lunedì 5 marzo 2018

Cinquant'anni di storia familiare e politica


Mimma
di Valeria Pecora
Edizioni La Zattera, 2017

pp. 174
17

“Mi adatterò e imparerò a fare come le piante, a sopportare la mancanza d'acqua o a fiorire anche negli angoli deserti” pensò, prima di cadere nella culla del sonno.

Mimma è una donna forte che ha dovuto subire e sopportare incidenti di percorso pesanti e frustranti. Con mille stratagemmi, anch'essi duri, riuscirà a venirne a capo, ma con i denti rotti e le ossa doloranti. Nel libro sono narrati ben cinquant'anni di storia familiare e politica, in cui prendono vita gli antefatti rispetto alla protagonista. Una storia genealogica che parte dai nonni di Mimma, grandi lavoratori, tutti di Gennas Serapis e dunque tutti minatori/cernitrici. La nonna di Mimma purtroppo a causa del parto è allettata, bloccata a letto e suo marito invece, il nonno di Mimma, è ingabbiatore a pozzo Sanna. Margherita, la madre di Mimma, inizia a lavorare in miniera da bambina, ma ben presto anche per lei la vita svela il suo lato peggiore. Margherita è vittima di un pedofilo che si approfitta di lei in miniera, è il suo capo e la piccola non può certo ribellarsi. I soprusi vanno avanti per diverso tempo, fino a quando non si mette in mezzo Tonio, un uomo che scopre le violenze e difende la bambina dal pedofilo. Da allora la proteggerà, fino a diventare il padre di Mimma.
Il problema era che: “Il dolore t'amàchiat, Margherita” diceva sua madre.
“Amàchiat?” chiedeva sorpresa la piccola cernitrice, che con quella lingua tremenda imparava, suo malgrado, tutto il dramma dell'essere adulti.
“Ti fa uscire di testa, ti ammattisce” insisteva con minuzia dolente Maria.
Suo padre Ernesto era amachiau dal dolore e questo lo aveva appreso molto in fretta.

Dopo cinque anni infatti Margherita e Tonio decidono di sposarsi. Dal loro amore nascerà Mimma, a sua volta vittima di eventi incresciosi. Mimma è una bambina ribelle, non vuole andare a lavorare in miniera e convince i genitori a farle continuare gli studi. Da adolescente si dedica alla semina e alla cura dello zafferano, arte impartitale dalla sua madrina Anna, donna che aiutò Margherita a partorire e da allora rimasta legata come una seconda madre a Mimma. Nei campi Mimma conosce il suo primo amore, quello che le farà perdere la testa, in tutti i sensi. I due non si sposeranno mai, ma avranno un bambino. Mentre Tonio, il padre di Mimma, era fascista ed era persino tesserato, Edoardo Zanda, l'amore di Mimma, era comunista come suo padre. I due non avranno vita amorosa facile, per i continui viaggi politici di lui. Tanto che il matrimonio salta proprio per via delle spedizioni di Edoardo. Quando lui deciderà di tornare dalla sua famiglia, da Mimma e da suo figlio, prenderà una decisione avventata che causerà dolore e follia in Mimma.
La storia prosegue, imponente e incalzante, ma se si vuole leggere il libro è bene non svelare tutta la trama. Sullo sfondo regna sempre il divario tra fascismo e comunismo, in tempi in cui il Regime la faceva da padrone con diversi adepti cittadini.
Désir si era attaccata alla vita in maniera leggera, ma non per questo superficiale. Boicottava i dolori annegandoli con persone, rumori e presenze affinché la solitudine e il vuoto divenissero solo pallide ombre. Non pensava al passato, non cercava risposte per il futuro, viveva solo nel presente. Fumava e beveva, sotto gli sguardi inorriditi delle sue compaesane, impassibile davanti ad ogni critica. Aveva imparato a fregarsene delle opinioni della gente, perché se decidi di fare la puttana sai già in partenza che sarai condannata e odiata, sai già che sarai una donna mala. I suoi clienti, e ciò che le dava il pane, erano gli uomini che ogni notte faceva rifiorire nel suo letto.
Désir affrontava le avversità come quando si aspetta che finisca un temporale a primavera, e appena escono i raggi del sole si torna subito nei campi senza preoccupazione, sapendo che quei momenti sono solo capricci vezzosi del cielo.
Invece Mimma viveva in perenne attesa di un'altra tempesta, barricandosi dentro una solitudine protettiva e rassicurante. Amava creare legami più con le cose o con gli animali che con le persone, ma a pochissimi eletti consentiva ancora di riempire la sua vita, contraccambiando con un amore sfacciato e sincero. Usciva raramente di casa, solo per fare la spesa o andare in chiesa, e si era ingegnata una vita concessa ai gatti, ai libri e alla coltivazione in vaso dello zafferano.

Valeria Pecora è cresciuta e con lei la sua scrittura. La storia di Mimma è avvincente, dirompente e cattura sin dalle prime righe il lettore che, tutto d'un fiato, divora la vita di Mimma e dei suoi familiari. I temi trattati sono sempre caldi, come è nello stile della scrittrice e questa volta, rispetto al suo primo libro Le cose migliori (recensione qui), affronta la follia, la violenza su minore, ripropone seppur marginalmente la malattia (con la madre di Margherita e con Mimma stessa), il lavoro (con i minatori e le cernitrici, spesso bambine) e i rapporti familiari. Argomenti difficili che la scrittrice snocciola tra le pagine e racconta con naturalezza e scorrevolezza, senza mai essere patetica o pedante. Dando come risultato una storia credibile e convincente, tanto da meritarsi il premio letterario Antonio Gramsci nel 2017 per inediti. Grande rilevanza ha il contesto politico di quegli anni, immersi nell'Italia fascista e s'insidia prepotente anche la storia della Sardegna con il lavoro nelle miniere nel centro sud. Sembra che l'autrice faccia riferimento a Montevecchio, ex miniera situata tra Guspini e Arbus (paese natio di Valeria Pecora), in Sardegna, e che per amore della verità abbia interrogato alcuni anziani sulle condizioni lavorative proprio nell'ex miniera, riportandole successivamente nel libro.
Rispetto al primo libro, si notano alcune differenze, principalmente legate allo stile che in quest'ultimo romanzo risulta maturo, professionale e di alta qualità. L'intreccio è impeccabile e gli eventi vengono affrontati con sublime successione naturale. Unica pecca riscontrata: sarebbe stato adeguato aggiungere delle note con la traduzione italiana sotto le poche, seppur presenti, frasi in lingua sarda. Non tutti i lettori sono dotati di intuito e ci auguriamo per la scrittrice, non tutti i lettori sono sardi.
Una lettura assolutamente consigliata, stile e storia collimano in un ottimo prodotto editoriale di grande impatto.

Alessandra Liscia