mercoledì 8 agosto 2018

Un romanzo come un (abbozzato) reportage di guerra: Pascal Manoukian sui jihadisti "di casa nostra"

Ciò che stringi nella mano destra ti appartiene
(Ce que tient ta man droite t’appartient)
di Pascal Manoukian
66th and 2nd, 2018

traduzione di Francesca Bononi

pp. 232
€ 16 (cartaceo)
€ 7,99 (ebook)


Nel 1929, lo scrittore ungherese Frigyes Karinthy ha elaborato la teoria delle “cinque strette di mano”, secondo cui ogni individuo sulla Terra è collegato a chiunque altro mediante una catena di conoscenze con altre cinque persone: un'ipotesi interessante, oggetto di approfondimenti successivi e di notevole attualità nell’era dei social network.

La teoria di Karinthy è il filo rosso che unisce i protagonisti, principali o secondari, di Ciò che stringi nella mano destra ti appartiene di Pascal Manoukian. Karim, giovane francese di origine algerina, vittima collaterale di un attentato terroristico, decide di infiltrarsi nelle fila dell’ISIS per contribuire, in qualche modo, alla lotta contro il Califfato e ai suoi tagliagole. Le procedure di arruolamento, possibili tramite la navigazione nel deep web, sono veloci e semplici quanto un banale acquisto online. Conclusa la fase di arruolamento, il giovane viene mandato in Siria, dove è testimone dei massacri operati da tutte le fazioni in conflitto e della condizione disperata delle vittime civili, che non hanno alcuna possibilità di sottrarsi alla carneficina operata sulla loro pelle e dalla quale nessuno dei protagonisti uscirà indenne.

Romanzo interessante, frutto (anche) dell’esperienza diretta di Manoukian come inviato di guerra, Ciò che stringi nella mano destra ti appartiene restituisce appieno il senso di angoscia e di orrore provocato da una violenza e una volontà di sterminio rese ancor più spaventose dal fanatismo dogmatico di chi le esercita. Fanatismo esasperato attraverso letture strumentali dei testi sacri, attraverso le quali tutto – ma proprio tutto, nessuna nefandezza esclusa – viene giustificato e addirittura ne viene promosso il compimento. La frase del titolo, si legge nel romanzo, deriva da una Sura coranica che probabilmente aveva un senso un po’ diverso rispetto alla legittimazione di massacri, stupri e rapine ai danni delle vittime di guerra. Va precisato tuttavia che Manoukian non cade nel tranello di considerare assiomatici Islam e terrorismo: al contrario, in modo estremamente chiaro separa le due cose, descrivendo la religione islamica come una delle diverse fedi che arricchiscono il tessuto sociale di uno Stato che, forse non completamente ma almeno in linea di principio, ha la capacità di accoglierle pur mantenendo l’impostazione laica della propria struttura portante (no, non è l'Italia).

Lungo le pagine del romanzo prende forma anche un tentativo di scrutinio delle motivazioni psicologiche alla base della scelta di molti occidentali, di fede islamica per nascita o per conversione, di unirsi alla guerra dichiarata dai fanatici dell’ISIS al resto dell’universo. I “compagni di viaggio” di Karim sono infatti altri francesi che hanno deciso di ingrossare le fila dell’esercito del Califfato in ossequio a principi religiosi, oppure a causa di disagi di carattere sociale o ancora per semplice ignoranza. Tentativo solo abbozzato, in realtà, perché quello che manca in questo lavoro è proprio la ricerca della genesi di questo tipo di violenza; Manoukian identifica il terreno di coltura di molti dei jihadisti “di casa nostra” nelle banlieue, ma senza spingersi a monte ad affrontare il tema – inevitabile, se è di questo che vogliamo discutere – del sistema politico e sociale che genera il disagio in cui questi individui sono costretti a crescere, vittime di innumerevoli ostacoli all'accesso a istruzione, cultura e stabilità economica. Inoltre, il conflitto in Siria viene presentato come qualcosa di lontano da noi, che ci riguarda solo per l’onda lunga che si frange sulle nostre città in forma di attentati suicidi. Nessun accenno viene fatto al collegamento diretto con l'Occidente e alla doppia morale dei Paesi che sbrodolano indignazione e condanna per gli atti di violenza e terrorismo e contemporaneamente inviano tonnellate di armi, in modo più o meno occulto, alle diverse fazioni in lizza, condividendo così responsabilità pesantissime per le migliaia di morti e di esistenze rovinate (sì, c'è anche l'Italia).

È vero, stiamo parlando di un romanzo e non di un’indagine giornalistica, tuttavia il taglio dinamico e quasi reportistico del libro, che costituisce un valore aggiunto rispetto a un'opera di mera narrativa, avrebbe meritato un maggiore approfondimento su cause ed effetti di un conflitto che riguarda anche il nostro quotidiano. Ciò che stringi nella mano destra ti appartiene rimane comunque un romanzo che vale la pena di leggere, se non altro perché la storia è interessante e il narrato scorre in modo fluente nonostante qualche inconguenza qua e là; Manoukian si rivela davvero bravo nel gestire la tensione e nel legare il lettore alle vicende dei diversi personaggi.

Stefano Crivelli