giovedì 8 novembre 2018

Se Christopher Robin è come Peter Pan

Il bambino di carta
di Marina Migliavacca Marazza
Libromania, 2017

pp. 285
€ 12,00
€ 3,99 (formato Kindle)


«A lui l'inferno non fa paura, ci vive da quando era piccolo». (p. 23)
In Inghilterra è un'istituzione dal lontano 14 ottobre del 1926. Da noi, in Italia, l' «orsetto sciocco e un po' goloso» (come diceva la canzone) Winnie the Pooh è arrivato non moltissimi anni fa. Ma da allora chi non ha amato questo simpatico orso ingenuo e tutta la combriccola del Bosco dei Centro Acri? Tigro, la tigre saltante, Uffa, il gufo sapiente, Kanga e Roo, i due canguri, mamma e figlio, Pimpi il maialino impaurito, Ih-Oh, l'asino immalinconito, Tappo, il coniglio lavoratore. E lui, Christopher Robin, il ragazzino che, con la sua fantasia, dava vita ai peluche della sua cameretta.
Questo era l'escamotage narrativo che Alan Alexandre Milne, lo scrittore che inventò il Bosco dei Cento Acri, aveva inventato per scrivere i suoi libri dedicati all'orso Winnie. Che poi Milne mica era uno scrittore per bambini... no, aveva già nel carnet delle proprie opere testi teatrali, romanzi, sceneggiature per film. Ma un giorno, vedendo il suo unico figlio Christopher Robin giocare con i suoi pupazzi di pezza ebbe l'idea che gli cambiò la vita. E che la cambiò per sempre anche al piccolo Milne: trasformare il gioco di Christopher Robin in una poesia e successivamente in un libro per bambini. Che divenne da subito un successo senza precedenti. E che trasformò il figlio in un «bambino di carta», condannato a non crescere mai e a rimanere per sempre il fanciullo con i capelli a caschetto che giocava con i peluche. Un incubo che Christopher Robin Milne, che peraltro si faceva chiamare Billy, si portò appresso per tutta la vita, dai tempi del collegio, dove veniva schernito regolarmente, fino a quando, tenente nella Seconda guerra mondiale, qualcuno ancora lo riconosce per «quel» Christopher Robin.

Il capitano più vicino a Billy ha bevuto molto. Ha le guance un po' rosse. Gli appoggia la mano sulla spalla, pesantemente. «Ah! Νοn avrei mai pensato d'incontrarla davvero. Quante volte la mia tata mi ha letto e riletto quelle pagine... l'orso stupido e quel bambino con le gambe secche... Un Christopher Robin in carne e ossa! Un po' cresciuto, a dire il vero: Ma le gambe sono sempre quelle!» E ride. Tutti ridono. (p. 20)
Ed è da qui che prende inizio il romanzo di Marina Migliavacca Marazza, giornalista e manager editoriale, che, qualche anno fa, avendo avuto l'incarico di dirigere le testate prescolari di Disney Italia, incontra l'orsetto pasticcione e, conosciuta la storia che si porta dietro, pensa di raccontarla in un romanzo. Il libro poi, per una curiosa coincidenza, esce contemporaneamente al film Goodbye Christopher Robin (tradotto in Italia come Vi presento Christopher Robin), che mette in scena la stessa vicenda. E infine quest'anno al cinema è uscito anche il film Ritorno al Bosco dei Cento Acri... insomma Winnie the Pooh non smette di far parte dell'immaginario di grandi e bambini.
Ma torniamo al romanzo che racconta, in maniera molto delicata, la vita della famiglia Milne (Alan, il padre scrittore, Daphne, l'ambiziosa moglie e il piccolo Billy), calata nella realtà dell'Inghilterra degli anni 20. Nella quale si muovono scrittori famosi, colleghi di Milne, di cui possiamo cogliere aspetti poco conosciuti, da Arthur Conan Doyle, che ha perso un figlio in guerra, a James Barrie che detesta la statua che, ai giardini di Kensington, a Londra, è stata dedicata al suo Peter Pan.
Una vita molto agiata quella dei Milne, tra la residenza londinese e la casa di campagna di Cotchford Farm, come si confà alla famiglia di uno scrittore, che viene un po' scombussolata dall'arrivo di un neonato. Alan non si sente adatto ad avere a che fare con i bambini e nemmeno la moglie Daphne, madre non giovanissima per gli standard dell'epoca e bene inserita nell'alta società inglese di cui non intende perdere riti e appuntamenti. Risultato? Il piccolo Billy cresce con la tata, pressoché unica depositaria delle sue prime parole, dei suoi primi passi e profonda conoscitrice del suo cuore. Un destino in fondo non dissimile da quello di tanti altri bambini delle upper class inglesi del tempo.
La svolta arriva con il libro di Winnie the Pooh e con l'identificazione, che si fa sempre più totale tra il Christopher Robin in carne e ossa e quello letterario. Complice l'ambizione della madre che spinge il piccolo Billy a presenziare a tutti gli incontri del padre con i giornalisti, a leggere in pubblico brani delle storie del Bosco dei Cento Acri, a recitare in rappresentazioni teatrali tratte dal libro, a cantare, a esporsi sempre, giorno dopo giorno, alla curiosità della gente. Un impegno assai gravoso per un bambino che si risolse in quella che oggi chiameremmo "ansia da prestazione". Ed ecco apparire gli incubi notturni, le crisi di pianto, i cambi di umore del bambino che solo la tata sa comprendere. Mentre la macchina del successo di Winnie the Pooh prosegue senza fermarsi. Passano gli anni, il piccolo Billy cresce, ma Christopher Robin no... lui rimane sempre il bambino che gioca con l'orso e gli altri peluche. Cosa che la gente vuole, non perdonando al piccolo Billy di scostarsi sempre di più, crescendo, dal bambino dei libri.
Il libro è scritto al presente, tempo narrativo poco consueto, e questa scelta dell'autrice è particolarmente felice perché richiama le favole raccontate ai bambini, consentendo così al lettore di immergersi nella contemporaneità dei fatti, mantenendo uno sguardo fanciullo. La scrittrice sta cioè raccontando la storia di un bimbo usando il linguaggio che ai bimbi è più consono.
Il romanzo scorre piacevolmente, dando spazio anche, seppure in maniera sfumata, alle tensioni dell'epoca: in particolar modo, il dramma dei reduci di guerra, tra cui lo stesso A.A. Milne, che per tutta la vita si porterà dietro gli incubi notturni delle visioni dei compagni morti in guerra fra atroci mutilazioni. Le ferite mai rimarginate dei genitori che in guerra hanno perduto i figli. O ancora le prime rivendicazioni sociali, con gli scioperi generali.
Non mancano temi universali come  il bullismo (con le angherie e le prese in giro che il piccolo Billy incontrerà negli anni della scuola) o la mancanza di comunicazione tra padri e figli. A.A. Milne, pur essendo infatti uno degli scrittori per bambini più famosi, ai bambini, e in particolare al suo, non sa avvicinarsi, spinto da quell'invincibile ritrosia a manifestare le proprie emozioni, tipica degli uomini della sua epoca.
Quel maledetto pudore dei sentimenti. Quella reticenza a mostrare la propria anima anche alle persone più care. Ancora una volta il tramite di Alan è la pagina stampata, stavolta parole scritte non sue. Si può passare la vita a comunicare col proprio padre per interposta persona? (p. 17)
Insomma, nonostante qualche lievissimo rilievo (un po' di lentezza, a volte, nel susseguirsi degli eventi o una troppo accentuata riduzione macchiettistica del personaggio della madre), il romanzo piace e, grazie ai dialoghi e ai momenti familiari, ricostruiti attraverso un robusto studio del materiale biografico, si configura come un'interessante ricostruzione del reale che ha il ritmo di un romanzo.
Olive sospira. Tutti i ragazzini del mondo si trovano prima o poi a fare a botte con qualcuno che li vuole prendere in giro, si sa. Ma non tutti i ragazzini del mondo devono difendersi dal fantasma di un bambino che si chiama come loro e che è il protagonista di uno dei libri più famosi del momento. (p. 201)
Tutta la parabola di un bimbo che avrebbe tutto per essere felice ma che proprio questo «tutto» contribuisce a rendere profondamente infelice è raccolta nelle pagine di questo libro e il lettore assiste impotente alla distruzione della serenità di un'infanzia, perpetrata, forse inconsapevolmente, dalla famiglia stessa. E pensare che era iniziato tutto come un gioco...

L’orsetto Winnie se li porta un granché bene, ma gli anni sono 92. Era il 14 ottobre del 1926, infatti, quando A. A. Milne pubblicò per la prima volta il romanzo dedicato all’orso che vive nel Bosco dei Cento Acri. L’autore aveva ideato il personaggio per il proprio figlio, Cristopher, prendendo spunto dai suoi peluche: l’asinello Ih-Oh, il maialino Pimpi, la tigre Tigro, Tappo il coniglio, Uffa il Gufo e tutti gli altri. Un successo mondiale, senza fine. Ma dietro a questa storia, che può sembrare meravigliosa, c’è la “tragedia” del piccolo Christopher (quello vero) che vede la propria famiglia travolta dall’improvvisa popolarità e se stesso trasformato in un fenomeno da baraccone. Condannato a non crescere mai. Marina Migliavacca Marazza ne ha tratto il libro “Il bambino di carta” (edizioni Libro/mania) e al cinema la storia è stata trasportata l’anno scorso nel film “Vi presento Christopher Robin” e quest’anno in “Ritorno al Bosco dei Cento Acri”. Conoscete questo retroscena? Un po’ triste per i fan dell’orsetto più simpatico del mondo... @sabrymiglio68 sta per iniziare il libro. Ve ne parlerà sul sito di #criticaletteraria. #winniethepooh #christopherrobin #biografia #orsetto #peluche #boscodeicentoacri #bookstagram #books #bookish #booklover #libri #booksbooksbooks #bookalicious #leggere #libri #libromania #libridine #ilovebooks #ilovereading
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