venerdì 9 marzo 2018

Un arzillo e prepotente ometto


La vera storia di Ah Q
di Lu Xun
Newton Compton Editori, luglio 2016

Traduzione di Umberto Ledda

pp. 126
4,90 (cartaceo)

Confucio ha detto: “Se il nome è sbagliato, le parole non suoneranno vere”, e credo sia una regola di grande saggezza, degna di essere osservata scrupolosamente.

Per semplicità lo chiameremo Ah Q. Già, perché il libro si apre con la difficoltà di decifrare il vero nome del protagonista. Nei caratteri cinesi vi sono discordanze e così il nome viene tradotto con ingenua disinvoltura Ah Q. Ma il nome è solo il primo di tante incertezze. Per esempio non si sa da dove venga Ah Q, quali siano le sue origini. Ma si sa dove è stato nel tempo della storia. Ah Q è un ometto emaciato che incappa spesso in qualche rissa e trae gioia se secondo lui vince l'incontro. Spesso è lui a provocare la rissa, ma non ne è consapevole, è un poveretto prepotente che vuole averla vinta a tutti i costi e anche se ogni volta finisce a terra a suon di botte, si rialza per dare almeno un colpo di bastone al nemico. Per lui riuscire a dare almeno una bastonata è come vincere l'incontro. Quando è a terra dalle botte, pensa di aver la meglio insultando l'avversario. E quando si rialza, ancora più malconcio di prima, rincasa nel suo tempio felice con l'illusione di essere vincitore. Ah Q vive in un mondo tutto suo, fatto di incaute prepotenze contro i paesani del luogo, contro altri disgraziati come lui che incontra nel suo percorso e di botte prese più che date. Ha abitudini sempliciotte: dopo aver lavorato per qualche personaggio ricco del paese, prima di rientrare al tempio (casa sua), si reca all'osteria e beve almeno due scodelle di vino. Quando il lavoro va male, beve senza pagare, aumentando i suoi debiti. Un giorno si mette in testa di volere una donna, meglio una moglie. Aveva già bevuto vino dalla mattina quando in strada incrocia una monaca. Ripete insistentemente che i monaci possono toccare una donna o una monaca mentre non si spiega perché lui non possa. Irritato da questo pensiero, blocca per strada la monaca e la provoca a tal punto da schiaffeggiarla. La donna spaventata scappa, ma la voce della violenza si sparge per tutto il paese. Nessuno lo saluta più e nessuno si avvicina a lui. Così Ah Q, risentito, cerca di trovare una soluzione, perché vorrebbe tanto essere importante ed essere trattato meglio in paese.
“Giusto, giusto, dovrei prendere moglie, perché un uomo che muore senza figli non avrà nessuno che possa onorare la sua memoria sacrificando una scodella di riso... Sì, devo trovar moglie”.
Come si dice, “ci sono tre modi per essere dei figli snaturati, e il peggiore dei tre è non avere figli a propria volta”; ed è altrettanto vero che “gli spiriti senza discendenti fanno la fame”: è una delle tragedie della vita.
I pensieri di Ah Q erano dunque in perfetto accordo con quelli dei santi e dei saggi, ed è un peccato che in seguito si sia discostato da tali posizioni.

Ma tempo un giorno e ne combina un'altra. Mentre si trova a lavoro da un personaggio di spicco del paese, noto benestante, chiede alla domestica della casa se possano andare a letto insieme. Ella scappa urlando e il padrone di casa, il noto benestante, caccia in malo modo Ah Q. Ma Ah Q ha mille risorse ottimistiche, così se su due piedi ci rimane male per esser stato scacciato via, dopo qualche scodella di vino e una bella dormita, è convinto che si sia tutto sistemato al meglio nel paese. E invece inizia a girare anche questa voce e la sua reputazione continua a crollare. Ah Q sparisce per diversi mesi. Di lui non si sa più nulla, finché un giorno lo rivedono girare per strada con una giacca nuova, pulito e ben vestito. Sembra anche più sano, con qualche chilo in più. Per prima cosa, si reca all'osteria, dove salda i debiti. Tutti i presenti lo guardano stupiti, sembra un uomo nuovo, un'altra persona. Così l'osteria decide di fargli nuovamente credito per il vino. Si sparge la voce nel paese che Ah Q sia stato in città e abbia fatto molti soldi. I paesani ricominciano a salutarlo con rispetto e a trattarlo bene, finché non si scopre che in verità in città faceva il ladro. È tornato in paese perché alla fine non riusciva più neanche a rubare. E la sua reputazione crolla distrutta di nuovo.
Venne fuori che durante la sua assenza era stato solo un miserabile ladruncolo, e che non solo non era in grado di scavalcare un muretto, ma aveva problemi anche con le porte: il suo ruolo era quello di aspettare fuori dall'ingresso delle case per farsi carico della merce rubata.
[…] Questo racconto diede il colpo di grazia alla sua reputazione. Perché prima gli abitanti del villaggio lo avevano evitato solo per timore di inimicarselo, ma ora sapevano che era un ladro (e per giunta un ladro codardo, che non aveva più il coraggio nemmeno di rubare) e avevano capito che non era degno neanche di paura.

Arriva la Rivoluzione in paese e i ribelli derubano la casa del noto benestante. Ah Q vorrebbe unirsi alla Rivoluzione, prendere parte a qualcosa di grande, che gli possa garantire rispetto e sicurezza. Si reca dunque dai soldati, ma questi lo catturano. Ah Q, ometto emaciato che senza consapevolezza praticava prepotenze e ottimismo smisurato, viene condannato ingiustamente, ritenuto colpevole per qualcosa che non ha commesso. E' questa la vera storia di Ah Q, dipinto per tutta la storia come innocente e sfortunato, rivelatosi invece un vagabondo prepotente e rissoso che non accetta mai la sconfitta, punito dal caso sebbene privo di colpe, almeno stavolta.

Assai curioso lo stile narrativo cinese dello scrittore che narra le avventure di Ah Q come fosse una favoletta moderna, sebbene composta di risse e violenze, sebbene priva di lieto fine. Uno stile semplice, scorrevole e ingannevole nella trama (Ah Q viene descritto in un modo leggero che crea simpatia, salvo poi essere un individuo discutibile per via delle sue continue malvagie azioni). Al di là della conclusione del libro, in cui si avverte il senso di ingiustizia, è una storia interessante che tiene incollati al libro. Una lettura pratica e veloce che si termina in una mattina.

Alessandra Liscia

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