mercoledì 7 novembre 2018

«I nostri ricordi sono sensazioni»: Pennac sceglie un memoir ibrido per ricordare il fratello scomparso

Mio fratello
di Daniel Pennac
Feltrinelli, 2018

Traduzione di Y. Mélaouah

pp. 121
€ 14 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)



Quanti modi vi vengono in mente per celebrare un famigliare scomparso? Non sono in molti a dare la risposta di Daniel Pennac, ovvero omaggiare il fratello Bernard con un adattamento teatrale del testo forse più strambo di Melville, Bartleby lo scrivano. Eppure, portare sul palco un'ora e un quarto di monologo, darlo in pasto a un pubblico stanco, provato dalla giornata lavorativa, che tuttavia sceglie di essere lì e di lasciarsi coinvolgere, è un modo straordinario per Pennac per riempire il vuoto. Bartleby, d'altra parte, è sempre stato un personaggio che affascinava suo fratello: Bernard, così attento a "non creare entropia" nel mondo, restava stupito davanti al potere di Bartleby, in grado di trascinare un'intera vicenda con la forza straordinaria del suo proverbiale rifiuto "I would prefer not to". Quasi intraducibile, quel suo "preferirei di no" e l'apatia, se non addirittura abulia, portano il lettore/spettatore a passare nel corso dell'opera dall'iniziale simpatia per Bartleby, impiegato che si ribella al padrone, alla insofferenza per quel suo mandare in malora tutti, compreso il notaio datore di lavoro. Ecco, un'opera letteraria fa questo e altro; se unita alla forza del teatro, può suscitare empatia e catarsi

E anche Mio fratello di Pennac mira a entrambe queste componenti: se la catarsi è indubbia, l'empatia raggiunge il lettore a intermittenza. Il testo teatrale, per quanto interessante, relega in microcapitoli le analessi, ovvero gli stralci del privato più o meno recente, i ricordi che profumano di vita vissuta e che cementano il rapporto di fiducia tra autore e lettori. Invece, come sul palcoscenico, vediamo un Daniel Pennac che cerca di nascondere la sofferenza dietro a uno stile scabro, raziocinante, a volte troppo povero per riuscire a coinvolgere. Nella sua ottica, l'emozione deve essere tenuta a bada, la disperazione raccontata con garbo, senza eccessi, un po' come a teatro l'attore deve recitare facendosi filtro di emozioni. Eppure ogni tanto, inevitabilmente, la ragione si inceppa (ed è lì che emerge l'emozione, altrimenti sacrificata): e allora il capitolo 9 inizia con «Mio fratello l'ha ucciso una clinica privata», e all'11 leggiamo «A dire la verità, mio fratello l'avevano già ucciso una volta». Cos'è questo, se non il monologo di un fratello che cerca di farsi forza e di capire cosa ha portato via il suo modello? Un modello alto, troppo alto, sempre imitato, con la consapevolezza di non riuscire a raggiungere simili vette. 

Ed è proprio il ruolo modesto di testimone che Daniel Pennac ritaglia per sé in quest'opera: come a teatro impersona il notaio, datore di lavoro, che osserva sgomento i rifiuti di Bartleby, così nella vita Daniel ha sempre assistito alla vita del fratello, prendendovi parte senza però turbare l'ordine delle cose e senza gareggiare per il ruolo da protagonista. Bernard era il figlio più amato, il fratello preferito: il suo umorismo, che punteggia di sorrisi anche il memoir, è uno dei tratti caratteristici del personaggio, e molto spesso i capitoletti sono chiusi proprio dalle sue battute, che restano così in sospeso, prolungandosi nello spazio degli spazi bianchi, del silenzio, del post mortem

Può sembrare cinico occuparsi di struttura narrativa e di stile quando si parla di un fatto tanto privato, ma siamo in presenza di un bestseller annunciato, dunque è giusto separare l'aspetto privato e autobiografico (su cui non ci sentiamo minimamente di esprimere un giudizio) da quello formale. Se l'idea del memoir ibrido è certamente originale e non mancano le rispondenze tra storia privata e adattamento teatrale, occorre rilevare che questi stacchi tra un capitolo e l'altro sono talvolta deleteri al pathos, mozzano le emozioni e costringono il lettore a spostarsi rapidamente - troppo rapidamente - da una dimensione intima a una performativa. L'effetto è senza dubbio straniante, resta da chiarire se questo fosse l'obiettivo dell'autore. 

GMGhioni


Un post condiviso da CriticaLetteraria.org (@criticaletteraria) in data: