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Ritratto del Terrore su tela: "Gli Undici" di Pierre Michon

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Gli Undici
di Pierre Michon
Adelphi, 2018

Traduzione di Giuseppe Girimonti Greco

pp. 134
€16

"Sei capace di dipingere dèi ed eroi, cittadino pittore? Un'assemblea di eroi è quella che ti chiediamo. Dipingili come dèi o come mostri, o anche come uomini, se te ne viene l'estro. Dipingi Il Grande Comitato dell'anno II. Il Comitato di salute pubblica. Fanne quello che vuoi: santi, tiranni, briganti, principi. Ma mettili tutti insieme, in una bella riunione di famiglia, come fratelli".
Basta questa frase, estrapolata grosso modo a metà del libro, per capire come Gli Undici di Pierre Michon, uscito per Adelphi nella misurata traduzione di Giuseppe Girimonti Greco, sia un libro pazzesco, di profonda qualità e dall'argomento, specie nella letteratura contemporanea, raro, ovvero l'ekphrasis.
Già, perché il presupposto narrativo da cui muove Michon (per altro non nuovo a questo gusto) è abbastanza labile e sottile. Ovvero un momento ben preciso e isolato della Storia (ovviamente rielaborata e arrangiata ad hoc): le poche ore durante le quali viene affidato dai sanculotti l'incarico affidato al pittore Corentin, allievo del Tiepolo, di ritrarre, tutti insieme, gli undici membri del Comitato di salute pubblico, l'organo principe del cosiddetto Terrore. Siamo nella gelida notte del 5 gennaio 1794, ovvero nel pieno della Rivoluzione francese.

Michon, con una prosa elegante, raffinata e sottile, descrive bene l'atmosfera di quei giorni e di quegli anni, così elettrica e al contempo oscura, così aperta al futuro e incredibilmente barbara e passatista nel non tenere conto della vita umana. In un passaggio, chiave, del libro si dice infatti che la ghigliottina era per forza di cose lo strumento perfetto di quegli anni, perché la sua inesorabile e  meccanica rapidità marziale si declinava ad hoc con il periodo rivoluzione, dove anche la morte era razionale e, appunto, un meccanismo.

Ma abbiamo citato Corentin. Corentin è un pittore, diciamo così, di solide basi classiche, ispirato, naturalmente alla figura di Jacques-Louis David, il grande cantore pittografico delle imprese (e degli immaginari) della Rivoluzione prima e di Napoleone poi. Il pittore non è un rivoluzionario della prima ora, anzi. Egli è semplicemente un artista, per altro anche abbastanza slegato da logiche politiche ma che, come spesso accade agli uomini che lavoravo (e vivono) a seconda dei committenti, abile nel riciclarsi per ottenere incarichi dal nuovo Governo.

E in questa atmosfera sospesa della notte di gennaio, cristallizzata in un freddo irreale in cui in una chiesa sconsacrata (mai luogo più giusto per ambientare un qualcosa di rivoluzionario, specie per quegli anni) che viene affidato al pittore il compito di ritrarre i "big eleven" direbbe la CIA, del Comitato di Salute Pubblica. E qui l'estro di Michon s'innalza, perché l'ekphrasis si fa potente nel tratteggiare, via via, i caratteri, le storie, le personalità dei vari componenti del Comitato. Non è un'agiografia laica né un trattato di storia romanzata; no, tutt'altro, è un qualcosa di maggiormente sinuoso, un racconto (o forse un romanzo breve) dal gusto ekphrastico che, come anche abbiamo ricordato all'inizio, è tanto distante dai gusti e dalle moda della letteratura contemporanea quanto gustoso agli occhi di un lettore attento.

E questo libro non poteva che uscire con Adelphi, perché la casa editrice fondata e ideata da Roberto Calasso è, da sempre, la casa editrice principe di queste tipologie di pubblicazioni. Sicuramente non un libro per tutti o per tanti, ma quei, relativamente, pochi che vi si avvicineranno non potranno che leggerlo e rileggerlo, appuntandosi frasi, citazioni e luoghi da usare poi, chissà, in qualche conversazione. Perché la prosa di Michon è arte allo stato puro. Anzi allo Stato puro, mettiamola così.

Mattia Nesto

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