martedì 6 marzo 2018

#IlSalotto - Intrecci di storie tra Italia e Giappone per godere della gioia, un piccolo "hanabi" nel cielo della vita


In una domenica uggiosa di una Roma pressoché deserta, ho incontrato Laura Imai Messina, autrice del libro uscito il 13 febbraio per Piemme Non oso dire la gioia, suo secondo romanzo in cui, con grazia e maturità stilistica, ha raccontato quattro storie di vita che si sovrappongono l’une sulle altre, intrecciandosi in un labirinto di passioni e scelte. Per parlare di Clara, Marcel, Momoko e Jean ci siamo incontrate al bar dei siciliani di Piazza Bologna, uno dei luoghi totemici della storia. Chissà perché, me lo aspettavo, e con quella forte suggestione letteraria che scaturisce quando si visitano di persona i luoghi di un romanzo (e in Non oso dire la gioia i luoghi hanno una fisicità pregna di significati) ho iniziato a chiacchierare con Laura, tra un cappuccino, un dolce tipico siciliano e un mal di Giappone sempre in agguato lì a ricordare la bellezza del diverso.

La prima domanda sorge spontanea vista la tua stabile permanenza da più di dieci anni in Giappone. Come ti senti a ogni nostos in Italia?

In Italia torno da turista e quindi tutto quello che vivo è liberato dalla pesantezza della quotidianità. Non dovendo affrontare difficoltà pratiche, dalla fila alla posta al pagamento delle bollette, non devo stridere con la crosta delle difficoltà italiche e arrivo direttamente alla mollica. Per me il ritorno significa soltanto mangiare, rivedere gli amici e passeggiare nei luoghi che amo. Forse solo i treni e i trasporti sono gli unici meccanismi inceppati di questo sistema con cui devo misurarmi con qualche difficoltà. Per il resto, ho trovato la condizione dell’Italia molto meno tragica di quanto mi aspettassi e ritengo sia l’italiano in sé che, per indole, tenda a lamentarsi e a criticare. Da lontano sembra che ci sia l’apocalisse in corso, in realtà non ho trovato questo cataclisma annunciato. Torno sempre con gioia.

Molti – me compresa – ti hanno conosciuto grazie al blog che curi (Giappone Mon Amour, ndr). È questo che influenza la tua attività letteraria o viceversa?

A proposito di bookbreakfast speciali!
La scrittura per me è come un flusso che si modifica nel corso degli anni. In questo flusso quotidiano (perché ho quasi l’esigenza fisica di scrivere ogni giorno), che coinvolge il romanzo ma anche articoli, pubblicazioni scientifiche e recensioni, si inseriscono gli articoli del blog che provo sempre a diradare nel tempo proprio per curarne la qualità. Mi sono accorta, per caso, che tempo fa avevo scritto un post sul blog intitolato La bellezza delle cose complicate sulla tendenza che si ha di preferire le cose facili nella vita di tutti i giorni e una medesima conversazione avviene tra Jean e Marcel nel romanzo. In questo fiume di parole, quindi, si inserisce la mi attività di scrittura con influenze reciproche tra tutte le forme in cui poi la scrittura si attua.

Proprio sul valore della scrittura, Momoko nel romanzo dice che questo «è il momento peggiore per leggere un giornale» (p.75). Quale allora il senso di scrivere un romanzo oggi?

L’affermazione di Momoko si riferisce alla scrittura giornalistica che ritengo notevolmente diversa da quella narrativa. Ammetto che il mio giudizio sull’attività giornalistica è molto scaduto e quindi l’idea di Momoko è coerente con la mia attività di scrittrice. Dopo il 2011 ho compreso le ombre del giornalismo, non più finalizzato solo a informare ma caricato di fini commerciali che viziano la veridicità delle notizie. Perdono l’incontinenza verbale di cui scrivo in un romanzo, ma non di certo in un giornale, che deve essere preciso nella distinzione tra informazione e opinione. Non è più così e mi disturba molto questa tendenza di suscitare gli istinti animaleschi dei lettori che cercano più le notizie scabrose o forti che non quelle vere.

Torniamo a Non oso dire la gioia. Il titolo lascia già presagire una differenza tra la gioia e la felicità, una differenza vissuta con forza da Clara, ma che tocca anche Momoko e Marcel. Potresti spiegarmi questa distinzione?

Per me è chiara l’immagine della felicità come una condizione continuativa a e costante, ma proprio per questo irreale. La gioia invece è un’esplosione, un piccolo hanabi, un fuoco d’artificio che una volta esploso rilascia una piccola pallina che necessità di un’estrema concentrazione per essere vista. Abbinare la parola felicità all’aggettivo costante è stridente e per questo irreale. Una gioia invece è un evento che, se ripetuto, permette di godere degli alti e bassi della vita. Purché, lo ripeto, si rimanga sempre concentrati a non lasciarsi sfuggire i momenti di maggiore intensità.

Le vicende di Carla, Marcel, Momoko e Jean sono tutte battaglie combattute contro passioni, ma soprattutto contro i vuoti delle loro vite. Ricordano molto quella frase che recita di «sorridere a chiunque perché tutti combattono delle battaglie di cui non si sa nulla».
Sì, la tua analisi è corretta, anche se io non so mai all’inizio quale sia il percorso che il romanzo prenderà. Avevo in mente, questo è vero, la storia di Clara, a cui volevo concedere una soluzione ai suoi tormenti e vederla felice di tutta la felicità di cui fosse capace. Così anche con Momoko e gli altri, volevo che tutti alla fine arrivassero a un punto in cui i nodi si sciogliessero. Perché in fondo basta aspettare e le soluzioni arrivano, anche se l’essere umano per indole ha la fretta di risolvere. Credo che davvero il tempo abbia una soluzione per tutto, basta essere pazienti. Del resto, come scrittrice, odio i finali negativi quindi alla fine la storia non avrebbe potuto prendere una piega diversa.

Considero la genitorialità la vera protagonista di Non oso dire la gioia. A tal proposito Marcel dice che la mamma «pretendeva il primo posto» (p. 66). Tu che vivi a cavallo tra due mondi, trovi che ci siano differenze nel modo di vivere la genitorialità tra occidente e oriente, nel tuo caso tra Italia e Giappone?

Non oso dire la gioia
di Laura Imai Messina
Piemme, 2018

pp. 402
€ 18.50 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)
Ho notato delle differenze, ovviamente, anche se devo ammettere che vivendo in Giappone da tredici anni oramai ci sono delle esperienze e delle abitudini che per me hanno un nome solo in giapponese. Le cure per l’infertilità, la gravidanza, il post partum per me hanno un nome e un modo di esistere solo in giapponese, mancandomi la concretezza dell’occidente in questi ambiti. Se parliamo di differenze, ne ho vista una chiaramente nel modo di vivere l’infanzia e il rapporto madre-figlio nei primi anni dei bambini. Se in occidente c’è l’idea di un distacco forzato dei figli dai genitori sin dai primi mesi (si fanno dormire nella loro cameretta sin da subito, ad esempio), in Giappone si preferisce un rapporto simbiotico tra la mamma (soprattutto) e i figli, che si tradurrà spontaneamente con un distacco al momento dell’ingresso dei bambini a scuola, con le mille attività che li coinvolgeranno fino a renderli più autonomi. La crescita avviene grazie all’esempio che i bambini ricevono dalla società, mentre l’affetto rimane all’interno dei rapporti familiari.

Grazie alle sue descrizioni, Non oso dire la gioia possiede una patina cinematografica. Ci sono dei film che ti hanno ispirato?

In tanti mi hanno fatto notare che dalla storia si riesce quasi a vedere le cose, come in un film. Non so come spiegarlo, ma quando penso certe scene le penso come visive. Pur amando anche libri molto minimalisti, la mia personale scrittura è un processo molto ricco di dettagli e per questo lavoro a lungo su un’opera. Pensa che alla prima bozza del testo ho apportato più di 1600 modifiche (per la gioia del correttore di bozze!) e alla seconda versione 150, un’inezia per me, e credo che se anche adesso mi mettessi a ricontrollare tutto troverei altre modifiche da apportare. Ecco perché le descrizioni, per dare significato e corposità ad ogni concetto. Se qualcosa è scritta, deve essere comunicativa.

E questa corposità viene dedicata anche ai luoghi. In Non oso dire la gioia c’è Roma, dove in Tokyo orizzontale c'era la capitale giapponese. Per te i luoghi sono protagonisti in una storia?

I luoghi hanno una loro consistenza. Ricordano persone, emozioni, avvenimenti. Mi succede in prima persona con tanti luoghi di Roma e soprattutto di Tokyo. Spesso questi scompaiono (tanti ristoranti o locali di Tokyo orizzontale non esistono più), però ciò che ricordano rimane per sempre. Amo, poi, i luoghi perché sono loro stessi a parlare, contenitori di storie e vite che non c’è bisogno di spiegare nel romanzo.

Come Momoko vive tra due mondi, Italia e Giappone, così saranno i tuoi figli. Quale il valore e l’arricchimento della diversità, dell’altro in un clima, quale quello di oggi, di tragica chiusura?

Il diverso arricchisce a priori e il problema nasce quando ci si sente minacciati dall’altro. Il rapporto con il Giappone è comunque diverso perché è una cultura percepita lontana e non minacciosa. Ecco, ad esempio, consiglierei a chiunque di avvicinarsi all’altro a partire da forme di cultura considerate pacifiche come quelle orientali, per poi piano piano aprirsi anche a tutto quanto, erroneamente, viene identificato come pericoloso. Si scoprirà senza alcun dubbio che il diverso arricchisce sempre. Oggi si parla tanto di radici, identificandole come un concetto positivo. Io le considero tali sono se sono tascabili e mobili, da portare nella borsetta nella propria scoperta del mondo.

Chiudo con una curiosità. Ogni capitolo di Non oso dire la gioia si apre con una citazione. Come le collezioni e le colleghi alla tua scrittura?

Ho un grosso file sul computer chiamato Citazioni e concetti perché la mia lettura onnivora è così disordinata che ho preso l’abitudine di segnare sempre quello che considero rielevante per evitare di perderlo. La lettura per me è un necessario accompagnamento alla scrittura, che altrimenti sarebbe estremamente povera. Ho bisogno di compagnia mentre scrivo e questa mi arriva dalla lettura.


Intervista a cura di Federica Privitera


“Il timbro del silenzio è il lusso che nessuna città può permettersi davvero”. #Roma e #Tokyo, non sono semplici luoghi, ma veri stati d’animo per Clara, Jean, Marcel e Momoko. Quattro vite, quattro storie che sono state nutrite in maniera diversa di amore e di assenza e che da questo nutrimento cercano il senso della propria felicità. @la_effesenza ha letto il secondo libro di #LauraImaiMessina, conosciuta agli amanti del #Giappone per il suo tenero e appassionato blog #GiapponeMonAmour. Un romanzo intenso, a tratti riflessivo e pacato come le atmosfere dei giardini zen, altre volte frenetico, trascinante e veloce come le vie delle metropoli occidentali. @edizionipiemme @fracomandini #ticonsigliounlibro #libriconsigliati #leggerefabene #consiglidilettura #booktube #bookish #bookworm #bookporn #librichepassione #libridaleggere #libricheamo #instabook #books #libri #igreaders #igread #ilovebooks #ilovereading
Un post condiviso da CriticaLetteraria.org (@criticaletteraria) in data: