina nello strato basale dell’epidermide» è un’immagine ricorrente nel tuo libro. Il razzismo nei confronti della popolazione di colore è ancora un problema così pervasivo, persino dopo due mandati presidenziali di Barack Obama?
Io penso che sia addirittura peggiorato. Non so se dipenda da cosa abbia fatto lui come Presidente o dalla natura ciclica della storia. Fatto è che il razzismo si è notevolmente incancrenito e la dimostrazione è che lo stesso popolo che aveva letto Obama, è quello che adesso ha eletto Trump.
Ti dispiace sapere che questa intervista sarà pubblicata su un sito internet?
(Ridendo) Ma no, il problema non è tutto quello che si pubblica su internet, come ho già detto. Del resto non è possibile rimanerne immuni, per cui…

Stai già lavorando a un nuovo progetto? Se sì, puoi dirci qualcosa?
Ho in lavorazione un progetto segreto di cui non posso dire nulla, ma che uscirà presto. Il progetto ufficiale è invece quello di un libro che verrà pubblicato in Inghilterra per Serpent’s Tail, dato che l’intellighenzia editoriale americana mi ha esiliato (non che mi dispiaccia, visto che non sentivo di appartenervi, semplicemente ho cercato altrove il posto per questo progetto). Uscirà tra marzo e aprile e il titolo è Only Americans burn in hell (Solo gli americani bruciano all’inferno), un romanzo fantasy sulla regina delle fate che arriva a Los Angeles alla ricerca della sorella perduta in un’America post Trump. Un libro iniziato per gioco, perché volevo scrivere un fantasy, eppure sono andato a finire sui temi che ho più a cuore.

Intervista e traduzione a cura di Federica Privitera