mercoledì 7 novembre 2018

La "sfida morale e sentimentale" dei robot secondo Maurizio Balistreri

Sex robot. L’amore al tempo delle macchine
di Maurizio Balistreri
Fandango, 2018

pp. 282
€ 18 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)


Nuove epoche portano nuove tecnologie, e nuove tecnologie portano nuove sfide al genere umano e alle società di cui si compone. Sfide che vanno esplicitate e affrontate, così da poterne prevedere gli sviluppi e le problematiche ancora in nuce: è questo il caso del rapporto uomo-macchina, tema ampiamente discusso in ambito letterario almeno dalla seconda metà del ventesimo secolo da grandi autori come Isaac Asimov e Philip Dick, sul cui mare magnum sconfinato narrativo non c’è neanche bisogno di soffermarsi, tanto è vasto.
Che lo sviluppo tecnologico abbia portato con sé rivoluzioni economiche e lavorative è cosa nota da tempo (giusto di recente lo storico Yuval Noah Harari ha dedicato la prima parte del suo ultimo lavoro, 21 lezioni per il XXI secolo, alle questioni derivanti dalla “sfida tecnologica”). Più recente è invece è il tema relativo al modo in cui la creazione di robot antropomorfi e sempre più in grado di relazionarsi con gli esseri umani a livello emotivo e intellettuale possa modificare, o addirittura reinventare, qualcosa di altamente privato ed esclusivo come la sessualità e l’amore.
È l’argomento su cui si concentra Maurizio Balistreri, che per l'occasione attinge sia dalla saggistica sia dalla narrativa contemporanea, laddove quest’ultima è da intendersi sia in senso stretto – libri di fiction come, appunto, quelli di Dick – sia in un senso più lato – serie tv come Black mirror (su cui però l’autore non si sofferma molto nonostante gli enormi spunti che puntate come The entire history of you, Arkangel e Hang the dj possano offrire) e film come Ex machina e Her.
C’è da dire subito che i primi due capitoli del saggio, “Cosa c’è di male a fare sesso con un robot” e “I sex robot e la violenza sulle donne”, benché  interessanti e ben argomentati, risultano a mio avviso meno rilevanti del terzo e ultimo, “Amare un robot?”. Questo perché nei primi due capitoli il robot viene considerato solo come “sex robot”, ossia non come «un essere umano ma come un oggetto tecnologico», e dunque «ognuno i noi è libero di scegliere se acquistarlo e poi giocarci» (p. 61). Fintanto che il sex robot, per quanto così dettagliato da replicare anche il più infinitesimo dettaglio umano, verrà considerato alla stregua di un sex toy, non sorgerà alcun dilemma morale vero e proprio perché quasi nessuno, oggi, considererebbe tradimento, ad esempio, il rapporto di una donna col proprio vibratore o di un uomo con una vagina di silicone: «anzi questi giocattoli sono spesso un’ottima idea per un regalo di compleanno o un anniversario di fidanzamento o di matrimonio (p. 37).
«L’ipotesi è che più si offrono alle persone “strumenti” e occasioni per soddisfare le loro fantasie e meno sarà probabile che esse le esprimano su persone reali» (p. 85): questa è, in sintesi, l’argomentazione adoperata sia contro chi condanna i sex robot (e la pornografia) come causa dell’aumento della violenza contro le donne, sia contro chi li condanna tout court. Per quanto condivisibili dal sottoscritto, tuttavia, bisogna far notare come queste argomentazioni sia più il risultato di una presa di posizione che di un vero e proprio dibattito: la posizione di fondo assunta da Balistreri (che, ripeto, è anche la mia, per cui tutto questo discorso vale per onestà intellettuale) è infatti la seguente: «non c’è alcun ordine naturale da rispettare, la natura non è stata creata da un essere superiore e la morale è un prodotto umano» (p. 38). Una volta che si accetta questo come un dato di fatto, e che dunque si accetta la non neutralità delle argomentazioni dell’autore , allora si possono prendere i primi due capitoli di questo saggio sul serio; in caso contrario, si è destinati a restare insoddisfatti.
Tutto cambia col terzo capitolo. Il problema vero, affrontato ad esempio nei film che l’autore stesso cita, Ex machina e Her, nascerà infatti quando «saremo in grado di costruire robot che possano essere l’oggetto ideale del nostro amore» (p. 152); fino a quel momento, ossia fintanto che il robot «non sarà consapevole di sé e non potrà ricambiare il nostro amore» (p. 153), come potremo anche solo immaginare «che un robot sarà in grado di farci innamorare?» (ivi). Finemente, e giustamente, Balistreri coglie nell’autocoscienza e nelle capacità immaginativa, intellettuale ed emotiva gli elementi di base di ciò che chiamiamo amore. Un pezzo di plastica, gomma e silicone che racchiude circuiti e meccanismi non può essere l’oggetto (né tantomeno il soggetto) del nostro amore: a fare la differenza sono i sentimenti e la capacità immaginativa, cose che i sex robot attualmente in commercio non possono avere: «Fino a quando non ci saranno robot così intelligenti da essere in grado non soltanto di essere consapevoli di sé, ma anche di ricambiare i nostri sentimenti, l’idea che possa esserci amore autentico tra un essere umano e un robot è pura fantascienza» (p. 154). E a quel punto, i robot «avrebbero indubbiamente piena rilevanza morale» (p. 166); ossia, detto in altri termini: a quel punto potranno essere equiparati alle persone pur senza essere persone. E qui nascerebbero i problemi su cui il terzo capitolo di Sex robot si sofferma.
Il saggio di Balistreri risulta dunque molto godibile e in grado di alimentare un vivace dibattito in merito. Da lettore avrei preferito che si concentrasse maggiormente sulle tematiche derivanti dal rapporto fra umani e robot “morali”, piuttosto che su quello fra umani e sex robot. Credo che nel XXI secolo ciò che preoccupa maggiormente noi umani è il rapporto con l’altro sconosciuto – in qualsivoglia forma questo “altro” possa manifestarsi – e non tanto il rapporto con uno strumento, per quanto complesso possa essere. Come una lunga tradizione filosofica insegna, infatti, gli strumenti non sono mai malvagi o buoni di per sé: è l’uso che se ne fa a essere determinante.


David Valentini