lunedì 12 marzo 2018

#IlSalotto - «Le assaggiatrici? Un libro in cui sono stata nuda». Parola di Rosella


Foto di ©CriticaLetteraria
Se c'è un libro che sta facendo parlare di sé parecchio e con toni molto positivi, questo è Le assaggiatrici di Rosella Postorino, uscito a inizio anno per Feltrinelli (recensito qui). La storia, tratta dalla Storia, quella vera, narra di una realtà poco conosciuta, anche per la ritrosia delle protagoniste stesse, ossia il fatto che Adolf Hitler, terrorizzato di essere avvelenato dal nemico attraverso il cibo, si circondasse di un gruppo di assaggiatrici, appunto, che avevano il compito di «testare» il cibo preparato per lui. In altre parole, di morire per lui, al posto suo, se davvero il cibo fosse stato contaminato. Una storia che tratta di donne in maniera molto femminile, profonda, inconsueta e tagliente. Piena di motivi di riflessione.
Ho letto il libro, mi è piaciuto molto, l'ho recensito sul nostro blog e, incuriosita dalla vicenda che sta dietro a queste pagine e dalla personalità dell'autrice, ho deciso di approfondire con lei alcune tematiche e alcuni spunti che sono emersi dalla lettura del romanzo. Ne è uscita un'intervista densa e corposa, come potrete notare, che spazia dalla genesi del romanzo ad aspetti personali, da considerazioni sulla Storia a riflessioni sulla natura del genere umano.

«Caso editoriale dell’anno», «Feltrinelli è uscita col botto», «Abbiamo già trovato il libro del 2018». Queste sono solo alcune delle entusiastiche definizioni per Le assaggiatrici. Non c’è profilo social che non veda una fotografia e una recensione del tuo libro. Senza contare che i diritti per la pubblicazione sono già stati acquisiti all’estero. Ti aspettavi tutto questo successo? Avevi già percepito di avere tra le mani una storia così dirompente?

Sinceramente no. Credevo di aver trovato una bella storia, questo sì. La mia agente, Vicki Satlow, la prima ad averci creduto, la considerava forte. Mi ha sostenuta mentre la scrivevo e ha venduto il romanzo all’estero prima ancora che fosse pubblicato in Italia. Anche il mio editore, Feltrinelli, ci ha creduto, e credo abbia lavorato molto bene sia al publishing sia al lancio. Sono davvero grata a tutti: agente e squadra editoriale, intendo. 

Nelle ultime pagine racconti di com'è nata l'idea del libro, grazie a quel trafiletto che leggesti sulla storia di Margot Wölk, la vera assaggiatrice di Hitler che, a 96 anni, decise di raccontare dei «suoi anni più duri». Che cosa hai sentito dentro di te quando hai letto la storia di questa donna? 

Hai presente quando l’aereo si abbassa all’improvviso, quando perde quota? Ecco, leggendo l’articolo su Margot Wölk ho sentito questo. È stata prima di tutto una reazione fisica. Poi ho capito che cosa mi avesse colpita così. Margot Wölk aveva tutte le caratteristiche dei miei personaggi precedenti, ma portate all’estremo. Era il mio personaggio per antonomasia, perché in lei convivevano la condizione di vittima e di colpevole in modo talmente vero da essere reale, appunto. 

Quanta parte di vero c’è nella ricostruzione storica? 

Del periodo storico, tutto. Della vicenda di Margot Wölk, l’innesco narrativo e poche altre cose che ho letto o saputo di lei. Non è una biografia. È un romanzo, un romanzo d’invenzione. 

Mi incuriosisce un aspetto: avevi già una tua passione per questo particolare periodo della storia tedesca? 

Da giovane ho studiato il tedesco e ho amato la letteratura tedesca - che quasi mai può evitare di fare i conti, in maniera più o meno esplicita, con il Nazismo. Da piccola ho letto tutti i libri per ragazzi relativi a quel periodo storico e all’Olocausto, ma credo sia un’esperienza abbastanza comune, quindi non posso dire di aver avuto una passione per la Storia tedesca del Novecento. Né avrei mai pensato di scrivere un romanzo storico. Infatti nemmeno lo consideravo tale, mentre lo scrivevo. Per me era la vicenda di una donna, anzi di un essere umano, intrappolato in una situazione estrema. Credo sia la storia di come la nostra condanna a vivere ci renda meschini, ambivalenti, colpevoli.

Tu sei riuscita, però, nel libro, a calarti profondamente nei pensieri del popolo tedesco, a pensare «come loro», come la maggior parte delle persone che, seppur non pienamente convinte delle idee del nazionalsocialismo, in realtà non hanno fatto nulla per ostacolarlo. Come sei riuscita a entrare così intensamente nell’animo tedesco?

Grazie! Mi è stato molto utile rileggere la letteratura tedesca ambientata durante la Seconda Guerra mondiale, romanzi, memoir e diari, ma anche intercettazioni di soldati della Wehrmacht e lettere dal fronte, o interviste... Più di tutti, credo siano stati per me fondamentali il diario anonimo A Woman in Berlin e la biografia Clandestina, di Marie Jalowicz Simon, storie vere che testimoniano proprio quell’ostinazione a vivere cui accennavo prima. Queste donne sono scese a molti compromessi, perdendo ogni giorno un pezzetto della propria dignità, pur di salvarsi.

Un filo conduttore serpeggia per tutto il tuo libro: il senso di colpa. È il sentimento che si porta dentro Rosa Sauer, la protagonista, fin da bambina per aver morso la mano del fratello. E poi da adulta, per la sua relazione con l’Obersturmführer Ziegler, per la sua condizione di privilegiata che viene nutrita con buon cibo, a differenza del resto del popolo che soffre la fame. E per il fatto di essere tedesca. Che cos’è per te il senso di colpa?

Tutti i miei romanzi ruotano attorno al senso di colpa, a una specie di peccato originale che non si può redimere. Quel gesto di mordere la mano di Franz - che, apparentemente protetto nella culla, è invece esposto al mondo, senza nemmeno saperlo - racconta la possibilità di compiere e di ricevere il male che appartiene alla condizione umana. Fidarsi degli altri è difficile proprio per questo, perché siamo vulnerabili. L’amore, dice Rosa, è «una bocca che non morde, o la possibilità di azzannare a tradimento». Nell’amore, cioè, diamo all’altro la possibilità di ferirci, persino di annientarci, è un rischio enorme eppure lo corriamo, consegnandoci. Aver morso la mano di suo fratello significa per Rosa essere predisposta al male, essere «corrotta dall’inizio». La sua colpa di collusa con il Nazismo - colpa morale, la definirebbe Jaspers - è metonimizzata in una serie di colpe e tradimenti che Rosa compie, ma è soprattutto la rappresentazione narrativa di una colpa metafisica - per citare sempre Jaspers - che riguarda ciascuno di noi, inerte di fronte alle ingiustizie, sopravvissuto mentre altri soccombevano. 

La vicenda che racconti è anche un modo per analizzare il comportamento umano in condizioni atroci, quali la guerra, la reclusione e la coercizione. Può nascere una vera amicizia tra queste dieci donne che ogni giorno condividono lo stesso desco e che, ogni giorno, insieme condividono il rischio di morire? 

Nessuno di noi può sapere come si comporterebbe in una situazione estrema in cui per tre volte al giorno rischia di morire, in un contesto di segregazione, dentro una caserma gestita da figure maschili minacciose, in un clima di sospetto e paranoia (Hitler teme infatti di poter essere avvelenato), dentro un regime totalitario e disumano, e in guerra da anni, una guerra che affama, debilita, recide legami, uccide affetti, insomma: in un’epoca «amputata», come la chiama Rosa. Nessuno di noi può sapere come si comporterebbe con gli altri, persino con gli amici, pur di salvarsi. Ci sono rapporti che finiscono per motivi molto meno superficiali della salvezza di sé, e le persone se ne fanno rapidamente una ragione. Io credo moltissimo nell’amicizia, ma ho anche una visione disincantata - qualcuno forse direbbe pessimista - degli esseri umani. Credo che Rosa ed Elfriede, per esempio, siano amiche. Anche se non si dicono tutto, o si ingannano. Credo che siano potenzialmente amiche eterne. 

La stessa cosa per quanto riguarda l’amore: è vero amore quello tra Ziegler e Rosa? O non piuttosto un adattarsi del corpo a prendere ciò che può in circostanze così sfavorevoli? A un certo punto sembra che il vero amore possa essere solo il primo, cosa che poi viene smentita, ma per certi versi, riaffermata dal finale della storia.

Non capisco che cosa significhi l’espressione «vero amore», non l’ho mai capito, anche se tutti la usano in modo disinvolto come se gliene fosse perfettamente chiaro il senso. È amore quello che dura tutta la vita, pur modificandosi nel tempo, e diventando meno urgente o struggente, ma che si fonda su un’interdipendenza, o su una specie di fratellanza incestuosa, o sulla progettualità legata ai figli, o sull’abitudine nella sua accezione migliore (credo che l’abitudine sia un valore: come scriveva Borges, «ci aiuta a sentirci immortali»), sulla protezione, l’intimità, l’immediata comprensione? È amore il desiderio fisico - ma la cui origine non è mai fisica, bensì proiettiva, lo sappiamo - che arriva come uno strappo e rompe ogni equilibrio?  Sono convinta che lo siano entrambi. Di più: come Duras, sono convinta che tutto ciò che assomiglia all’amore sia già amore. 

Tu come descriveresti Rosa, la vera e unica protagonista, colei che racconta in prima persona della sua stupefacente vicenda? 

Una persona come tante, il cui corpo è stato attraversato dalla Storia.

A un certo punto scrivi una frase molto intensa sul valore della vita: «Si dà valore a ciò che ha forza, e la vita non ne ha…». Sono parole forti. Hanno un valore assoluto per te o sono legate al contesto del libro?

È un tema che mi ossessiona. Rosa dice che la Storia è fatta di morti, che il patto originario (con Dio, con la Natura?) era proprio quello: che ciascun vivo prima o poi si spegnesse. Nascere significa condannarsi a morire (è quanto ripete Gregor, che proprio per questo non vuole procreare, almeno in apparenza; in realtà, credo, come crede Rosa, che sia sfiancato dalla crudeltà della guerra, traumatizzato appunto dalla fragilità ineluttabile della vita). Di fronte al nonsenso dell’esistenza, se l’esistenza è guardata dal punto di vista degli esseri umani, che al contrario degli animali non coincidono perfettamente con il loro istinto, ma hanno una capacità metacognitiva sulle proprie azioni e sul destino di ogni vivente, pensare che ogni singola vita, ogni irripetibile individualità, abbia valore e vada difesa è il risultato di un lavoro culturale sedimentato nei secoli, non è un fatto naturale. Tant’è vero che un dittatore come Hitler può credere nella Legge di Natura, che annienta il più debole e favorisce il più forte, e proclamare la vita della Patria come superiore a quella del singolo cittadino, del tutto sacrificabile per una causa più grande. Tant’è vero che gli Stati democratici dispongono di eserciti con cui fanno le guerre, mandando al fronte i propri cittadini come «carne da cannone». Tant’è vero che migliaia di persone muoiono nel Mediterraneo e siccome nei tg sono una massa di corpi senza storia, la nostra capacità di sopportazione della strage - perché si tratta di una strage - è superiore rispetto a quando vediamo il corpo, riverso sulla spiaggia, di un bambino di tre anni cui diamo un nome: Aylan. 

Si percepisce molta ricerca linguistica nel tuo lavoro, in modo particolare, laddove utilizzi lo schema nome-aggettivo in modo assolutamente non scontato. Intendo dire che spesso usi aggettivi che solitamente non si attagliano a quel nome, ma che, sorprendentemente, lo descrivono in maniera visivamente perfetta. «Corpo avaro ed elastico», «faccia cremosa», «volto sassoso». È una ricerca che solitamente fai nella tua scrittura?

Sì, sempre. La mia ricerca lessicale va nella direzione di trovare un’associazione tra sostantivo e aggettivo il più possibile personale - preferibilmente, non ancora sentita, ma funzionale, cioè assolutamente non gratuita, e che io sento come possibilità unica, non intercambiabile - piuttosto che nell’uso di termini ricercati o preziosi. Lessicalmente sono in cerca di precisione, esattezza, lucidità, incisività, originalità. Parlo di intenzione, non di risultato. Dal punto di vista sintattico, per me conta moltissimo il ritmo, il suono della frase: leggo ad alta voce proprio per ascoltarlo, anzi per sentirlo. E mi piace che la mia sintassi, di solito lineare, ogni tanto sterzi, spiazzando il lettore; che proceda per accumuli, o rallenti nell’ipotassi, o prenda semplicemente una via inattesa. Come un giro di note che sembra portarti in modo naturale verso una certa conclusione, invece poi cambia. 

Ci racconti qualcosa a proposito del tuo lavoro di scrittrice? Hai qualche rito? Segui il momento dell’ispirazione o sei metodica?

Non credo nell’ispirazione: nella stesura di un romanzo non significa niente. Può servire forse per le poesie, ma non so dirlo perché non ne scrivo. Può servire in un certo senso anche per scrivere un racconto, ma come intuizione iniziale, come sentimento dell’atmosfera, forse: del resto scrivo pochi racconti, quindi non lo so davvero. A me piace scrivere romanzi proprio perché scrivere un romanzo è un progetto lungo, non sai quanto durerà e se riuscirai a portarlo a termine; nel corso della sua realizzazione, la tua vita va avanti e tu pian piano cambi: pezzi interi dell’esistenza sono legati, nella memoria, a un preciso romanzo. Inoltre io lavoro, e a tempo pieno, da impiegata, cioè vado tutti i giorni in ufficio. Sono un’editor, quindi lavoro sui libri degli altri, sull’immaginario degli altri, spesso anche la notte e il weekend. Il tempo per scrivere, dunque, è molto poco. Mi occupa tutte le vacanze, estive e natalizie, e - una volta che sono abbastanza immersa nel romanzo, tanto che mi ci muovo dentro con familiarità - anche i weekend liberi dal lavoro. Per scrivere devo trovarmi in una stanza chiusa e dotata di una finestra verso cui rivolgere lo sguardo. Non mi piace scrivere di fronte al muro né in compagnia, voglio essere sola. 

Qual è per te il momento più bello? Quello in cui nasce l’idea di un nuovo libro o il momento in cui dall’idea passi all’atto? Al libro terminato?

Il momento più bello è quando scrivi e sei talmente concentrata che passano le ore e non te ne rendi conto. E quando rileggi pensi che non immaginavi affatto, poco prima, che sarebbe andata così, nel modo in cui è andata sulla pagina: certo, sapevi dove si sarebbe svolta la scena e con chi, ma non che sarebbe successo quel che poi è successo. Ecco, la sensazione di costruire qualcosa che prima non c’era e adesso c’è. E di averlo fatto tu. 

Che cosa ti ha lasciato Le assaggiatrici quando l’hai allontanato da te per condividerlo con migliaia di persone?

L’impressione di aver dato a questo romanzo tutto ciò che avevo, senza risparmiarmi. Non parlo solo della fatica che mi è costata scriverlo, maggiore rispetto a quella impiegata per i miei romanzi precedenti. Parlo del fatto che questo libro esce nell’anno in cui io ne compirò 40, e sento che contiene - metaforicamente - tutte le mie paure, le mie sofferenze, le mie domande, le mie incapacità, le mie meschinità, le mie colpe. È un romanzo in cui l’euforia dell’invenzione narrativa mi ha galvanizzata - me lo consentiva l’ambientazione storica, la presenza di molti personaggi - e tuttavia, per quanto ciascun personaggio sia il frutto di un’invenzione (a parte Rosa, che è ispirata a Margot Wölk), è un libro in cui sono stata nuda. 

Intervista a cura di Rosatea Poli

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