martedì 2 ottobre 2018

#SpecialeSCUOLA - Quando la materia d'insegnamento della supplente è… l'ironia!

Avventure tragicomiche di una supplente
di Beatrice Viola
Milano, HarperCollins Italia, 2018

pp. 270
€ 17,50 (cartaceo)
€ 8,99 (ebook)



Che questo sia un libro improntato sull'ironia è chiaro fin dal titolo, Avventure tragicomiche di una supplente: quell'aggettivo prepara il lettore, avvisandolo che le traversie che verranno raccontate nel libro risentiranno di contratti a breve termine, riforme scolastiche mancate, progetti senza fondi, alunni particolarmente attivi, eppure queste disavventure verranno riportate con un occhio decisamente sagace.
Prima di addentrarci, però, nell'analisi di questo libro, occorre dire due parole su questa supplente e definire meglio la sua figura: la protagonista del racconto arriva a scuola dopo altre esperienze lavorative, in particolare nell'insegnamento di italiano a stranieri, e d'un tratto si ritrova di fronte a un pubblico diverso, decisamente meno motivato. Il primo incarico è presso una rumorosa classe di aspiranti meccanici, i quali non si lasciano sfuggire l'occasione di fare i provoloni con una professoressa giovane. Dalla formazione professionale si passa alle scuole medie, in un ambiente tutto diverso, per poi passare all'istituto tecnico, coi futuri ragionieri, e infine alla scuola professionale.
Non è dato sapere quanto di questo rientri nella vita di Beatrice Viola, tuttavia, possiamo credere che molti degli episodi rientrino nell'esperienza reale dell'autrice poiché essa stessa è insegnante, e molto di ciò che ci racconta è estremamente aderente al mondo reale. Si pensi alle difficoltà che la ragazza incontra per fare richiesta di disoccupazione, oppure ai contratti fino “ad avente diritto” con le annesse speranze di restare a coprire quel posto. E ancora, lo smarrimento dei primi incarichi oppure lo sbigottimento di fronte al lessico – decisamente poco formale – di certi suoi alunni. Insomma, un viaggio tra scuole di diverso ordine e grado, il tutto connotato da un fortissimo umorismo.
Questo spirito autoironico è evidente, oltre che nel titolo, anche nella citazione che apre il libro, presa da Bianca come il latte, rossa come il sangue:
«La supplente è per definizione un concentrato di sfiga cosmica. Primo: perché sostituisce un professore, che di per sé è già uno sfigato, e quindi la supplente è una sfigata al quadrato. Secondo: perché fa la supplente, che vita è lavorare  per sostituire qualcuno che sta male? Cioè: non solo sei sfigata, ma porti anche sfiga agli altri. Sfiga al cubo.»
L'ironia raggiunge il suo massimo, però, quando si entra nel vivo del racconto delle disavventure della supplente. Basti, a titolo di esempio, il racconto della gita degli aspiranti meccanici a Verona di cui riportiamo solo un paio di quelli che vengono definiti come i «dieci momenti di maggior successo»:
«2. La partita di calcio di fronte al Verona Fiere. La porta, naturalmente, era la vetrata d'ingresso.
3. Le fotografie con la mano sul seno destro della statua di Giulietta, per rispettare le usanze e chiamare a sé la fortuna. Poiché i giovani scaramantici, più che toccare, si sono appesi al bronzeo petto della fanciulla come scimmie ragno su alberi boliviani, inutile dire che la scultura adesso è in restauro.» (p. 25)
Altre risate si fanno quando si leggono le riflessioni della supplente circa le modalità di verifica:
«Queste le ultime scoperte tra i loro banchi. Innanzitutto, mai più fare una verifica di storia con domande a risposta aperta. Mai più! Eppure, la traccia chiedeva “sviluppa sinteticamente i seguenti argomenti” e non “scrivi tanto, tutto quello che sai, probabilmente poco, forse nulla, ma scrivilo il più ampiamente possibile che tanto la profe è tonta e ha un sacco di tempo”. C'era scritto “sviluppa”, mica “sbrodola”! “Sinteticamente”, mica “prolissamentissimamente”! Comunque, “queste nuove idee grazie anche alla pubblicazione di giornali e riviste inaugurò un nuovo modo tra ceto e nobiltà”, non so se è chiaro. Non che non è chiaro, non lo è neppure per l'autore sibillino di quelle righe. Mai più una verifica di storia, allora. E da domani, azienda agricola!» (p. 160)
Un'altra parentesi divertente è dedicata a tutto ciò che costituisce la vita di un insegnante al di fuori della classe, come, per esempio, la richiesta di disoccupazione all'INPS, il cui acronimo dà luogo a diversi e divertenti significati: istituto nazionale pena e sospiri, istituto nazionale polli scorbutici, istituto nazionale pasticci e stupore… e via dicendo. La supplente si perde nei meandri nella burocrazia, spesso riportando avventure che ricordano le corse effettuate da Asterix e Obelix nel film Le dodici fatiche di Asterix per ottenere il lasciapassare A38.
Tutto il libro è pervaso da un'ironia potente e acuta, in grado di far divertire il lettore, il quale viene coinvolto dalle avventure di questa giovane e talvolta sconvolta insegnante, ritratta nel tentativo di tenere a bada queste orde di ragazzini talvolta un po' (tanto) irruenti.
Così, tra panini delle otto mangiati con disinvoltura di fronte all'insegnante da alunni che – masticando rumorosamente – negano l'esistenza dei suddetti tramezzini, e bidelli che cercano di confortarla con un caffè (caffè?) annacquato, la supplente cerca di farsi strada nel mondo dell'insegnamento precario, cercando anche di sfatare certi luoghi comuni. Nel capitolo dedicato alle vacanze, infatti, si cerca di far capire quanto i tanto famigerati “tre mesi di vacanza” siano vissuti dagli insegnanti precari, in realtà, non come un periodo di spensieratezza e divertimento, ma come un lasso di tempo – non pagato – pieno di interrogativi e speranze circa l'anno venturo.
«La gente, intorno a lei, non sembra rendersene conto e dice spesso: «Beata te! Io ho solo due settimane…» o «Che fortunata che sei! Approfittane, eh!». Lei allora ne approfitta. Si riposa, legge, corre, viaggia. Ma pensa che beata fa rima con disoccupata e che preferirebbe avere anche lei poche settimane di ferie, non mesi – ogni santissima estate – senza stipendio né la minima idea di cosa l'aspetterà a settembre. Sempre che ci sia qualcosa ad aspettarla.» (p. 63)
Oltre a ciò, il racconto della supplente mette in luce le difficoltà di un lavoro precario e la complessità di trovarsi di fronte ragazzini talvolta poco motivati e decisamente poco collaborativi. In tutto questo caos di convocazioni, nomine, spostamenti e altro ancora, la protagonista non dimentica di evidenziare anche i lati positivi della professione:
«Poter fare pezzi di strada e di scuola, insieme a ragazzini ragazzoni così… Per questo, forse, vale la pena essere un punticino in una grande macchina.» (p. 130)
Tuttavia, questi contratti incerti, le difficoltà incontrate in classe, il desiderio di tornare al suo lavoro precedente, l'insicurezza che l'attanaglia nel vedere le peripezie che anche la sua amica – abilitata – deve affrontare, e altre cose ancora portano la Supplente a ripensare al proprio lavoro e a prendere una decisione. Cosa accade, infatti, se la supplente non vuole più fare la supplente? Il seguito di queste riflessioni sarà foriero di nuove avventure e nuove traversie, sempre raccontate con estrema ironia. Un libro, insomma, dedicato a tutti quegli insegnanti che un po' si ritrovano nelle vicissitudini da lei raccontate, oppure coloro che vogliono divertirsi e conoscere un po ' di più questo (assai strano) mondo.

Valentina Zinnà