sabato 24 febbraio 2018

Le pietanze di Hitler. A tavola nella tana del lupo

Le assaggiatrici
di Rosella Postorino
Feltrinelli, 2018

pp. 285
€ 17,00


Un libro di cui si sta parlando moltissimo, la sua copertina occhieggia da giornali, riviste, profili Instagram, pagine Facebook, siti specializzati e no. Il passaparola «libresco» sta decretando che Le assaggiatrici di Rosella Postorino è un libro da leggere. Insomma, pare proprio che Feltrinelli abbia centrato il primo caso letterario dell'anno. Naturalmente noi di Critica letteraria non potevamo non notarlo e non desiderare di leggerlo, per capire se davvero il libro è così meritevole o se è semplicemente un caso di battage pubblicitario ben riuscito.
Ebbene, fidatevi, il libro è una bella sorpresa, una perla preziosa nel mare magnum delle tante uscite editoriali. Non perdetevelo, ne vale la pena.
La storia, in poche parole, è nota e l'autrice la racconta a fine libro: per caso, qualche anno fa, lesse su una rivista italiana, un trafiletto dedicato alla storia di Margot Wölk, di professione «assaggiatrice» per conto di Hitler. Un «lavoro» che l'anziana donna aveva nascosto per tutta la vita e che solo all'età di 96 anni aveva avuto il coraggio di portare alla luce. Di che cosa si trattava? Il Führer temeva costantemente di essere avvelenato dal nemico attraverso il cibo che arrivava sul suo desco. Come evitare un pasto mortalmente indigesto? Hitler ebbe così l'idea di attorniarsi di un certo numero di «assaggiatrici», che avevano proprio il compito di testare il cibo a lui destinato, dall'antipasto al dessert.
Naturalmente, prima di alzarsi da tavola dopo il pranzo, le assaggiatrici dovevano attendere almeno un'ora per essere certe che il veleno non facesse il proprio effetto. Poi potevano andarsene, in attesa di tornare per la cena. Camminando così ogni giorno sul confine tra ristoro e terrore, tra il piacere di mangiare cibi prelibati (cosa tutt'altro che comune in quel tempo di guerra e di stenti) e la paura che ogni boccone fosse l'ultimo. Il panico vissuto sulla propria pelle, dentro il proprio stomaco.
Una storia troppo densa di implicazioni e di significato perché Rosella Postorino se la facesse scappare. E dopo ricerche storiche sul ruolo di Margot Wölk (e delle sue compagne di mensa) nel quartier generale di Hitler a Gross-Partsch, sul fronte orientale, ecco il romanzo.

Protagonista è Rosa Sauer, berlinese, che si rifugia dai suoceri (il marito è disperso al fronte) in campagna, senza sapere di vivere a due passi dal Wolfschanze, la Tana del lupo, ossia il quartier generale, nascosto nella foresta, da cui Adolf Hitler dirige le operazioni di guerra in Unione Sovietica. In capo a pochi giorni Rosa viene arruolata, senza possibilità di scelta, ça va sans dire, insieme ad altre donne, per assaggiare il cibo di Hitler.
Entrammo una alla volta. Dopo ore di attesa, in piedi nel corridoio, avevamo bisogno di sederci. La stanza era grande, le pareti bianche. Al centro, un lungo tavolo di legno su cui avevano già apparecchiato per noi. Ci fecero cenno di prendere posto. Mi sedetti e rimasi così, le mani intrecciate sulla pancia. Davanti a me, un piatto di ceramica bianca. Avevo fame.
È il fulminante inizio, in medias res, del romanzo che, immediatamente ci porta nel cuore della vicenda, nell'ambientazione principe, quella sala mensa dove tante cose accadranno. Intanto è il luogo dove dieci donne, Rosa, Elfriede, Heike, Augustine, Leni, Theodora, Sabine, Ulla, Gertrude e Beate percorreranno tutti gli stadi emozionali di una convivenza forzata, vissuta in condizioni eccezionali. Sentimenti umani come amicizia, solidarietà, fiducia, confidenza verranno vissuti, e distorti, come all'interno di una provetta di vetro, un'asettica sala di osservazione dove le dieci donne non sono esseri umani complessi, bensì semplici tubi digerenti, stomaci, mucose intestinali. Ciononostante, come una gemma da un albero quasi secco, la natura umana fa capolino, anche in queste condizioni, e, una volta reso abitudinario il terrore, in questa stanza ci sarà posto per qualcosa che all'amicizia può assomigliare. Un qualcosa pronto a dissolversi allorché una delle ragazze si sente poco bene, il panico da avvelenamento prende il sopravvento e, al diavolo la solidarietà... ognuna pensa per sé.
E quando una di loro sarà tradita, anche se involontariamente, in quasi tutte lo spirito di sopravvivenza e di rassegnazione prevarrà su qualsiasi altra considerazione.
Si trattava di sopravvivere, ogni energia era votata a quest'unico scopo. Ecco che cosa facevano le ragazze. Io non ne ero più capace.
In questo asettico laboratorio umano c'è spazio anche per l'amore, o qualcosa che gli assomiglia, sesso, attrazione, silenzio, assurdità.
L'altalena dei sentimenti e l'impossibilità di viverli in una situazione forzata è solo uno dei tanti fili che si aggrovigliano e si dipanano nel libro. Un altro è sicuramente il cibo, motore e spinta dell'intero romanzo.
I fagiolini erano conditi con il burro fuso. Non mangiavo burro dal giorno del mio matrimonio. L'odore dei peperoni arrostiti mi pizzicava le narici, il mio piatto traboccava, non facevo che fissarlo.
Il cibo è vita, il cibo potrebbe essere morte. Ma vita e morte nella Germania nazista che cosa vogliono dire? Nel bombardamento che ha colpito la casa di Rosa a Berlino qualcuno è uscito dalle macerie, qualcun altro no. Il marito di Rosa al fronte è disperso. È vivo o è morto? E la vita che cos'è?
Come si fa a dare valore a una cosa che può finire in qualsiasi momento, una cosa così fragile? Si dà valore a ciò che ha forza, e la vita non ne ha; a ciò che è indistruttibile, e la vita non lo è. Tant'è è vero che può arrivare qualcuno a chiederti di sacrificarla, la tua vita, per qualcosa che ha più forza.
Come la patria, l'idea nazista, lo Stato, la razza... Il marito di Rosa è partito volontario per la guerra, sacrificando se stesso e il proprio matrimonio nelle mani di Hitler. E della Germania. Si innesta qui un altro dei fili conduttori del romanzo, il senso di colpa, individuale e collettivo. Che è di Rosa (che da piccola aveva morso la mano al fratellino, che è viva mentre del marito nulla si sa, che mangia cibi prelibati mentre il resto della gente è ridotta alla fame), ma forse è anche del popolo tedesco.
Abbiamo vissuto dodici anni sotto una dittatura, e non ce ne siamo quasi accorti. (...) Non c'era alternativa, questo è il nostro alibi.
La Postorino si cala delicatamente in quello che è uno dei grossi nodi della storia tedesca, l'ignavia di milioni di persone che, pur senza essere fermamente convinte delle idee del nazionalsocialismo, nulla hanno fatto, voluto o potuto fare, per fermarlo, per contrastarlo. Il romanzo analizza così, attraverso i pensieri di Rosa, la trasformazione di un intero popolo che inesorabilmente si unifica dietro una bandiera, tante singole esistenze, tanti pensieri, tante idee che lentamente si accodano e si conformano alla volontà di uno solo. Che pensa per tutti. Che decide per tutti.
La capacità di adattamento è la maggiore risorsa degli esseri umani, ma più mi adattavo e meno mi sentivo umana.
Ma come si fa a sentirsi umani in un momento storico in cui sopravvivere è l'unico obiettivo? Nonostante tutto e nonostante tutti? Anche se proprio la vita, in quelle condizioni può essere una condanna.
La punizione era finalmente arrivata: non era stato il veleno, non era stata la morte. Era la vita. Dio è così sadico, papà, che mi punisce con la vita.
L'ultima parte del libro catapulta improvvisamente il lettore nella Germania del dopoguerra, fino ai giorni nostri. Dove si sciolgono i nodi del passato,  dove vengono a galla sentimenti ed emozioni. Quando il tempo è finito e si devono tirare le somme delle proprie esistenze. E anche qui la colpa, il silenzio, il non raccontare, il desiderio di nascondere, di dimenticare, infine di sopravvivere si mescolano in Rosa, si impastano in questa figura di donna, archetipo di tante ragazze vissute nella Germania di Hitler. Divenute donne, poi anziane nascondendo dentro di sé una colpa, un segreto, un vissuto che non poteva essere diverso, una scelta non fatta, ma subita o dettata dagli eventi, dalla Storia. Colpa e assoluzione.
Ne esce un libro denso, densissimo, scritto con un linguaggio asciutto, che non lascia spazio a sentimentalismi, ad eccessi e a ghirigori. Una lingua che, lo si percepisce, è frutto di una ricerca costante, che accosta nomi e aggettivi in modo inaspettato, ma visivamente d'impatto («volto sassoso», «corpo avaro»). Una lingua che, pur in maniera discreta, sa scavare solchi con la sua nitidezza e la sua lucidità.





Un libro di cui si sta dicendo tantissimo, il primo caso editoriale dell’anno. Stiamo parlando de “Le assaggiatrici” di Rosella Postorino (Feltrinelli). @sabrymiglio68 l’ha da poco terminato e ne ha tratto un insieme di sensazioni e di impressioni molto positive. Lo spunto narrativo è noto: Hitler, per timore di essere avvelenato, si avvaleva di un gruppo di donne che avevano il compito di assaggiare le pietanze a lui destinate. Il cibo è vita... ma per Rosa e le altre ogni boccone potrebbe essere l’ultimo. Tratto da una storia vera, il romanzo apre tante riflessioni sulla natura umana e i suoi comportamenti. Ne parleremo a fondo sul nostro sito ... seguiteci. #rosellapostorino #feltrinelli #leassaggiatrici #libri #libribelli #libridaleggere #librichepassione #bookstagram #books #bookish #inlettura #recensione #intervista #libro #librofinito
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